Vite in trappola sui Balcani: l’Europa ha perso la rotta

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La rotta balcanica è diventato un parcheggio di anime in viaggio. Vittime intrappolate alla periferia d’Europa, dagli hotspot greci fino ai campi della Bosnia.


È il dicembre 2020 quando il campo profughi di Lipa, nell’estremo nordovest della Bosnia-Erzegovina, a ridosso del confine con la Croazia, brucia. D’improvviso, sull’umanità ridotta a elemosinare vita, diritti e dignità nel cuore dell’Europa si accendono i riflettori. Sulla rotta balcanica, però, il dramma di tante vite scartate va in scena da anni, e si abbatte contro la muraglia d’indifferenza e silenzio di cui abbiamo scelto di circondarci. Dalla “crisi migratoria” del 2015, quando oltre un milione di persone in fuga soprattutto da Afghanistan, Siria e Iraq si accalcarono sulle frontiere in cerca di rifugio in un’Europa che non c’è, sulle vie di terra che risalgono i Balcani non si è mai smesso di camminare.

L’edizione 2021 del Dossier curato dalla rete RiVolti ai Balcani, ricostruisce le tappe di quel passaggio che si snoda dalla Grecia a Trieste, costellato di abbandono, degrado, respingimenti illegittimi, illegali, e brutali, e restituisce la fotografia di un’Europa che sui diritti ha davvero perso la rotta. 

«Stiamo arrivando veramente molto vicino a un punto di collasso del sistema di tutela dei diritti fondamentali e a una piena accettazione dell’uso della violenza come metodo di gestione delle migrazioni», così Gianfranco Schiavone, dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI).

I Balcani non sono ormai più che parcheggi di anime in viaggio. Per migliaia di uomini, donne e bambini – uno su quattro dei migranti sulla rotta si stima sia un minore – sono terre di transito. Continuano ad arrivare, non chiedendo altro che di andare, ma restano intrappolati alla periferia d’Europa, dagli hotspot greci fino ai campi sovraffollati, sporchi e pericolosi della Bosnia, in uno scacchiere di disumanità che sembra studiato a tavolino per stremare le persone. Confinati nel fango, dimenticati al freddo e alla fame. Scaricati su un sistema, finanziato con i fondi europei – 85 sono i milioni ricevuti dalla sola Bosnia per la gestione delle migrazioni, oltre cento quelli stanziati in favore della Croazia, 6 miliardi li ha riscossi la Turchia  – che è tutto fuorché “d’accoglienza”. Senza diritti. Senza decenza.

Lasciati a morire di stenti, in attesa che si completino procedure d’asilo che, nei pochissimi casi in cui vengono vagliate, durano anni. Nessuna protezione, né programma di ricollocazione in Europa, neppure per i minori non accompagnati, le famiglie, i vulnerabili. Tantissimi, abbandonati fuori dai campi, sopravvivono ai limiti dell’umanità, negli scheletri degli edifici abbandonati, nei boschi. «È una questione di dignità e diritti umani. In questo momento, cani e bovini sono trattati meglio di queste persone», dice Dijana Muzička, responsabile umanitaria della Caritas Bosnia ed Erzegovina.

Chi risale i Paesi balcanici deve attraversare almeno sei o sette frontiere prima di raggiungere quella che credono sia l’Europa dei diritti umani. A ogni valico, è caccia ai migranti. Troppo spesso passati ai manganelli della polizia di frontiera, e sistematicamente respinti in modo completamente informale, senza alcuna base giuridica e in assenza di ogni procedura legale, in uno scenario di grave negazione del diritto d’asilo, che, ricordiamolo, è un diritto inviolabile sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951, come dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue.

Dalle coste greche ai boschi di confine, sulla rotta balcanica il diritto è saltato. «È diventata una situazione in cui gli Stati membri ignorano, aggirano o violano direttamente il diritto dell’UE, e questo è [diventato] un modo standard di gestire le frontiere», denuncia Nicola Bay, direttore di Danish Refugee Council (DRC) in Bosnia, a proposito di quei respingimenti che sono conseguenza della precisa scelta politica dell’Unione di rimbalzare la responsabilità di protezione delle persone al di fuori dai suoi confini.

