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Le pessime previsioni della Commissione, dell’Istat e dell’OCSE

 
 

Le previsioni economiche mostrano una recessione in continuo peggioramento a vari livelli, con le istituzioni nazionali ed europee che sembrano essere immobili.


I dati diffusi dalle principali istituzioni internazionali e nazionali la scorsa settimana, hanno preso le sembianze di un bollettino di guerra e, ovviamente, non ci riferiamo al Bollettino della Vittoria del generale Diaz. I dati squadernati mostrano, nel dettaglio, come l’impatto economico del Covid-19 stia prendendo una pessima piega, con un tasso di disoccupazione “monstre” e un andamento del Pil in continuo ribasso. Analizziamo nel dettaglio questi dati.

Le previsioni economiche d’estate della Commissione europea mettono in evidenza come la caduta del prodotto interno lordo rispetto al dato precedente (previsioni economiche di primavera) si sia ulteriormente aggravata. L’Italia ha ottenuto la poco invidiabile posizione di maglia nera europea, con una caduta stimata di 11,2 punti percentuali. Stime oltre il 10% sono date anche per Francia e Spagna. Il dato preoccupante mostrato nel documento è la maggiore divaricazione degli effetti economici fra gli Stati membri e negli Stati membri. La pandemia sta acuendo le diseguaglianze all’interno dell’Europa, come ha dichiarato il Commissario agli Affari Economici Paolo Gentiloni: «Le previsioni odierne dimostrano gli effetti economici devastanti della pandemia. In tutta Europa la risposta politica ha permesso di ammortizzare i danni per i nostri cittadini, ma la situazione rimane caratterizzata da disparità, disuguaglianze e insicurezza crescenti».

Il concetto è ribadito ulteriormente all’interno del documento: «Lo shock subito dall’economia dell’UE è simmetrico, in quanto la pandemia ha colpito tutti gli Stati membri, ma si prevede che tanto il calo della produzione nel 2020 quanto il ritmo della ripresa nel 2021 saranno caratterizzati da notevoli differenze. In base alle previsioni attuali, le differenze a livello di entità dell’impatto della pandemia e di rapidità del recupero nei diversi Stati membri saranno ancora più pronunciate rispetto a quanto previsto in primavera». Unico dato positivo è l’indicazione che il peggio, dal punto di vista economico, dovrebbe essere alle spalle, salvo una nuova esplosione pandemica.

Ancora peggiore è il contenuto dell’Employment Outlook dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse). Il quadro delineato mostra come il crollo delle ore lavorate nei primi mesi della pandemia sia di dieci volte superiore rispetto a quanto visto durante la Grande Recessione del 2008. Ovviamente, il tasso di disoccupazione non può che seguire l’andamento economico e mostra, nonostante gli sforzi messi in campo da tutti i Paesi, dati terrificanti. La disoccupazione, a livello globale, dovrebbe attestarsi all’11,4% alla fine del primo semestre di quest’anno, raddoppiando il tasso presente ad inizio 2020. Questo dovrebbe essere il picco dal quale, per tutto il resto di quest’anno e del prossimo, la disoccupazione dovrebbe digradare. In caso però di un secondo shock pandemico, il tasso raggiungerebbe il livello ragguardevole del 12,6%.

Fonte OCSE

L’Italia, secondo i dati Ocse, è uno dei Paesi maggiormente colpiti dove le ore lavorate sono crollate di oltre il 30%. Il tasso di disoccupazione non è esploso soltanto grazie alle misure messe in campo dal Governo, sebbene alcune categorie quali i lavoratori con contratti a termine, solitamente giovani, e gli autonomi abbiano pagato il costo della loro scarsa protezione sociale. Il problema per il nostro Paese, secondo l’Ocse, è calibrare l’uscita da queste misure straordinarie, insostenibili per le casse pubbliche nel medio termine, senza intaccare ulteriormente il tessuto occupazionale e senza fare esplodere una crisi sociale senza precedenti.

Dati leggermente migliori sono quelli forniti dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat). Per quel che concerne le vendite al dettaglio, il mese di maggio ha visto scongelarsi la situazione, dopo i mesi di quarantena precedenti, con una crescita del 24,3%. A trainare la crescita ha contribuito il settore non alimentare, che era crollato nei mesi di marzo e aprile. Su base tendenziale, il calo è stato del 10,5% divaricato fra settore alimentare, in calo del 20,4%, e quello non alimentare, in crescita del 2,8%. Anche la produzione industriale è ripartita dopo la stasi di aprile, segnando una crescita 42,1%. Su base annuale, il calo è del 20,3%: una diminuzione sostanziosa, trainata al ribasso soprattutto dal settore dei mezzi di trasporto (-37,3%).

