Parità di retribuzione tra donne e uomini, la proposta della Commissione europea

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La Commissione europea ha recentemente proposto nuove misure per assicurare la parità di retribuzione tra donne e uomini a parità di lavoro.


Il 4 marzo scorso, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha presentato la proposta di una Direttiva sulla trasparenza salariale per garantire che nell’Unione Europea (UE) donne e uomini ricevano la stessa retribuzione per uno stesso lavoro. La proposta verrà ora discussa dal Parlamento Europeo, e poi passerà all’esame del Consiglio dell’UE, cioè delle rappresentanze ministeriali dei governi dei singoli Stati membri, che potranno anche decidere di non accoglierla.

In particolare, la Commissione ha proposto l’introduzione dell’obbligo di pubblicare, per i datori di lavoro con almeno 250 dipendenti, ogni informazione utile a far emergere il divario retributivo tra donne e uomini. E che a fini interni, in particolare, dovrebbe fornire informazioni sul divario retributivo tra dipendenti donne e uomini che svolgono lo stesso tipo di lavoro e che hanno affidata la stessa mansione.

Nella proposta si dice anche che, se risulta un divario retributivo di genere di almeno il 5% e se il datore di lavoro non è in grado di giustificare tale divario in base a fattori oggettivi neutri dal punto di vista del genere, i datori di lavoro dovranno rivalutare le retribuzioni, in collaborazione con le rappresentanze sindacali dei lavoratori.

parità di retribuzione

L’uguaglianza tra le donne e gli uomini rappresenta uno dei principi fondamentali sanciti dal diritto comunitario. L’interesse verso la parità di genere ha, infatti, radici profonde nella Comunità Europea e il desiderio di costruire una società basata sulla piena partecipazione dei generi alla vita economica, sociale, politica, culturale degli Stati membri sembrerebbe già iscritta nel Trattato istitutivo della Comunità Europea (TCE) con la previsione, all’art  119 TCE, del diritto alla parità di trattamento in materia retributiva.

Sebbene l’Unione europea sia formalmente impegnata verso la parità di genere, si sta muovendo verso l’obiettivo a passo troppo lento. Lo sottolineano i dati dell’ultimo rapporto fornito dall’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di genere (EIGE), che indica un divario del 5% a fronte di una media UE del 15%. Si tratta, tuttavia, di un dato relativo al gender pay gap che rappresenta solo una parte minoritaria della disparità di retribuzione complessiva tra uomini e donne, perché misura la differenza tra i salari orari medi espressi in percentuale del salario medio maschile. 

Se si considera, però, la retribuzione annua anziché la retribuzione oraria, il differenziale si allarga in conseguenza del minor numero di ore lavorate della componente femminile. E aumenta ulteriormente se si tiene conto del basso tasso di occupazione delle donne che, pur avendo le stesse caratteristiche produttive degli uomini che lavorano, restano inattive (di propria scelta o per decisione altrui), e sono quindi a salario zero.

Per fornire una misura realistica del differenziale retributivo di genere nell’UE, Eurostat ha sviluppato un indicatore, denominato gender overall earnings gap, che misura l’impatto di tre fattori specifici – guadagni orari, ore retribuite e tasso di occupazione – sul reddito mensile medio di uomini e donne in età lavorativa. Il valore di questo indicatore è risultato del 40% nell’Unione europea e del 44% in Italia. 

Nella sua strategia per l’uguaglianza, la Commissione europea ha previsto l’introduzione di misure vincolanti sulla parità retributiva entro la fine del 2021 per migliorare la situazione. Di tali misure, tuttavia, non si è più parlato e le scadenze per la loro entrata in vigore potrebbero slittare a causa della pandemia.

Malgrado i numerosi provvedimenti già emanati, quel che è certo è che l’UE deve impegnarsi per progredire più rapidamente verso l’obiettivo della parità di genere, nel tentativo di assicurare la tutela effettiva di uno dei principi fondanti il processo stesso di integrazione, qual è il principio di non discriminazione. 


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