I respingimenti sommari, con buona pace delle leggi internazionali, sono ormai prassi consolidata in tutta l’area. Solo nel 2020, secondo i dati forniti dalle organizzazioni che operano lungo la rotta, si contano almeno 21mila respingimenti dalla Croazia, quasi 25mila dalla Macedonia, 9mila dalla Slovenia. Vere e proprie deportazioni a rivelare, per dimensioni e modalità, un fenomeno strutturato di illegalità. 

Serbia, Macedonia, Grecia, e da lì verso la Turchia; dalla Slovenia alla Bosnia, passando per la Croazia. Da una polizia all’altra, a catena. Funzionano così i respingimenti che costringono i migranti a ripercorrere la rotta al contrario.

Un gioco al massacro dei diritti fondamentali, in cui a muovere le pedine c’è anche l’Italia.  Con l’espediente – sulla cui illegalità e illegittimità si è pronunciato, lo scorso gennaio, il Tribunale di Roma – delle “riammissioni informali” in Slovenia, il nostro Paese è il primo anello della catena che ha rispedito fino in Bosnia 1240 persone tra gennaio e metà novembre del 2020, nella consapevolezza di esporle alla drammatica costante dei trattamenti inumani e degradanti sulla linea di confine croata.

Per dichiarazione dello stesso ministero dell’Interno, tale prassi ha coinvolto anche casi di manifesta intenzione di chiedere protezione internazionale: «È la prima volta che un governo ammette di impedire le richieste di asilo senza provvedimenti formali e notificati, così che nessuno possa nemmeno impugnarli. Qualcosa che va contro i principi dello Stato di diritto», avverte Schiavone.

Da quando nel 2018 la rotta ha deviato verso Ovest a causa della chiusura ermetica dell’Ungheria, oggi il confine croato-bosniaco è l’ultimo avamposto per chi riesce a scampare alle trappole disseminate lungo la rotta, prima che l’Europa delle barriere diventi Unione. Qui si “gioca”, a costo della vita, per vincere l’Europa.

Per i migranti, la traversata è “the game”. Giocano tutti, dentro la foresta, in mezzo alla neve, tra sentieri impervi e fiumi gelidi, fili spinati, telecamere termiche, droni e cani. Contro una polizia che mette in atto contro di loro «il più esteso e sistematico uso della violenza che sia mai accaduto in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale», per usare ancora le parole di Schiavone.

Giocano i tanti minori che viaggiano da soli, giocano le madri con i loro neonati. Giocano, in squadra con mamma e papà, i “bambini della crisi dei migranti”, nati lungo il viaggio, che a scappare imparano in fretta. Perdono quasi tutti. E ritentano. Dieci, venti volte, per anni, finché finalmente si vince, o si muore. Come è successo ad Alì, che ha provato a “giocare” con la polizia croata nel febbraio di due anni fa: ha perso. È morto d’Europa. Al campo di Bira, dove è giunto sfinito e con i piedi in cancrena, dopo aver vagato per giorni tra le montagne a cui era stato abbandonato, all’esito di un respingimento, spogliato di tutto, persino delle calze.

La brutale realtà dei pushbacks al confine di terra più lungo dell’Unione è ormai un fatto inoppugnabile, ampiamente documentato. Il 70 per cento dei respingimenti oltre il confine bosniaco, riportano le organizzazioni per i diritti umani impegnate sul campo – da Amnesty International al DRC– è accompagnato da violenze, trattamenti degradanti, torture.

Migliaia di testimonianze raccontano di percosse con bastoni di metallo, calci, coltelli e corrente elettrica. Ai migranti vengono sequestrati telefoni, soldi, oggetti di valore, documenti. Sono marchiati, come animali. Contro di loro, costretti a terra, sono spesso aizzati i cani. Sono obbligati a denudarsi, nel gelo delle notti croate, per quelle che vengono chiamate “perquisizioni approfondite” che non risparmiano nessuno, non le donne, neppure i bambini.

Darya, 10 mesi, è una degli oltre 800 bambini, tra cui molti di età inferiore ai sei anni, respinti dalle autorità croate – secondo le stime del DRC – solo nell’ultimo anno. È nata a Lesbo, al campo di Moria, prima che bruciasse. La sua famiglia è in viaggio da un anno e mezzo, partita dall’Afghanistan. Suo padre, Hasan, racconta al Guardian che se non ci fosse stata la guerra non si sarebbe mai trovato in queste foreste, a guardare i poliziotti croati perquisire il pannolino di sua figlia.