Anche i dati provenienti dalla Nota Mensile del periodo maggio-giugno dell’Istat, per quanto non buoni, mostrano una situazione migliore di quella attesa, in particolare grazie alle politiche anticicliche messe in campo dal Governo: «I dati su redditi, consumi e mercato del lavoro sembrano riflettere gli effetti delle politiche di contrasto alla crisi segnando, nel primo trimestre, un calo del reddito disponibile delle famiglie nettamente meno ampio rispetto a quello del Pil nominale e un deciso aumento della propensione al risparmio. A maggio, si rileva una significativa crescita congiunturale delle vendite al dettaglio, con un parziale recupero degli acquisti di prodotti non alimentari. Prosegue invece la progressiva erosione dell’occupazione, seppure a ritmi moderati, mentre aumentano congiunturalmente le ore lavorate e il numero di persone in cerca di lavoro».

Un dato interessante per comprendere le condizioni economiche del nostro Paese, indicato in tutti i documenti presi in esame in precedenza, è quello sull’inflazione. In Italia sembra confermarsi un andamento in diminuzione, contrariamente a quanto accade negli altri Stati europei. Questo probabilmente sta a indicare sia l’aumento della propensione al risparmio (paura di consumare e investire in periodi di crisi), sia le difficoltà che un’ampia fetta della nostra popolazione sta affrontando in questo periodo. Come è facile intuire, un’economia in fase deflattiva peggiora le condizioni economiche generali, innescando il moltiplicatore keynesiano in modo negativo, e peggiorando la recessione in corso.

Le dolenti note della situazione attuale, oltre ai dati e alle previsioni, risiedono nella stasi che sembra pervadere il Governo nazionale e le Istituzioni europee, dove contrasti di bassa levatura ostacolano riforme che sarebbe necessario attuare il prima possibile. A livello nazionale, questo è evidente con gli scontri nel Governo giallo-rosso: le forze di governo dovrebbero estendere le misure anticicliche necessarie a fronteggiare la crisi (blocco dei licenziamenti, estensione della cassa integrazione, bonus per gli autonomi, sostegni alle famiglie, blocco dell’imposizione fiscale) almeno fino alla fine dell’anno. La data termine di queste misure – per alcune il 31 agosto, per altre il 30 settembre – si avvicina ma, al momento, nulla si muove sotto questo profilo.

Ancora peggiore è la situazione a livello europeo, dove quella guerra omnium contra omnes fra gli Stati membri che avevamo preconizzato si sta realizzando, nonostante le voci, anche autorevoli, che cercano di arrestarla. Il piano di stimoli comunitari “Next Generation EU” viene dichiarato come necessario da molte figure apicali, a prescindere dalle loro posizioni ideologiche, come Valdis Dombrovskis, Vicepresidente della Commissione (notoriamente considerato un falco), che ha dichiarato: «Al di là di qualsiasi altra considerazione, le previsioni sono un esempio eloquente della necessità di concludere un accordo sul nostro ambizioso pacchetto per la ripresa, “Next Generation EU”, per aiutare l’economia». Dichiarazioni dello stesso tenore sono state rilasciate dal Commissario Paolo Gentiloni (considerato una colomba): «Ecco perché è così importante raggiungere rapidamente un accordo sul piano di ripresa proposto dalla Commissione – per infondere nelle nostre economie, in questo periodo critico, sia nuova fiducia che nuove risorse finanziarie».

Da quello che pare di capire, però, queste prese di posizione non sortiranno effetti. Le coalizioni europee, che siano mediterranee, frugali, di Visegrad, anseatiche o di qualsivoglia genere, affilano le armi in vista del prossimo Consiglio europeo a guida tedesca. Un’approvazione e un’applicazione delle misure entro la fine di quest’anno appare essere una chimera e questa perdita di tempo costerà in termini sociali. La miopia e l’egoismo che affligge le classi dirigenti europee non permette di capire che quello europeo è ormai uno spazio economico interconnesso, dove le difficoltà di uno Stato membro hanno effetto sugli altri, o, per dirla in modo poetico, “nessuno può salvarsi da solo”. Un calo della domanda nei Paesi del mediterraneo provoca una riduzione delle esportazioni degli Stati del Nord Europa, con annessa diminuzione delle vendite, della produzione e a cascata dell’occupazione: un gioco nel quale tutti perdiamo.


 
Francesco Paolo Marco Leti

Francesco Paolo Marco Leti

Tesoriere di Eco Internazionale. Classe 1984, manager culturale, esperto in economia internazionale, storia dell’economia e storia del pensiero economico.

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