La misteriosa morte di Elisa Lam al Cecil, l’hotel degli orrori

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Molti conoscono l’inquietante video della ragazza asiatica dentro l’ascensore, ma pochi sanno davvero la verità sulla sua fine misteriosa. Netflix ci racconta il caso di Elisa Lam.


Gennaio 2013. Una giovane donna dai tratti asiatici si trova all’interno dell’ascensore dell’Hotel nel centro di Los Angeles in cui alloggiava, il Cecil. Il suo comportamento è insolito, confuso e confusionario: preme diversi pulsanti, apparentemente a caso, esce ed entra dal vano in preda quasi a una strana danza; si nasconde, muove freneticamente le mani come se comunicasse con qualcuno o volesse allontanarlo. 

Sembra disorientata, spaventata. Dopo di ciò, “gira i tacchi” sparendo così dall’inquadratura della telecamera dell’ascensore. Elisa Lam verrà ritrovata diciannove giorni dopo, per puro caso, dentro una delle cisterne poste sul tetto del Cecil. Morte per annegamento. Ma come è arrivata lì?

Aveva 21 anni quando è morta, Elisa Lam. Quell’età in cui lei, la morte, non è contemplata. L’età in cui ci si sente invincibili, intoccabili, immortali. La morte non esiste. Ma non per lei, non per Elisa, la brillante studentessa di Vancouver amante dell’arte e dell’architettura, ma logorata da un mostro troppo grande da affrontare: la depressione e il suo disturbo bipolare. 

Di questo “mostro” parlava sulle pagine virtuali del suo microblog su Tumblr, a cui affidava sovente le sue tristezze: parlava di un mostro «tenuto a bada», che la faceva sentire «diversa» dagli altri e che ha voluto sfidare, partendo sola per un viaggio sulla West Coast, per ritrovare, o meglio, conoscere se stessa. Approderà a Los Angeles e così al Cecil, da cui non farà più ritorno.

Il Cecil, monumento all’orrore

Un caso, quindi, controverso ed enigmatico che la docuserie Netflix Sulla scena del delitto: il caso del Cecil Hotel, cerca di raccontarci. Quattro episodi, di circa 50 minuti l’uno, in cui il regista Joe Berlinger raccoglie testimonianze e testimoni seguendo il fil rouge delle indagini, ipotesi e scoperte compiute non tralasciando, tuttavia, il contesto e il luogo in cui si è consumata la criptica tragedia, il delitto di Elisa Lam.

Il Cecil Hotel, poi divenuto “Stay on Main” nel 2017, fu costruito nel 1924 assistendo quasi subito al declino americano causato dalla Grande Depressione del ’29. Risorgendo come una fenice divenne negli anni ’40 luogo in, con le sue 700 camere, per poi esser svalutato notevolmente a causa del quartiere in cui esso sorge, Skid Row, sempre più popolato da indigenti, senzatetto, prostitute e dove è presente un alto tasso di criminalità. 

Negli anni ’50 l’hotel era visto come residenza per viaggiatori di passaggio e luogo dove, purtroppo, era possibile perpetrare crimini e nefandezze senza dar troppo nell’occhio, il tutto giustificato dal quartiere ormai malfamato.

Il Cecil, difatti, venne definito come l’«hotel degli orrori», connotazione che cozza con la decisione del Consiglio Cittadino di Los Angeles del 2017, di definire l’hotel un monumento storico-culturale, per quanto ciò sia vero. Al suo interno, tra componenti architettonicamente e storicamente degne di nota, o per meglio dire all’interno delle 700 stanze che lo animano, sembrava vibrasse una potenza negativa, talmente negativa da renderlo famoso per le scelleratezze lì avvenute.

«C’è una stanza in cui non è morto nessuno?»

Questa è la domanda che viene posta in una delle puntate della docuserie all’ormai ex direttrice del Cecil Hotel, Amy Tracy. Nessuna risposta, solo un profondo assordante sguardo. Omicidi, suicidi – venne anche etichettato come “Suicide Hotel” – sevizie, rapine, rituali satanici: numerose infatti sono le notizie a favor di cronaca. 

Come il caso di Elizabeth Short, nota come la Dalia nera, trovata morta nel 1947 in un parco della città californiana in condizioni terribili quanto curiose: il corpo era nudo, segato a metà; le viscere “nascoste” dietro le natiche  e il volto sfregiato. Il corpo era lavato e messo in posa come se attendesse di essere fotografato. Nessuna violenza sessuale fu rilevata dall’autopsia. 

Assassino seriale? Omicidio per gelosia scaturita dalla sua bellezza? Cosa che spiegherebbe il volto sfregiato. Il caso, che ottenne un’eco incredibile, ed è ancora irrisolto. L’unica certezza è che l’ultima volta in cui la Dalia Nera fu vista in vita, fu al bar del Cecil Hotel, poche ore prima di morire.