Questa è l’immagine della frontiera europea, disegnata sulla pelle dei migranti. La Croazia, però, è solo il caso più eclatante. Umiliazioni e abusi sono pratica comune a ognuno dei confini terrestri europei dell’area balcanica.  È un contesto di generalizzata e pianificata violenza, figlia delle ossessive politiche europee di controllo delle frontiere e di confinamento delle persone. «Siamo colpevoli di qualcosa? Perché ci fanno questo?», una giovane iraniana lo ha chiesto agli operatori umanitari in missione a Bihac, nel cantone bosniaco di Una-Sana.

Di tanta barbarie, il mandante è  l’Unione Europea. Perché «quello che si vede oggi in Bosnia, quello che in generale si è visto negli ultimi anni è assolutamente collegato con i respingimenti, che sono quasi il cuore della crisi umanitaria», ripete Schiavone alla presentazione del Dossier. Le storie di chi ha attraversato i crinali balcanici in un viaggio estenuante che dura mesi, anni, alla ricerca instancabile di sicurezza e dignità, raccontano, infatti, di un piano di gestione delle migrazioni che non esiste. 

L’Europa del “campo dei campi” a Idomeni, in Grecia, al confine con la Macedonia, che fu simbolo della vergogna delle prigioni per profughi; quella del “muro di Orban” sulla linea ungaro-serba, con i suoi 175 km di filo elettrico e spinato a serrare la via “più sicura” per l’Unione; quella dell’ “accordo” con la Turchia siglato a sigillo del passaggio dell’Egeo. Quest’Europa sa bene che migliaia di vite tentano di raggiungerla risalendo quella rotta che di fatto non si è mai chiusa, ma non intende fare altro che respingerle alla frontiera, comprese quelle il cui diritto a una protezione è evidente.

Ed è disposta a pagare i Paesi di confine perché blocchino i migranti, a ogni costo. Che la gente sia “accolta” secondo il rispetto dei diritti umani, non è fatto di cui preoccuparsi. Salvo che nelle rare occasioni di scena cavalcate dai media, quando al gioco del silenzio non si può proprio ricorrere e allora si annunciano indagini – come quella aperta contro la Commissione UE per il possibile mancato controllo del “meccanismo di monitoraggio” dei diritti umani in Croazia – si fingono indignazione e condanne, e parole di solidarietà e intenzioni di intervento fioccano da ogni dove.

Il trionfo dell’ipocrisia europea. Si parla di “emergenze”, come fossero una novità. Non lo sono affatto. Quella delle 9mila persone bloccate nella catastrofe bosniaca come in quella serba, macedone, o greca, è la storia in divenire di responsabilità di cui l’Europa non vuol sentir parlare. Tra loro, 3 mila dormono all’addiaccio o in strutture precarie fuori dai campi ufficiali. Basti pensare al silenzio riservato alla complessa situazione sui Balcani nel Patto sulla migrazione e l’asilo proposto dalla Commissione europea nel settembre 2020: non una proposta sullo sviluppo di un sistema di asilo di minima efficienza in quanto a procedure di esame delle domande di protezione, né tantomeno in relazione ai sistemi di accoglienza; non una parola sul disastro umanitario degli ultimi anni, o sulla questione dei canali umanitari. Piuttosto, un disegno di normalizzazione dell’uso di procedure di frontiera per l’analisi accelerata, e con ridotte garanzie procedurali, delle domande d’asilo: di fatto, il rafforzamento dell’approccio dei Paesi-hotspot, da render terre di prigionia per migranti.

Solo tre mesi da quando le immagini dei miserabili di Lipa che avanzavano, in fila per un pezzo di pane, nella bufera bosniaca, sembravano aver scosso le coscienze e la politica. E invece si sa, le crisi umanitarie ci toccano solo per un po’. È facile dimenticare. La disperazione che affolla la rotta balcanica sta già tornando nella trappola dell’oblio. Del calvario di sangue e fango di chi la attraversa si smetterà di parlare, e sarà di nuovo come se il baratro della disumanità in cui l’Europa sta cadendo non ci riguardasse. E ci riguarda, invece. Perché quell’inferno, dove il tragico è l’ordinario, sta alle porte di casa nostra. E a chi chiede «Perché le vostre vite valgono più delle nostre?», dovremo dare una risposta. Prima o poi. 


Clara Geraci

Quella per i diritti umani è una battaglia culturale, prima ancora che politica e legale. “Devi comportarti come se fosse possibile cambiare radicalmente il mondo, e devi farlo costantemente” (Angela Davis).

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