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Cruz e Kasich dicono basta: le chiavi del partito repubblicano a Donald Trump

E alla fine vince Trump. Non ci sono più dubbi ormai. I ritiri di Ted Cruz e di John Kasich hanno sancito definitivamente la vittoria del tycoon alle primarie del Partito repubblicano. Crolla così la speranza del Grand Old Party di arrivare alla Convention di Luglio con una maggioranza relativa, priva quindi dei 1237 delegati necessari alla nomination ufficiale.

Una possibilità fino a qualche settimana fa, che sembrava irraggiungibile per Donald Trump. I successi netti di New York e del Super Tuesday del 27 Aprile avevano sì rinvigorito la fiducia, già di per sé elevata, dell’imprenditore newyorkese, ma, nessuno, Trump incluso avrebbe pensato di poter vedere chiusa la pratica a più di un mese dal termine delle primarie. Anche perché in pochi avrebbero presagito una sconfitta così larga nei numeri del duo “Cruz-Kasich”, in quello che appariva come un terreno di gioco, l’Indiana, favorevole al lato conservatore e tradizionale del Gop. E invece, le fallimentari percentuali di entrambi, 36,7 per il senatore del Texas e poco più del 7 per il governatore dell’Ohio, a fronte del 53 percento di Trump hanno accelerato in maniera sorprendente il tutto, lasciando ai due sconfitti ben poche altre alternative se non quella di una decisa e pronta ritirata. Un duro colpo, non solo per i candidati, ma soprattutto per l’intero establishment del partito repubblicano che aveva remato contro la scalata dell’imprenditore.

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(credit: ilpost.it)

Adesso è già giunto il tempo delle valutazioni post-primarie. Tanto degli elettori quanto degli esponenti politici dello stesso. Se sui social impazzano già i primi hashtag in una direzione o nell’altra, (#NeverTrump o #todayimademocrat su tutti), resta da capire cosa faranno i diretti interessati e sconfitti, Cruz e Kasich. Ad oggi, sembra difficile che possano supportare Trump, soprattutto dopo una campagna elettorale velenosa, fatta di attacchi personali e riferimenti persino alle rispettive consorti. È facile sostenere come la spavalderia e i messaggi spiccioli e tipicamente esaltanti la grandezza degli States abbiano caratterizzato il successo di Trump, ma dall’altra è altrettanto evidente quanto la conduzione delle primarie dell’imprenditore possano ritorcergli contro da adesso in poi.

Dalle primarie, come ampiamente temuto da vari esponenti repubblicani, esce fuori un partito pericolosamente spaccato sul da farsi. In questo senso, vanno registrate le parole “unitarie” del chairman del Republican National Committee, Reince Priebus, senza dubbio dovute, per rendere all’esterno, e all’avversario democratico, l’immagine di un partito pronto a ricompattarsi attorno al candidato vincitore delle primarie.

Adesso la palla passa al tycoon, il quale dovrà mostrare una capacità di mediazione, mai messa in mostra durante tutta la campagna elettorale. In particolare, verso quella fetta di repubblicani, tra senatori e governatori del Gop, con cui egli ha pesantemente discusso. Di certo, non sembrano propensi a ripensamenti di alcun genere i due Bush, George H.W. e Gerge W., gli unici ex presidenti repubblicani ancora in vita, i quali hanno già espresso il loro deciso “no” a sostenere Trump nella corsa alla Casa Bianca. Come loro, però, anche altri esponenti repubblicani. Al punto che, ad oggi, appare tutt’altro che impossibile l’eventualità che molti propendano per il voto di protesta, scegliendo la democratica Clinton o persino un indipendente, piuttosto che il repubblicano Trump.

Mario Montalbano


 

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