Happy birthday, Mr. President Obama

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Il 4 agosto 2021 Barack Obama compie 60 anni, e nel suo ultimo libro “Una terra promessa” ci svela virtù e debolezze di un uomo che, nel tempo, ha saputo ridare speranza al proprio  Paese.


Barack Hussein Obama: Honolulu – Hawaii, classe ’61, prossimo ai 60 anni. Il 4 agosto di quest’anno per la precisione. Dunque, “Happy birthday, Mr. President”, come cantava la giovane Marylin Monroe il 19 maggio del ’62 rivolgendosi a un altro presidente. Un grande uomo (politico) Barack, un mito che passerà alla storia, che ha fatto la storia, un leader carismatico alla Max Weber, un pensatore di altri tempi ma futuristico al tempo stesso, di una profonda, profondissima umanità, fatto di carne e ossa. Come in pochi governanti sanno essere.

Parla di sé Barack Obama, in prima persona, nel suo nuovo libro: Una terra Promessa (A Promised Land), edito da Garzanti, parla di sé e della sua splendida avventura, delle sue origini miste e della famiglia costruita con Michelle che lo ha sempre sostenuto, rendendolo la persona che è oggi.

Obama

Un’autobiografia di fatti e sentimenti

Molto più che un’autobiografia la sua, anzi esattamente ciò che un’autobiografia dovrebbe essere: una lezione di politica, di civiltà di comunità, di vita; e questo succede quando chi sta in alto, scende ai piani bassi, spogliandosi dei panni istituzionali per raccontarci cosa si prova veramente a indossarli quei panni, di quanto sia stata dura quella volta in cui Hilary sembrava aver avuto la meglio, di quanto sarebbe stato bello non fare il presidente e non essere di colore, per ricordarci che quando vieni eletto è solo l’inizio, come nei migliori matrimoni.

Dubbi, delusioni, gioie, vittorie, sconfitte, errori, una quantità infinita di errori, passati in rassegna tra le pagine di un manoscritto ricco di emozioni e sentimenti reali vissuti insieme al lettore che li rivive a sua volta assieme allo scrittore, in un tango a due di complicità e parole dette al cuore.

Ecco allora, come la scrittura riesce a diventare un mezzo fondamentale  per ripercorrere le tappe del proprio passato alla luce del presente, per fare il punto della situazione e tirare le famose somme, condividendo con l’altro il proprio universo interiore, incluse tutte quelle verità per tutti scomode da digerire.

«Guardandomi indietro, a volte rifletto sull’eterna questione del peso che hanno nella storia le caratteristiche particolari dei singoli leader, se quelli di noi che arrivano al potere non siano altro che canali in cui scorrono, profonde, incessanti le correnti dei tempi o se siamo almeno in parte gli autori del nostro futuro. Le nostre insicurezze e le nostre speranze, i nostri traumi infantili o i ricordi di un atteso atto di gentilezza hanno la stessa forza dei progressi tecnologici o delle tendenze socioeconomiche?».

Questa una delle molteplici domande che l’autore si pone nel corso delle vicende narrate, un mettersi a nudo costante, un interrogarsi continuo sull’aver preso o meno la decisione giusta, sull’aver fatto o meno i conti con la propria coscienza. Non si nasconde dietro a un dito Barack, forse in otto anni di presidenza non lo ha mai fatto, consapevole dei propri limiti e delle proprie potenzialità, all’interno della Studio Ovale e circondato da collaboratori, ferrati e in gamba quanto lui, che peraltro considerava amici, ha cercato più volte di soppesare i pro e i contro di ogni circostanza e di mettersi nei panni di chi aveva di fronte, di chi avesse perso la propria casa, il proprio lavoro o di chi sprovvisto di un’assicurazione sanitaria avesse perso i propri cari.

60 anni vissuti tra Barack e Obama

Capace, affascinante, 1,87 di altezza, amava il basket Barack, un giocatore mancato che non ha mai smesso di centrare il canestro nemmeno durante gli anni della presidenza, nemmeno dopo la sconfitta subita da parte di Trump, nemmeno durante la crisi dei debiti subprime e il crollo della Lehman Brothers.

Laureato ad Harvard in Giurisprudenza e prima ancora in Scienze Politiche presso la Columbia University, sempre pronto a dimostrare il proprio valore e spesso terrorizzato dall’idea di fallire. Una personalità poliedrica a tutto tondo: avvocato, professore, coordinatore di comunità, ancora avvocato, scrittore, poi senatore infine presidente e non ultimo, mentore per centinaia di migliaia di giovani, che a lui si sono ispirati nelle azioni di ogni giorno e che al suo Yes, we can hanno creduto fino in fondo, sempre.

Tra le pagine del libro ci viene, inoltre, svelato il rapporto con i nonni materni, la figura di un padre praticamente assente; ci parla anche delle sue splendide figlie Sasha e Malia, delle difficoltà di essere genitore e capo di una nazione immensa come gli Stati Uniti, dei continui confronti con la moglie, sua spalla e àncora di salvezza, del cane Bo da poco venuto a mancare e regalatogli da Ted Kennedy.

Obama

Insomma, alla costante ricerca di un significato rispetto al proprio stare al mondo, Barack Obama è stato molto di più che un presidente democratico, un autentico sostenitore del popolo, della democrazia, paladino dei diritti dei più deboli, delle minoranze, femminista al punto giusto, e consapevole di cosa voglia dire essere una vittima del sistema, sentendosi discriminati per ciò che si è.

Sessant’anni vissuti a pieno, quindi, senza rimpianti e con ben pochi rimorsi, sessant’anni spesi alla rincorsa del sogno di un’America aperta a tutti come spiega nei podcast registrati di recente al fianco dell’amico Bruce Springsteen e intitolati Renegades: Born in the USA (disponibili su Spotify).

Vinse persino il Premio Nobel Obama per questo sogno, nel 2009 a pochi mesi dalla sua elezione, e nel libro descrive dettagliatamente quanto avvenuto quel giorno, prima della cerimonia: «Dalla finestra del nostro hotel di Stoccolma scorgemmo una folla che reggeva in mano una candela accesa…alla luce tremolante di quelle candele riuscii a intravedere una manifestazione dello spirito di milioni di persone in tutto il mondo. Dal soldato americano in un avamposto a Kandahar, alla madre iraniana che insegnava a leggere alla propria figlia, all’attivista russo che si batteva per la democrazia e si faceva coraggio in vista della prossima protesta. Dalla folla salirono poi queste parole: Qualsiasi cosa tu faccia non sarà abbastanza. Provaci comunque».

Buon compleanno Mr. President, ora è tempo di soffiarle quelle candele e, perché no, di cominciare a scrivere un nuovo capitolo.


Maria Irene Phellas

Da buona “sociologa” ho sviluppato, nel tempo, un forte senso di comunità. Mi piace la buona tavola e sono affascinata dalle diverse culturE del mondo; ho un debole per tutto ciò che è scritto e per chi cammina fuori dal seminato, e nel farlo ci mette il cuore.

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