Colombia, le interminabili violenze contro attivisti ambientali e indigeni

Non si fermano in Colombia le violenze a danno di attivisti per i diritti umani, difensori dell’ambiente e comunità indigene.


Violazioni, abusi, massacri, attacchi mirati a comunità indigene, attivisti ambientali e manifestanti. La Colombia soffre di una lunga scia di violenze che coinvolge da una parte regioni storicamente dilaniate da decenni di guerra, e dall’altra si estende sul piano istituzionale; si incarna nelle forze di polizia, la si trova nelle decisioni politiche che continuano a disilludere ogni desiderio di pace e sicurezza nel Paese, si nasconde nelle promesse di giustizia mai mantenute ai parenti delle vittime di guerra, o quelle di maggiore inclusione e sicurezza per indigeni e afro-colombiani.

Una violenza continua, radicata in tantissimi fronti e in rapido aumento anche quest’anno. Il 2022 è iniziato in modo allarmante: 13 massacri (in Colombia, si parla di massacro quando le vittime sono uguali o maggiori di tre), 214 omicidi selettivi, 17 sparizioni forzate. 

Indigeni e attivisti nel mirino delle violenze

Gli indigeni colombiani continuano a soffrire di altissimi livelli di disuguaglianza, povertà, e mancato accesso ai loro diritti economici e sociali. Inoltre, sono vittime di attacchi selettivi a esponenti delle comunità a difesa dei territori nel mirino dei narcotrafficanti e delle ex-guerriglie. 

Sono tante, troppe, le storie che meriterebbero di essere raccontate; storie che tendono a cadere nel dimenticatoio, o forse nell’“ordinaria amministrazione” di dipartimenti come quello del Cauca, Valle del Cauca, Arauca e Putumayo, dove la violenza e gli abusi sono all’ordine del giorno.

Storie come quella dei bambini, anche minori di cinque anni, morti nello stato di La Guajira per cause legate alla malnutrizione e al mancato accesso all’acqua potabile, o come quella di José Albeiro Camayo, ex coordinatore della National Indigenous Guard, ucciso lo scorso 24 gennaio, dopo essere già stato torturato dai dissidenti delle FARC nell’ottobre del 2019. 

Una delle più recenti tragedie riguarda la morte di Breiner David Cucuñame, ragazzo di 14 anni morto lo scorso 14 gennaio durante un confronto tra Indigenous Guard e ribelli dissidenti delle FARC. «Le guardie indigene sono protettrici della terra e dell’ambiente, e Breiner rappresentava questo» ha detto Eduin Mauricio Capaz, coordinatore dei diritti umani per l’Asociación Cabildos Indígenas del Norte del Cauca (ACIN).

Perché vengono attaccati i leader sociali e difensori dell’ambiente?

Il The Guardian ha riportato l’opinione di Emily Dickinson, senior analyst per la Colombia dell’International Crisis Group, che si è soffermata sul perché i leader sociali rappresentano un bersaglio nel Paese

«[i leader sociali] sono le poche voci all’interno di una comunità terrorizzata e traumatizzata che sono disposte a parlare contro le conseguenze della violenza, sia contro le loro comunità che contro l’ambiente […] le minacce contro gli attivisti non sono un segreto per nessuno; il governo è stato avvertito ripetutamente – dalla comunità, dai militari, dal difensore civico statale – dei rischi», ha detto Dickinson.

Un anno fa, il dodicenne Francisco Vera ricevette minacce di morte ancora non perseguite per le sue campagne nei social a difesa della biodiversità della Colombia, e per condannare il fracking (una  tecnologia di perforazione utilizzata per estrarre petrolio, gas naturale, energia geotermica o acqua dal sottosuolo profondo) e l’estrazione mineraria in regioni come la brughiera andina.

La Colombia è da qualche anno tra i Paesi con il numero più alto di vittime di attivisti ambientali, ed è stata quella con il numero più alto nel 2020 (227 vittime nel mondo, di cui 65 solo in Colombia). 

Esiste uno stretto legame tra la biodiversità del Paese (la Colombia è affiancata da due oceani, ospita la metà delle lande andine del pianeta e il 30 per cento della sua superficie è coperta da foresta pluviale), un modello di sviluppo economico che ogni anno fomenta la deforestazione (171.685 ettari persi nel 2020, più di 40 mila nella prima metà del 2021 esclusivamente per le regioni dell’Amazzonia), e una guerra armata tra narcotrafficanti, ex-guerriglie, attivisti e comunità indigene. 

L’ONG Global Witness ha affermato che gli attacchi contro gli ambientalisti e i leader sociali rappresentano una “violenza endemica” in tutto il Paese. I gruppi paramilitari e criminali stanno aumentando progressivamente il loro controllo e minacce contro le comunità rurali, in totale assenza di un’azione statale per proteggerle.

Il drammatico incremento degli sfollati interni in Colombia

Quelli di gennaio 2022 sono numeri impressionanti che continuano la scia di un 2021 conclusosi con altrettanti numeri che hanno mostrato l’incremento delle violazioni rispetto agli anni precedenti. 

Un rapporto dell’United Nations Coordination for Humanitarian Affairs (OCHA), pubblicato a fine 2021, ha riportato che in un anno ci sono stati più di 72.300 sfollati interni. 

Il numero rappresenta il più alto dal 2012, un incremento del 196 per cento rispetto al 2020, e un aumento generale degli eventi che hanno obbligato le persone ad abbandonare i luoghi dove vivevano del 62 per cento.

Tra i 159 eventi riportati, molti sono legati all’incremento di violenze e abusi da parte di gruppi armati, affini ai gruppi che si stanno sempre più (ri)organizzando dopo lo smantellamento delle FARC dal 2016, mentre altri gruppi appartengono alla rete del National Liberation Army (ELN), o successori dei gruppi paramilitari.

Altrettanto numerosi e drammatici sono i disastri naturali, più di 3 mila nel solo 2021 con quasi 70 mila abitazioni coinvolte.È importante ricordare che la Colombia porta con sé una pesante eredità sul tema degli sfollati interni e della restituzione delle terre espropriate durante il conflitto durato per decenni. Dal 1985 sono state 8 milioni le persone sfollate, e (dati a settembre 2021) dopo gli accordi di pace soltanto 12.300 richieste di restituzione delle terre sono state portate a termine, a fronte delle 133 mila totali.


Immagine in copertina di Mayita

Davide Renda

Caporedattore, responsabile "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.