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Esplosione al porto di Beirut, il Libano è in ginocchio

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A due giorni da una tragica esplosione dalle circostanze ancora poco chiare, il Libano si ritrova ad affrontare l’ennesima crisi, tra le più gravi della sua storia recente.


Sono passate meno di 48 ore dai tragici eventi di Beirut. Dopo la terribile esplosione di martedì pomeriggio, il bilancio ancora in evoluzione è di almeno 135 morti, 5mila feriti e 300mila sfollati, più altre persone ancora disperse. Un’autentica tragedia, in un paese martoriato da una crisi economica e politica e colpito dalla pandemia da covid-19.

La prima reazione, di fronte alle immagini e ai video che hanno fatto subito il giro del mondo, è stato lo sgomento: l’esplosione è avvenuta nel porto di Beirut e ha interessato buona parte della capitale. Per avere un’idea della potenza, basti citare due dati: l’esplosione è stata avvertita a Cipro, ovvero a circa 200 kilometri di distanza, e ha eguagliato l’energia di un terremoto compreso tra i 3.5 e i 4.5 della scala Richter.

Accanto alla conta dei morti, dei feriti e dei dispersi, un altro dato rende bene l’idea delle difficoltà che il paese si ritrova ad affrontare: il Libano importa l’80 percento del cibo che consuma e una fetta importante di quelle importazioni passa proprio dal porto di Beirut, del quale ormai non restano altro che macerie. Secondo le stime del governatore della città Marwan Aboud, i danni ammonterebbero a 3,5 miliardi di dollari.

Allo sgomento, segue il dolore. Gli ospedali della città, già sottoposti a uno stress non indifferente dovuto sia alla pandemia sia ad una crisi economica che ha prodotto una penuria di materiali, si ritrovano a gestire l’emergenza in condizioni pietose, al punto che alcuni dei feriti vengono curati nei parcheggi e altri ancora trasportati nelle strutture sanitarie dei paesi vicini.

Mentre il lutto di chi ha perso tutto, di chi non ha più una casa, di chi si ritrova di fronte all’ennesima tragedia, non può essere ancora pienamente elaborato dato il bilancio provvisorio dell’accaduto, c’è un altro sentimento che serpeggia più forte di prima nella popolazione libanese: la rabbia. Già, perché se è vero che al momento manca una ricostruzione ufficiale e le cause dell’esplosione sono ancora poco chiare, alcune delle indiscrezioni seguite immediatamente alla tragedia sono state confermate e gettano un’ombra su una classe dirigente già ampiamente screditata, a giudicare dalle proteste che hanno attraversato il Libano nell’ultimo anno.

Nel luogo dell’esplosione, precisamente il magazzino 12 del porto di Beirut, erano stipate infatti 2750 tonnelate di nitrato d’ammonio, un materiale utilizzato come componente di molti tipi di esplosivi. L’aspetto ancora più assurdo della vicenda è come quelle 2750 tonnelate di nitrato di ammonio siano arrivate lì e ci siano rimaste.

In base alla ricostruzione fornita da Al Jazeera, il carico sarebbe arrivato a Beirut nel settembre del 2013, a bordo di una nave battente bandiera moldava diretta dalla Georgia al Mozambico. Costretta da un guasto ad attraccare e bloccata dai funzionari libanesi, la nave è stata successivamente abbandonata dal suo equipaggio e il suo carico collocato nell’hangar 12 del porto. A giugno del 2014 il direttore della dogana ha chiesto espressamente alla magistratura di risolvere il problema e altri funzionari hanno reiterato la richiesta almeno altre cinque volte dal 2014 al 2017. Tra le proposte avanzate, l’esportazione del carico, la consegna all’esercito o la vendita a una società libanese di esplosivi. Ebbene, nessuna di queste richieste ha ricevuto una risposta ufficiale da parte delle autorità, fino alla tragedia di martedì.

