L’immortalità di Shakespeare

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Ricorre oggi l’anniversario di morte (e per tradizione anche quello di nascita) di uno dei drammaturghi inglesi più famosi di sempre: William Shakespeare.


Pochi autori sono riusciti a portare sul palcoscenico personaggi in modo reale e “umano”, dipingendo i contorni dei loro vizi e delle loro virtù, e facendoli entrare nel patrimonio culturale, quasi genetico, del proprio pubblico: uno di questi è senz’altro William Shakespeare.

Tanto poco si conosce della sua vita privata, quanto invece prolifica e abbondante è stata la sua produzione (non solo teatrale) giunta fino a noi. Tradizione vuole che William sia nato il 23 aprile del 1564 (il battesimo pare sia avvenuto il 26): il giorno preciso è impossibile da stabilire con certezza, così per consuetudine si è scelto il giorno di San Giorgio, patrono d’Inghilterra. Del resto, quale giorno migliore per far nascere uno dei poeti più rappresentativi di un popolo, come quello del suo santo patrono, la cui croce ha ispirato persino la bandiera (croce rossa su fondo bianco). Abbastanza certa, invece, la data della sua morte, avvenuta sempre il 23 aprile di 52 anni dopo, nel 1616: coincidenze su coincidenze, che ammantano di fascino una figura che con le sue opere ha ammaliato (e continua a farlo) generazioni intere.

Le opere, la popolarità e il Globe Theatre

Trentasette opere teatrali, di cui 12 tragedie e 15 commedie, 154 sonetti, 700 sterline il guadagno annuale dal teatro: numeri che di certo non possono rendere l’idea della grandezza di questo autore.

Nel 1590 lascia la sua città natale Stratford per trasferirsi a Londra dove lavora come attore ma soprattutto come drammaturgo; solo tre anni dopo i teatri vengono chiusi per la peste (vi suona familiare?), per poi riaprire l’anno successivo: ormai la popolarità di Shakespeare come autore è affermata, e la sua compagnia, The Chamberlain’s Men (poi The King’s Men, con Giacomo I), è la più popolare di Londra, venendo invitata persino a corte dalla regina Elisabetta I.

Essere apprezzati in vita è un privilegio di cui spesso molti artisti non hanno la fortuna di godere: Shakespeare sicuramente non è tra questi. Egli non poteva vivere in un momento più propizio per il suo genio: in quegli anni, infatti, il teatro è tra i generi più in voga nella Londra elisabettiana, sebbene egli stesso si renda conto della effimera carriera che spesso investe i teatranti, come scrive nel Macbeth nella sua metafora sulla caducità della vita («La vita non è che un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia e si agita su un palcoscenico per il tempo a lui assegnato, e poi nulla più s’ode»). Le sue opere riescono a far presa su ogni tipo di pubblico: dagli umili ai reali, tutti si rispecchiano in quei personaggi autentici, veri, che appaiono moderni persino ai giorni nostri.

Nel 1599 viene costruito il Globe Theatre a Londra, il teatro in legno dove verranno rappresentate per la prima volta molte sue opere: Amleto, Otello, Re Lear. Saranno questi gli anni più prolifici per lui, anni in cui verranno composte opere senza tempo quali Molto rumore per nulla, Le allegre comari di Windsor, Come vi piace, Giulio Cesare.

Shakespeare

Le influenze classiche e l’amore per l’Italia

Già a scuola Shakespeare studia il latino e le opere classiche, sia poetiche che storiche, e questo influenzò gran parte della sua produzione: Plauto, Ovidio e Seneca furono tra gli autori da cui trasse maggiore ispirazione, oltre che ovviamente i suoi conterranei come Christopher Marlowe e lo storiografo Raphael Holinshed.

Ma di sicuro ciò che salta più all’occhio pensando alla sua opera, è l’amore incondizionato per il Bel Paese, ambientazione prediletta dei suoi testi più celebri (quasi un quarto delle sue opere): un amore davvero incondizionato, fatto di pura immaginazione, considerato che, probabilmente, Shakespeare in Italia non ci ha mai messo piede.

Ebbene sì: nonostante alcuni studiosi ipotizzino di un suo viaggio in Italia, nonostante qualcuno gli abbia persino attribuito lontane origini italiane, le voci più autorevoli sono concordi nell’affermare che Shakespeare non abbia mai visitato il nostro Paese.

Ma perché questo legame? Sicuramente a quel tempo la cultura italiana godeva di ottima fama: la commedia dell’arte, ad esempio, ha avuto forti influenze sul teatro elisabettiano, e molte compagnie italiane erano solite viaggiare attraverso l’Europa; per non parlare di come il Bel Paese influenzasse la moda, i costumi, l’arte, testimonianza del fatto che lo scisma anglicano non riuscì a interrompere il flusso creativo e artistico esistente tra i due Paesi.

Shakespeare studiò molto i testi di Giovanni (John) Florio, lessicografo e umanista inglese di origine italiana a cui si deve gran parte della diffusione della cultura italiana proprio in Inghilterra (fu il primo a tradurre in inglese Boccaccio): in Italia si parla il linguaggio dell’amore con Boccaccio e Petrarca, quello della politica con Machiavelli, quello del sapere delle Università, e Shakespeare ne rimane estasiato, decidendo di legare per sempre questa terra alle sue opere. Pur non avendola mai vista.

Shakespeare e la sua fortuna

Chiedersi come sia possibile che il successo e l’interesse nei confronti di Shakespeare anziché diminuire, aumenti sempre di più, sarebbe inutile. E questo perché, in effetti, non c’è una risposta. Quando questa domanda fu fatta a Gigi Proietti, parlando del suo Globe Theatre a Roma, lui rispose: «È come se uno chiedesse perché si fa ancora la tragedia greca. Questi si chiamano classici perché non chiudono, non finiscono mai di interessare. Il seme di questi grandi lavori non può finire […]: l’Amleto non è che può finire o si può farne solo delle riletture, è inevitabile e necessario perché è un caposaldo del teatro occidentale, mondiale, tra le altre cose. E noi qui al Globe Theatre cerchiamo di farlo conoscere […], cerchiamo di leggerlo insieme col pubblico».

Non solo teatro, ma anche trasposizioni cinematografiche hanno contribuito alla fortuna del Bardo inglese; le sue storie d’amore tormentate, costellate di gelosia, invidia, passione sono state oggetto di molte pellicole, alcune più fedeli all’opera originale (per citarne solo una, Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli) e altre abbastanza distanti e soltanto lontanamente “ispirate a”.

Per non parlare della pittura: William Blake, Johann Heinrich Füssli, Hayman, Hayez sono soltanto alcuni degli autori che hanno raffigurato su tela scene tratte delle opere shakespeariane. Nemmeno la musica è stata esente dal suo tocco: pensiamo all’Otello di Giuseppe Verdi, o al Macbeth.

Si potrebbe continuare a scrivere per ore di William Shakespeare, e probabilmente ci sarebbe sempre qualcosa da aggiungere. Ma una cosa è certa, che nessuno meglio di lui è riuscito a rappresentare quei turbamenti, quei drammi, quella complessità dell’animo umano, con i suoi sentimenti irrazionali, opposti e contrastanti, che caratterizzano l’uomo stesso e lo rendono tale; probabilmente è questo che ha reso William Shakespeare immortale.


Silvia Scalisi

Segretario di Eco Internazionale. Laureata in Giurisprudenza, alla passione per il diritto associo quella per la letteratura, il cinema e la musica.

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