Il jazz suonava siciliano



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Di Daniele Monteleone – Possiamo dirlo: il jazz ha beneficiato del prezioso contributo dei Siciliani emigrati negli Stati Uniti. Non si tratta di una semplice influenza quella che arriva sulle navi da Palermo che approdarono in luoghi di fermento quali New Orleans, New York e (via terra) Chicago. Furono quei “musicisti da banda”, e in particolare i figli di emigrati, che da giovani si inserivano nelle bande cittadine, a cambiare il corso degli eventi e l’evoluzione della stessa musica nuova americana.

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I musicisti provenienti da oltreoceano nei primi del Novecento incontravano negli States la black music fatta di danze e cori, antenata del moderno gospel. Gli afroamericani conoscevano poco le tinte orchestrali. La trombetta, ad esempio, uno degli “strumenti da banda” a fiato ben più squillante della tromba, era una novità da quelle parti. E mentre i neri recitavano in disparte la loro musica di ribellione, si inserivano gli italiani meridionali.

Anche loro di pelle scura – tanto che venivano naturalmente accostati agli africani – i siculi ingaggiarono una vera e propria corsa all’ultima innovazione. La lotta fatta di esperimenti sonori tra i proto-jazzisti italoamericani e gli afroamericani era iniziata. Sarà infatti dall’incontro della tradizione musicale della minoranza nera e quella siciliana che nascerà quella miscela esplosiva che prenderà il nome di «Jass». I gospel, le marcette militari e i canti da lavoro fusi con l’opera lirica e le reminiscenze arabe: un ibrido frutto di anni di contaminazioni.

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Arriva la prima bomba Jass: registrato nel 1917 da Dominic JamesNick” La Rocca, siciliano di seconda generazione nato a New Orleans, il disco Dixieland Jass Band One-Step del 1917 fu un successo con oltre un milione di copie vendute. Un boom enorme considerato che ai tempi non esisteva ancora quella strategia promozionale e la capacità di diffusione che conosciamo oggi.

“Dixieland Jass Band One-Step”, Victor (1917)

Da notare è la dicitura “Jass” cambiata successivamente in Jazz, quella che conosciamo e utilizziamo oggi: si trattò di una trasformazione obbligata, forse a causa dell’ilarità che suscitavano gli scherzi di quei ragazzi che strappando dai manifesti la lettera “J” lasciavano l’appellativo ass («culo» in inglese). Come tutte le novità, si prendeva in giro anche quella musica, forse non ancora del tutto compresa e presa sul serio. Gli episodi esilaranti non fanno impallidire come le “leggi anti-jazz” approvate negli States contro la musica libera. Si comprende quali difficoltà e quale corrente di pensiero contraria incontrarono i musicisti in quel periodo di sperimentazione. Semplificando, i jazzisti non erano altro che degli eretici alchimisti in un Medioevo musicale novecentesco.

Togliendo la maschera – semmai ce ne fosse bisogno – a qualche personaggio musicale, partendo dai suoi dati anagrafici, si confermano le origini dei tantissimi artisti che spopolavano in diverse città statunitensi. Fa sorridere – ed anche riflettere – il tentativo di integrazione dei musicisti di origine italiana. Era attraverso la trasformazione del proprio nome o cognome che avveniva il camaleontico inserimento nella società e nella credibilità musicale. Negli Stati Uniti troviamo così nomi riadattati come Vincent Rose trasformazione da Vincenzo Cacioppo, Pete Rugolo al posto di Pietro Rugolo, Joe Venuti versione american di Giuseppe Venuti, giganti come Frankie Laine, creato ex novo da Francesco Paolo Lo Vecchio, e il grande Tony Scott, nome d’arte di Anthony Joseph Sciacca. E ce ne sono tanti altri che lasciarono un segno indelebile nel firmamento della musica del Novecento con il proprio nome “tinto” d’America. Non serve specificare alcun luogo di nascita, sarebbe superfluo. Tutta una schiera di musicisti di gran classe con un’innegabile eredità italiana, soprattutto meridionale.

Tony Scott

Chi non possiamo dimenticare? Le mafie, chiaramente. Le organizzazioni criminali (la cosiddetta Mano Nera e Cosa Nostra) cominciarono nei primi del Novecento a espandersi negli States. Praticavano estorsioni presso i quartieri abitati dagli italiani e dominavano incontrastate diversi settori, tra cui il contrabbando illegale di alcool e il giro delle “taverne” clandestine. E cos’altro? Il business discografico. Non era insolito trovare “protettori” alle spalle di musicisti e piccole nuove stelle italo-americane. Le mani della criminalità coinvolgeranno direttamente anche l’inimmaginabile, una delle leggende del jazz, “The Voice” Frank Sinatra. Una piaga, quella dei discografici corrotti che, seppur allontanatasi dai mafiosi italo-americani da moltissimi anni, non è così lontana dagli odierni “favori” che continuano a esistere dentro un’industria grandissima come quella del Disco.

Gli Americani hanno saputo far nascere e allevare una musica del tutto nuova e “distruttiva” per varie ragioni, dalle regole alle diverse ramificazioni che sono nate. E lasciati in disparte successivamente, anche dagli stessi studiosi ed esperti americani di musica, i jazzisti siciliani, o comunque di origine italiana meridionale, troveranno giustizia. Saranno i numerosi racconti che per fortuna continuano a passare tramite documentari, biografie e monografie scritte, che costituiranno le inequivocabili testimonianze di una storia musicale, quella del primo jazz, anche e soprattutto italiana. È probabile che rimarranno sorpresi i “non addetti ai lavori”, ma è evidente quanto quelle traversate oceaniche in partenza da Palermo abbiano influito sulla produzione del coloratissimo e denso affresco musicale del Jazz.


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