Macron vuole coesione. I partiti tradizionali non vogliono sparire

Le difficoltà per il più giovane presidente della storia di Francia sono appena cominciate. I primi momenti che hanno visto venire alla luce la nuova presidenza francese sono stati da subito tesi. Con una coalizione tutta da creare, sarà la “convivenza tollerante” la strategia del neoeletto Emmanuel Macron per mettere insieme le diverse istanze, quelle uscite sconfitte dal primo turno delle elezioni, esclusi gli estremi da una parte Mélenechon e dall’altra parte Le Pen.

Niente sarebbe più adatto di una grande Assemblea Nazionale di intesa tra centro-destra e centro-sinistra, ma solo dopo aver fatto un po’ di ordine. Il riassetto potrebbe costare, a tutto vantaggio di Macron, la caduta definitiva dei partiti tradizionali, già messi da parte al secondo turno delle presidenziali.

Il 39enne Macron ha annunciato la nomina del 46enne Edouard Philippe, il sindaco di centro-destra di Le Havre, come suo primo ministro. Decisione controversa e subito contestata, come sempre accade. Philippe è un moderato, ex fedelissimo di Juppé con un passato – molto lontano – di socialista e soprattutto è un nome nuovo. Un mixage che lo ha reso senza dubbio appetibile per la nomina a premier. Non è stato lo stesso per molti Francesi, per i quali è abbastanza sconosciuto o addirittura malvisto per la sua attività di scrittore di romanzi intrisi di un certo “machismo”, dopo promesse su un primo ministro donna.

A tutto ciò si aggiunge l’accusa al presidente di voler creare scompiglio tra le parti, con un’assemblea che dovrà essere necessariamente più di sinistra – con all’orizzonte le legislative dell’11 giugno – per destabilizzare l’esecutivo adesso in mano ai Républicains. C’è confusione e aria di tensione soprattutto a destra. Alcuni politici repubblicani hanno “disertato” Macron e il suo centrismo. Molti altri continueranno a combattere come un’opposizione unita. Essendo riuscito a convincere Philippe a dirigere il suo governo, tuttavia, il presidente francese ha tolto del terreno sotto i piedi degli oppositori di un centro-destra disunito. 

La scelta di Philippe, in gran parte tattica e progettata per disorientare ulteriormente i partiti tradizionali, è stata seguita – e potremmo dire rafforzata – dalla nuovissima composizione del governo, che comprende una vasta rappresentanza di destra e di sinistra, oltre a una manciata di non-politici provenienti dalla società civile e persino un attivista ambientale – una celebrità in Francia – tra le file dei ministri. Francois Baroin, quel possibile premier che si era annunciato tra i papabili, ha parlato di un Macron “dinamite” per i vecchi partiti. Se il liberale in forze ai Républicains potrebbe aver azzeccato l’accusa più vicina alla verità, certamente ha sbagliato il termine, decisamente infelice di questi tempi in Francia.

Macron non è rimasto in silenzio, e ha predicato equilibrio – a partire dal suo discorso di insediamento mirato alla coesione politica e nazionale, fino ad arrivare alla formazione di governo per metà uomini e per metà donne – sostenendo un’azione politica non interessata a tattiche personali, o al bene del suo nuovo partito, ma indirizzata a trasformare la Francia in un modello di efficienza economica e di responsabilità sociale anche a partire da una base politica apparentemente instabile, non completamente – e non convintamente – schierata già dal ballottaggio.

Macron ha messo in chiaro le cose. Il riferimento va alle 24 ore di ritardo sull’annuncio della squadra di governo: giusto il tempo di controllare le credenziali e il rapporto col fisco di ogni nuovo ministro. Una mossa ben studiata per anticipare eventuali scandali – possibile strumento delle opposizioni pronte a fare paragoni al passato – alcuni dei quali arrivati durante il governo dell’ex presidente Francois Hollande nei suoi primi giorni e, per citarne un altro, quello più recente che ha rovinato la campagna elettorale del candidato repubblicano, Francois Fillon. Ogni membro del governo ha stipulato un “accordo”, un impegno etico di fronte la Francia e i suoi cittadini. Una retorica già vista ed efficace fino al prossimo polverone politico. Nient’altro che un messaggio di diversità dal passato per i cittadini ancora scettici verso Macron, un modo istituzionale di rompere con le precedenti amministrazioni.

In questo scenario politico, un fallimento della presidenza di Macron potrebbe portare direttamente a un vincente Front National per la prossima tornata presidenziale. Le Pen può infatti affermare che il suo partito conduce ora l’unica seria opposizione a Macron, ma il futuro ha già una macchietta: la sua ambiziosa nipote, Marion Marechal-Le Pen, si è dimessa da tutte le sue cariche politiche – si legge “per motivi personali e familiari” – entro poche ore dalla vittoria del candidato di En Marche! senza neanche considerare la possibilità di candidarsi alle legislative di giugno.

Emmanuel Macron, non risulterebbe comunque un episodio isolato di congiunzione tra diverse parti politiche e soprattutto non sarebbe da solo in Europa nel successo di tale impresa: la stessa cancelliera tedesca, Angela Merkel – incontrata dal francese appena una settimana fa – ha avuto più successo elettorale come presidente delle larghe intese che dei soli Popolari tedeschi.

Daniele Monteleone


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