Sorte analoga per Goldie Osgood, detta “Pigeon Lady”, se non fosse che il suo corpo venne trovato direttamente all’interno della camera del Cecil in cui alloggiava, nel giugno del 1964. Violentata, accoltellata, strangolata: Goldie non ebbe la giustizia che meritava poiché anche per questo delitto non fu identificato il colpevole.

Nel 1985 il Cecil ospita Richard Ramirez detto Night Stalker, la cui storia ha ispirato l’omonima docuserie che troverete su Netflix. Occuperà una stanza dell’ultimo piano per cinque settimane dove, seguendo un puntuale rito satanico, mutila, stupra e tortura 14 vittime. Verrà condannato alla camera a gas, ma si suiciderà la sera prima dell’esecuzione.

Il caso Elisa Lam

Con un salto temporale ci ritroviamo al 2013, al caso Elisa Lam, fulcro della docuserie a cui il contesto fa da contorno con altrettanta importanza, stigmatizzando anche un certo classismo. Come detto, di questa giovane ragazza non resta che un video, fornito personalmente dalla direttrice Amy Tracy alla polizia di Los Angeles.

Il video, diventato virale, scatenò l’attenzione dei “segugi del web” – come John Lordan, youtuber, intervistato dal regista – persone comuni che si improvvisarono detective pensando, con un pizzico di presunzione, di poter risolvere un caso così difficile. 

Difficile sì, perché, se da un lato Elisa è sparita come se fosse stata inglobata tra le viscere di questo hotel che sembra non lasciar scampo, dall’altro l’ha lasciata andare nel modo peggiore possibile: morta. 

Il corpo è stato ritrovato da un addetto alla manutenzione, Santiago Lopez, per un caso “fortuito“: infatti, era salito sul tetto per dare un’occhiata alla cisterna dato che i clienti avevano esposto lamentele in merito all’acqua che sgorgava con un discutibile color marrone e aveva un retrogusto dolciastro.

Elisa galleggiava lì dentro, nuda, da 19 giorni dalla sua scomparsa, ulteriormente vittima delle intemperie dato che il coperchio era stato lasciato aperto.

Cosa è successo allora?

Quello che ci si chiede: è possibile trovare un nesso tra il video e la sua morte? Tentava di comunicare con quello che potrebbe essere il suo presunto assassino? Comunicava con qualche entità non visibile? Oppure era in preda a visioni dovute ad assunzione di droghe? Fatto sta che subito dopo si ritroverà sopra quel tetto, dove troverà la morte.

Intorno alla figura della giovane studentessa di Vancouver e alla sua misteriosa morte, ha iniziato ad aleggiare un’aura di cospirazione: c’è chi, dopo aver attenzionato il video e supposto che lo stesso sia stato manomesso (il timestamp è oscurato, le immagini rallentate/accelerate), mise sotto accusa il personale dell’hotel; chi asserì che Elisa Lam era un’agente governativa assoldata per infettare i numerosi senzatetto con la tubercolosi (inquietante coincidenza volle che il test della TBC avesse il suo nome) e che, dunque, la polizia di L.A. coprisse tutto; chi rivide nella sua morte la trama esatta del film horror Dark Water del 2002; chi asserì che fosse posseduta da qualche forza che la spinse a compiere l’insano gesto.

Teorie, tuttavia, smontate dai detective intervenuti per la realizzazione della serie, Greg Hading e Tim Garcia, dando per certa la soluzione più plausibile che non spoilereremo per chi, magari, sta venendo a conoscenza solo adesso di questo misterioso fatto di cronaca che nonostante gli anni passati e la sua archiviazione, lascia l’amaro in bocca e ancora molti interrogativi, soprattutto in chi non riesce proprio a credere nell’epilogo fornito.

La delicatezza invece della speculazione

Il regista Joe Berlinger riesce a donarci una delicatissima immagine di questa giovane ragazza andata via troppo presto: estremamente fragile, dai bui pensieri, ma con la forza e la voglia di sentirsi forte, uguale a tutti i coetanei mettendo a repentaglio, tuttavia, la sua sanità. 

Sempre con delicatezza ha cercato di narrare questa tragedia in modo tale da non “ucciderla nuovamente”, già vittima più volte dell’impietoso tam tam su internet che, giudicandola, è saltata a conclusioni affrettate quanto errate, per una manciata di like in più.La serie si discosta notevolmente dalle teorie complottiste in onore della verità nel pieno rispetto di Elisa Lam, una ragazza che aveva solamente bisogno d’aiuto. Nient’altro.


Alessia Bonura

Classe 1989, da sempre amante e poi cultrice dell'arte, specialmente contemporanea, amo comunicarla con una buona dose di critica e tanta passione.

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