Vincitori e vinti

Di Francesco Puleo – A un giorno di distanza dalla chiusura dei seggi negli Stati Uniti, proviamo a fare il punto della situazione. Sebbene le operazioni di scrutinio non siano ancora concluse, il dato di fondo delle elezioni di midterm è chiaro: i democratici conquistano la maggioranza alla Camera, i repubblicani conservano  il Senato. Uno scenario al quale l’America ci ha da tempo abituato e che si è verificato anche nell’ultimo mandato della presidenza Obama.

Il verdetto, su entrambi i fronti, era scontato. Una buona notizia per i sondaggisti che dopo la debacle delle elezioni presidenziali del 2016 possono tirare un sospiro di sollievo. In Senato, dove le elezioni di midterm hanno rinnovato un terzo dei seggi, i repubblicani hanno confermato il loro dominio su Stati tendenzialmente conservatori, con qualche eccezione di rilievo. Una su tutte, quella del Colorado, dove il candidato dei democratici Jared Polis si è imposto sul governatore uscente. Polis, che i media ufficiali si limitano a segnalare come il primo governatore dichiaratamente omosessuale, ha impostato una campagna elettorale su temi come la copertura sanitaria pubblica e universale, l’aumento della spesa pubblica su scuola e università e una regolamentazione più restrittiva sull’uso delle armi.

Per quanto riguarda i democratici, le aspettative su una bluwave (il blu è il colore dei democratici) sono state di fatto ridimensionate dai risultati elettorali. Tuttavia, si tratta innegabilmente di un risultato positivo che, tra le altre cose, indica nettamente quale direzione debba prendere il partito democratico se non vuole semplicemente ricoprire il ruolo di “nemico” di Trump. Se le elezioni del 2016 ci insegnano qualcosa, infatti, è proprio questo: la vittoria di Trump è stata la sconfitta di Hillary Clinton e del centrismo, ormai inadeguato ad affrontare le sfide del futuro prossimo.

Tra i candidati più in vista si segnalano Alexandria Ocasio Cortez e Abby Finkenauer, rispettivamente di 28 e 29 anni. Le quali, oltre ad essere donne (chi l’avrebbe mai detto?), sono socialiste. Ed è anche grazie a loro se questa parola è entrata ormai a far parte del dibattito pubblico, in un Paese come l’America dove la sacrosanta rivendicazione di una copertura sanitaria pubblica e universale è considerata da molti una pericolosa degenerazione bolscevica e l’anticamera del comunismo.

seggi elettoraliTuttavia, nessuno tra i candidati democratici sembra al momento capace di incarnare la futura leadership dell’intero partito: in altre parole, da queste elezioni non è un uscito nessun nuovo Obama. Se ciò accadrà, lo capiremo nella campagna elettorale per le elezioni del 2020, che di fatto è già iniziata. In fondo è questo il significato delle elezioni appena concluse: un pareggio, in cui ciascuno è pronto a combattere una guerra di posizione in vista della vera battaglia.

Da un lato, alla Camera i democratici hanno i numeri per fare ciò che finora non hanno potuto fare: aprire indagini parlamentari sulla base dell’accesso ad atti e documenti del governo e ostacolare l’approvazione di gran parte delle proposte di legge dei repubblicani. Ricordiamo, infatti, che negli Stati Uniti vige un regime di bicameralismo perfetto (sì, proprio quello che in Italia volevamo abolire in nome della democrazia): Trump non potrà approvare nessuna delle sue proposte in materia di deregolamentazione finanziaria, tagli delle tasse ai ricchi e immigrazione senza l’appoggio dei democratici.

Ciò che potrà fare Trump è dare la colpa ai democratici e al loro ostruzionismo per le “mancate-riforme-di-cui-il-paese-ha-bisogno”. Fatti salvi, dunque, i poteri del Presidente in materia di politica estera (leggi dazi e guerra commerciale), lo scenario all’interno del Paese è quello di uno stallo decisionale dal quale solo il futuro potrà dirci chi avrà tratto i maggiori benefici.


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