Q-Force, quando le sole buone intenzioni non bastano

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Q-force, la serie animata legata al mondo LGBTQ+ targata Netflix, ha deluso aspettative che erano altissime. Vediamo perché. 


Ricordate Jack di Will & Grace? Sean Hayes, proprio il famoso omosessuale irriverente che negli anni ’90 ha animato i pomeriggi di milioni di ragazzi, oggi ha creato e doppiato Q-force, una serie animata targata Netflix uscita il 2 settembre scorso. Le aspettative altissime sono state deluse già con l’uscita del promo che mostrava solo parte dei cliché che la serie tv ha portato in scena. 

Q-Force – da queer force per l’appunto – mostra quattro personaggi della comunità LGBTQ+ in avventure di spionaggio degne dei peggiori riassunti di di James Bond. Il protagonista, doppiato dallo stesso Sean Hayes, è un’aitante spia con abilità fuori dall’ordinario di nome Steve Maryweather, il quale in seguito al suo coming out pubblico non viene licenziato dalla sua azienda, ma esulato nella West Hollywood, famoso per essere il quartier generale della comunità LGBTQ+ americana.

Trasferitosi, Mary (nome di per sé utilizzato anche al femminile) inizia una nuova missione: forma la Q-Force. Di questa squadra fanno parte Twink, il maestro del travestimento e impersonato da una drag queen, Stat, una Lisbeth Salander hacker espertissima, e Deb, una meccanica capace di costruire qualunque tipo di auto degne delle tecnologiche Tesla. 

Le due lesbiche, Deb e Stat, impersonano i cliché classici del genere: una delle due è la classica butch nera con poteri da Bob l’aggiustatutto che organizza barbecue ecosostenibili che ha fuso conti in banca e vita privata con la compagna durante le prime due ore del primo appuntamento. Questi personaggi sono accomunati, inoltre, dall’odio per un nuovo membro del team, l’eterosessuale e omofobo Rick Buck.

Un mare di cliché 

I personaggi partono dalla volontà di deridere i luoghi comuni sui gay e finiscono per portarli tutti in scena con la volontà di far ridere e creare siparietti comici degni delle serie tv di quart’ordine degli anni ’80. La serie tv sembra esser rimasta al 2005, quando i telefilm queer portavano in scena personaggi che ai tempi non erano conosciuti e avevano uno scopo informativo e divulgativo. 

Nel 2021 la comunità queer non può e non dovrebbe essere etichettata o diversificata nei soliti personaggi che creano ilarità nel pubblico medio che non ha contezza delle effettive sfaccettature della comunità LGBTQ+. Proprio ciò che la serie cercava di esorcizzare ha finito per mostrarlo e deriderlo con battute così vintage che avrebbero un senso solo se i protagonisti indossassero la toga romana.

Twink, la drag queen, ogni qualvolta provi a confrontarsi con il suo collega omofobo rivive i suoi traumi; il protagonista Mary per quanto possa avere un fisico super palestrato è costantemente presentato sotto una luce a dir poco femminilizzante che non fa altro che consolidare il cliché per cui un gay è poco mascolino e molto femminile (tenero, più sensibile di un etero e il migliore amico di ogni donna etero che si rispetti). La coppia lesbica ha condiviso lo stesso tetto e conto in banca fin da subito e da un momento all’altro ci si aspetta che un gatto irrompa dallo schermo portando le fedi nuziali. L’unico ruolo eterosessuale, casualmente, combacia con un omofobo da osteggiare.

Onnipresenti i riferimenti all’ossessione per le dating app, ai ruoli nel rapporto sessuale, la mascolinità assolutamente tossica non tanto da omofobo di Buck quanto da omosessuale represso. Le battute che cercano di strappare una risata al pubblico sono datate anni ’70, sentite e risentite nei peggiori bar della West Coast e si basano sull’immagine di una comunità LGBTQ+ diversa da quella attuale. 

Probabilmente questa serie animata sarebbe stata un successo molti anni fa sia per l’irriverenza di rendere un gay una spia sia per i luoghi comuni che denotavano la comunità LGBTQ+. Una serie animata che probabilmente avrebbe potuto combattere i pregiudizi da nastro viola degli anni ’80, ma che ad oggi sembrano più ghettizzanti degli omofobi che sorridono dicendo “Nulla di male, ho amici gay, ma…”.

Un’occasione mancata

Sean Hayes probabilmente è rimasto incastrato in un personaggio che in Will & Grace era perfettamente calato nel contesto storico in cui nasceva, ma che ad oggi non trova accoglimento nella comunità LGBTQ+. Il cast di doppiaggio della serie animata è l’unico punto di merito della stessa: Deb viene doppiata dalla formidabile Wanda Sykes, Rick Buck doppiato da David Harbour, l’Hopper di Stranger Things.

Il tentativo di Sean Hayes e Michael Schur (la storia è di Gabe Liedman) aveva tutti i presupposti per essere un buon prodotto televisivo per gli spettatori più piccoli e non solo, ma ha fallito cadendo nel vortice peggiore per una comunità LGBTQ+: la rappresentazione di macchiette superficiali ed insulse.


Simonetta Viola

Classe 1988, traduttrice freelance, web master e docente di Inglese, ethical hacker certificata.

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