Eco Culturale

Lettera aperta a Netflix sul caso Cleopatra

Un momento, giusto due righe, su Cleopatra per smorzare i toni di chi dice che fosse bianca e sia di chi dice che non lo fosse. E qualche parola per il “documentario” di Netflix.


Cara famiglia Netflix, nel ringraziarvi per le serate con plaid e popcorn, vorrei parlarvi di una cosa a me molto cara: l’onestà intellettuale. Andando oltre alle pecche delle vostre produzioni, ciò che dà più fastidio, oggi, è la polemica intorno al “documentario” su Cleopatra. Punto primo, è importante notare che nel Bacino mediterraneo è davvero complicato fare distinzioni nette sul colore della pelle. Infatti, sebbene l’Europa e l’Africa siano una di fronte all’altra, difficilmente troverete differenze drastiche di colore della pelle tra una donna del sud Italia, del sud della Spagna o di zone come Cipro e una egiziana, tunisina, marocchina o turca. 

Vorrei soffermarmi un momento, giusto due righe, su Cleopatra. Vorrei farlo sia per smorzare i toni di chi dice che Cleopatra era bianca e sia di chi dice che non lo era.

screen cleopatra documentario

Comincio dicendo che l’antica società egiziana era diversificata e cosmopolita, con un’ampia varietà di culture e popoli che si incontravano e commerciavano lungo il Nilo, fiume lungo 6.852 km che attraversa otto Stati dell’Africa. Non certo un rigagnolo.

La regina Cleopatra apparteneva alla dinastia dei Tolomei, di origine greca e macedone, ma fu anche una dinastia che aveva avuto contatti con altre culture e popolazioni. Cleopatra è stata una delle donne più potenti della storia, regnando sull’Egitto antico durante un periodo di grande sfarzo culturale ed economico. 

Tuttavia, il suo aspetto fisico è stato oggetto di dibattiti accesi e a tratti razzisti, che cercano di etichettare come appartenente a un’etnia specifica. Il dibattito sull’aspetto fisico di Cleopatra si basa principalmente su interpretazioni di fonti storiche e artistiche antiche, che spesso idealizzano o stilizzano la figura della regina. Alcuni antichi scrittori la descrivono con una carnagione “fulva” o “giallastra”, ma questo termine potrebbe indicare un’abbronzatura o semplicemente una caratteristica fisica individuale, piuttosto che un’etnia specifica.

È importante comprendere che il concetto moderno di “razza” non esisteva nell’antichità, e la differenziazione tra le persone si basava più sulle differenze culturali che su quelle biologiche. Pertanto, l’etichettatura razziale o etnica di Cleopatra è un’interpretazione moderna, che non tiene conto della complessità della sua epoca.

In un mondo in cui il razzismo e la discriminazione sono ancora presenti, è fondamentale riconoscere la diversità delle culture e dei popoli che hanno reso grande l’umanità. Il dibattito sull’aspetto fisico di Cleopatra non dovrebbe essere utilizzato per giustificare pregiudizi razzisti, ma piuttosto per apprezzare la bellezza della diversità umana e la forza delle donne che hanno influenzato la storia.

Detto questo, il punto non è tanto la percentuale di melanina, quanto il fatto che se voleste rappresentare il popolo africano potreste, per esempio, parlare della prima regina dei Berberi. Oppure andare a pescare tra i miti e le leggende delle singole regioni, o ancora andare a vedere quante belle storie in stile Esopo esistono, come  La Iena e la Bertuccia.

Insomma, basterebbe fare ricerca su ciò che volete rappresentare, non serve ricorrere a una sorta di blackface meno evidente, ma comunque altamente stereotipante; l’Africa ha una sua identità, anzi ne ha tantissime vista l’eterogeneità delle culture presenti nel continente. Trovo che questa pratica di far diventare nere le protagoniste di storie occidentali mortifichi le tradizioni proprie di un popolo altamente variegato e ricco di storie che però non vengono raccontate, limitandosi a far recitare parti di storie di tradizione occidentale a donne nere. Non vi sa anche a voi di contentino? 