Ovviamente viene da chiedersi come sia stato possibile abbandonare un carico così pericoloso e abbondante a due passi dal centro di Beirut. Incuria? Al momento la versione ufficiale sembra quella di un incidente provocato da negligenza e il governo ha già annunciato che i colpevoli saranno assicurati alla giustizia. Tuttavia, a giudicare dal parere di alcuni esperti e al netto di una ricostruzione ufficiale che al momento non c’è, permangono alcune opacità di fondo.

In un’intervista al Corriere della Sera, Danilo Coppe (uno tra gli esplosivisti più conosciuti in Italia), ha affermato senza troppi giri di parole che il nitrato d’ammonio da solo non può aver provocato quell’esplosione. Sulla base dei video circolati in rete e della sua esperienza in fatto di esplosivi, Coppe ha affermato: «Non credo che al porto di Beirut ci fosse quella quantità di nitrato di ammonio, né che ci fosse un deposito di fuochi d’artificio. A giudicare dai video mi sembra di più un’esplosione di un deposito di armamenti». L’elemento chiave sarebbe il colore della nuvola di fumo: mentre di norma il nitrato di ammonio produce una nuvola gialla, nei video si vede una nuvola arancione tendente al rosso, indizio della presenza di litio, propellente per i missili militari.

D’atronde, in un intervento all’Onu di due anni fa, il premier Benjamin Netanyahu denunciava la presenza di tre depositi di missili di Hezbollah a Beirut, uno allo stadio, uno all’aeroporto e uno proprio nel porto. Non per caso citiamo Israele, dal momento che in base alle prime voci (successivamente smentite), alcuni esponenti di Hezbollah avrebbero parlato di sabotaggio israeliano. E non è un caso se la smentita sia arrivata a stretto giro: per un gruppo paramilitare che al momento sostiene il governo di Hassan Diab, sarebbe complicato ammettere la presenza di un proprio deposito di armi, custodito male nel cuore della città.

D’altro canto, lo stesso ministro degli esteri israeliano ha smentito qualsiasi coinvolgimento di Israele nell’accaduto. Unica (rumorosa) voce fuori del coro quella di Moshe Feiglin, ex parlamentare israeliano libertario e ultranazionalista, che in un post su Facebook ha affermato: «Oggi Tu B’Av [festività israeliana simile a San Valentino, ndr], è un giorno di gioia – e un vero ed enorme grazie a Dio e a tutti i geni e agli eroi (!) che hanno organizzato questa splendida celebrazione».

C’è inoltre chi ha accusato in modo non troppo velato la stessa Hezbollah: in un tweet (successivamente cancellato), il direttore esecutivo di Human Rights Watch Kenneth Roth si è chiesto se quell’esplosione non fosse un avvertimento ai giudici incaricati di dirimere il caso Hariri, ovvero l’attentato del 2005 in cui è rimasto ucciso l’ex premier libanese e per il quale erano accusati quattro presunti membri di Hezbollah.

La sentenza del tribunale speciale dell’Onu, attesa per venerdì, è stata posticipata al 18 agosto, in segno di rispetto per le vittime. Resta quantomeno un dubbio su Hezbollah: si può essere disposti a distruggere un’intera città in un paese che di fatto si governa pur di posticipare di qualche giorno una sentenza che riguarda alcuni ex membri della propria organizzazione? Al di là di ciò, non sono in pochi a rimproverare a Hezbollah le sue responsabilità nella crisi che attraversa il paese, dato il suo rifiuto netto delle condizionalità imposte dal FMI per sbloccare i prestiti e la volontà di proseguire nello scontro con Israele, in un quadro geopolitico che coinvolge anche e soprattutto Iran e Stati Uniti. Mentre dunque tutte le ipotesi sulle cause dell’incidente sono sul tavolo, che si tratti di incuria o di qualcos’altro, al momento la vera priorità per la comunità internazionale è aiutare il Libano a rialzarsi.


 
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Francesco Puleo

Caporedattore. Mi occupo di esteri su Attualità e di storia e filosofia politica su Orizzonti. Scrivo da sempre, per mettere in ordine le idee e capire da che parte stare stare.

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