Aborto in Italia, il diritto basato sulla coscienza di un altro

A 44 anni dal riconoscimento del diritto all’aborto in Italia, oggi il tasso di obiezione di coscienza è ancora molto alto e in alcune regioni supera il 90%.


Sono passati 44 anni da quando è stato concesso alle donne il diritto all’aborto in Italia. Promulgata il 22 maggio 1978, la legge 194 sancisce l’interruzione volontaria di gravidanza, non come mezzo per il controllo delle nascite ma come scelta legittima, entro i primi novanta giorni, in caso di serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna, in relazione alle sue condizioni socio-economiche e familiari, alle circostanze del concepimento o a previsioni di anomalie o malformazioni del feto.

L’articolo 9 della legge introduce, per la prima volta al di fuori della leva militare, l’obiezione di coscienza per il personale sanitario. Proprio questo punto è ancora molto discusso, nonostante il passare degli anni e il mondo che cerca di orientarsi verso una libertà concreta del singolo essere umano di avere diritto di scelta sul proprio corpo e sulla propria vita.

Oggi, in Italia, 31 strutture su 180 non permettono l’interruzione volontaria di gravidanza (IGV) perché il 100% del personale sanitario coinvolto è obiettore di coscienza. In altre 20 è il 90% ad essere obiettore, in 30 l’80%, rendendo inefficiente il servizio in caso di assenza della minoranza nel momento di necessità.

Questi sono i numeri presentati in Parlamento dall’associazione Coscioni, emersi dall’inchiesta Mai dati, che ha provato a fotografare lo stato reale dell’applicazione della legge 194 in Italia, con risultati molto sconfortanti. Benché l’articolo 9 garantisca ai singoli professionisti di astenersi dal praticare IGV, esplicita che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenute ad assicurare lo svolgimento dell’operazione, vietando quindi l’obiezione da parte dell’intera struttura.

Insomma, a 44 anni dalla promulgazione della legge sull’aborto, la donna è ancora sottoposta alla volontà altrui per poter praticare un suo diritto. A minare la libertà femminile non c’è solo il personale sanitario. Le associazioni pro-vita hanno un peso decisamente alto per un Paese che si definisce laico da più di trent’anni.


aborto in italia

Tra campagne pubblicitarie estremamente discutibili, con enormi spazi pubblicitari che paragonano la pillola abortiva alla mela avvelenata di Biancaneve e prese di posizione che arrivano dall’alto, come il plauso pubblico del Papa all’associazione antiabortista Pro Life, le associazioni “pro vita” continuano a ricevere spazio e fondi anche pubblici.

Solo lo scorso aprile, ad esempio, la regione Piemonte ha stanziato un fondo di 400 mila euro, destinato alle associazioni pro vita che operano nei consultori e che, a detta di Fratelli d’Italia, “scongiurerebbero” un centinaio di aborti dovuti a condizioni economiche precarie.

Un elemento che i paladini della coscienza e della vita dimenticano sempre di prendere in considerazione è che la legge 194 non inventa l’aborto, lo rende semplicemente più sicuro per la donna che ha deciso, per motivi personali, di non portare a termine la gravidanza.

Prima della legge, sin dall’antica Grecia, le donne morivano per infezioni conseguenti a interruzioni di gravidanza casalinghe o condotte in ambienti non sterili. Per evitare di ritrovarci indietro di migliaia di anni, è necessario che tutte, in ogni luogo, possano avere accesso a una possibilità di scelta, libera e sicura.

A 44 anni dalla promulgazione della legge c’è ancora chi pensa che le proprie credenze valgano più della salute di una donna che non vuole altro che essere padrona della propria vita. Oggi in Italia, e purtroppo non solo qui, il diritto all’aborto è ancora a discrezione di qualcun altro.


Federica Agrò

Ho due vite parallele e soddisfacenti: in una mi occupo di strategie di marketing e social media management, nell’altra scrivo di diritti umani, attualità, cultura ed ecologia.