Io voglio ascoltare, leggere, e vedere le storie africane che raccontino l’Africa in tutta la sua spettacolare molteplicità di suoni, colori, identità e memorie, non voglio vedere l’America che si ripulisce la coscienza narrando storie occidentali attraverso diverse percentuali di melanina e parandosi dietro pietose scuse. 

Io ho idea che voi abbiate paura di intaccare la narrazione dell’occidentalità come fonte di avanzamento morale, economico e sociale. Io credo che se l’Africa si raccontasse, invece di mettersi i panni dell’Occidentale come per essere “accettato” dalla cultura dominante, racconterebbe di come abbiano influito schiavitú, colonialismo, sfruttamento economico, degrado ambientale dovuto all’uso che si fa di certi Paesi come fossero grandi discariche dell’Occidente, interferenze politiche, stereotipi, pregiudizio, e di conseguenza cadrebbero molte certezze su molti piani. 

Raccontateci la storia dell’Etiopia, una delle nazioni più antiche del mondo. Raccontateci il mondo Persiano, che ancora tantissimi confondono con quello Arabo. Raccontateci una Polinesia che non sia lo stereotipo raccontato ai turisti. E, visto che ci siete, lasciate che siano le persone del luogo a raccontare le proprie storie, evitateci i bias. 

Jada Pinkett Smith, produttrice (afrodiscendente) della serie, sostiene che la sua docu-serie vuole mostrare “la verità” sulla figura storica di Cleopatra, e non quella che ci viene proposta dalla cultura popolare. 

Zahi Hawass, il più importante egittologo vivente, archeologo e storico promotore della giustizia storica e culturale (studioso da decenni si occupa di recuperare il patrimonio culturale egizio sottratto sia illegalmente che da pratiche museali fortunatamente oggi desuete ma i cui frutti sfortunatamente sono ancora visibili in moltissimi musei), ha dichiarato pubblicamente che questa narrazione è falsa.

«Netflix sta cercando di creare confusione per diffondere false informazioni secondo cui l’origine della civiltà egizia sarebbe nera», ha proseguito Hawass, sottolineando più volte che tali affermazioni sono completamente false. Â«La civiltà nera, in quel periodo storico, non ha alcun legame con la civiltà egizia» ha detto Hawass, sottolineando che la civiltà nera non ha governato l’Egitto se non nella venticinquesima dinastia durante l’era del Regno di Kush. Il regno di Kush, anche conosciuto come Regno di Nubia.

Questo per me è razzismo e revisionismo. Anzi, razzismo misto a revisionismo con fini neocolonialisti. Sì, perché il neocolonialismo non è solo quello che utilizza i mezzi economici e politici per mantenere il controllo sul continente e sugli afrodiscendenti. Il neocolonialismo include la promozione dei valori e degli ideali occidentali, l’imposizione piú o meno velata di aggiustamenti culturali strutturali favorevoli agli interessi occidentali. 

Quindi, cara famiglia Netflix, sebbene siate una piattaforma di intrattenimento molto popolare, è imbarazzante vedere come siate strumento di aggiustamenti di tal portata. 

Nel ringraziarvi per aver incluso storie animate bellissime come Avatar o The Legend Of Korra e altre produzioni narrativamente avvincenti, vi consiglio di non chiamare produzioni come Cleopatra “documentari”, perché i documentari nascono per documentare e informare basandosi su fatti, scoperte, comparazioni di dibattiti tra studiosi e altre cose che evidentemente non fanno parte del vostro schema produttivo che, invece, si adagia su uno schema ricorrente che sfrutta l’identificazione/gradimento di uno o più personaggi, che rappresentano le infinite varianti possibili di quello stesso schema.

Grazie famiglia Netflix, per intrattenere un pubblico annoiato, curioso o semplicemente stufo della tv. Davvero, grazie. Ma per favore, magari riprovaci più avanti a fare questi giochetti, che ancora c’è in giro la generazione di Super Quark.

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Alice Castiglione

Vivo in UK, sono una visual artist e creatrice di contenuti, senza lasciare mai da parte l'attivismo.