Missili sulla cultura, le guerre che cancellano la storia

La demolizione di antiche costruzioni, statue, sculture, siti archeologici, dunque la cancellazione delle tracce del passato, non sono episodi nuovi nella storia ma rette parallele che, ad un certo punto, si incontrano. La parola di partenza è iconoclastia.

Di origine greca (eikòn – immagine e klào – spezzo), il termine indica quel movimento nato nell’Oriente del VIII secolo contro l’uso e il culto delle immagini che sembra possedere radici ataviche e reminiscenze bibliche. La longevità delle tensioni iconoclaste ha attraversato i secoli e le epoche, ma la domanda sorge spontanea (cit. Lubrano): perché prendersela con l’arte? Retorica, ovviamente, arte sofista non molto studiata dai politici, ma copiosamente applicata. La retorica, infatti, anche detta arte della persuasione, è molto applicata da politici che nella maggior parte dei casi non sanno nemmeno dare una definizione della parola stessa.

Questa è l’era dell’ignoranza di massa spacciata per democratizzazione dei mezzi di comunicazione, del terrorismo islamico targato ISIS (sapientemente costruito dalle politiche imperialiste americane che, quando sentono odor di petrolio, non guardano in faccia nessuno), dei sovranismi e degli eccessi verbali di individui che palleggiano tra religione e populismo per raccattare voti.

Se da una parte c’è l’ISIS, conosciuto per le sue pratiche barbariche e sanguinose, dall’altra c’è la narrazione di un occidente libero, tecnologico e democratico. Nulla di più lontano dalla realtà. Se osserviamo, possiamo notare come le due fazioni giochino una partita a chi ce l’ha più gross*, (la fede/il missile). Se da un lato siamo avvezzi a vedere le immagini del Califfo che parla dal pulpito, dall’altro siamo meno a conoscenza del seguito di evangelici che vengono usati da Trump e dal suo staff come bacino di voti. Non è affatto un caso che Paula White, tele-evangelista, sia diventata una figura di punta nell’amministrazione Trump.

Ad ogni discorso del presidente Trump, White riunisce il pubblico con una preghiera; il suo ruolo all’interno dell’amministrazione Trump è, infatti, quello di faith advisor (letteralmente “consigliere di fede”) atto a far passare il messaggio religioso dal presidente alla popolazione, in baffo alla secolarizzazione e democrazia. Ed ecco le prime linee tangenti tra Isis e amministrazione Trump: l’uso della religione e dei suoi simboli per rendere concreta la propria propaganda. Potremmo suggerire, per definire quanto appena descritto, il termine teocrazia, quella forma di governo in cui la sovranità – simbolicamente esercitata dalla divinità – è storicamente identificata nel governo di uomini considerati gli interpreti più attendibili della volontà divina.

«Dell’idea di populismo», si legge in questo paper di Nicola Colaianni, «è essenziale nei modelli contemporanei appunto il richiamo alla comunità, per dir così, primordiale, precedente l’ordinamento giuridico, naturalmente virtuosa e dotata di valori, poi offuscati dalle artificiose distinzioni partitiche e dall’elite al potere. Ma, siccome i popoli sono numerosi, il proprio, quello a cui si appartiene, viene prima di tutti gli altri. Emblematico è lo slogan America first, che riprende il nome del movimento degli oppositori nel 1940 all’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, alimentato da un sentimento pro-nazista e antisemita: e il razzismo è causa di chiusura e di esclusione».

Ed è qui che la tangente tra due linee che possono sembrare parallele ritorna visibile tramite l’uso dei media, atti non solo a mostrare, ma soprattutto a rafforzare la propria immagine offerta al pubblico. Se ISIS conosce, difatti, il potere della “propaganda online” e diffonde immagini e video dei siti colpiti, posta su Twitter foto corredate da terrificanti didascalie in cui fieramente rivendicano i malfatti, Trump ha imparato a twittare.

E twittando detta l’agenda politica sua e di altri Paesi, di fatto destabilizzando intere aree del pianeta e dribblando il suo stesso Congresso.

Altra tangente tra le nostre due rette sono le minacce al patrimonio storico-artistico. Se ISIS ha raso al suolo luoghi antichi, culle delle prime città e della scrittura (ve lo ricordate il capitolo di storia su “Assiri e Babilonesi”? Palmira, Ninive e Raqqa sono solo alcuni dei luoghi cancellati), il 3 Gennaio Trump ha colpito l’aeroporto nazionale di Baghdad, uccidendo il generale iraniano Qasem Soleimani – dal 1998 comandante della Forza Qods e figura centrale nella battaglia contro l’ISIS – innescando una tensione senza precedenti tra USA e Iran. Non contento ha annunciato su Twitter di avere sotto tiro 52 siti importanti per la cultura Iraniana ( 52, come gli ostaggi americani presi molti anni fa in Iran, appunto).

L’Iran risponde in maniera del tutto dimostrativa, avvertendo prima dell’attacco. Trump fa un passo indietro ribadendo che l’America dal Medioriente non ha intenzione di andarsene e chiede, con fare ingenuo: «perché non dovremmo colpire i siti culturali?».

Il gesto di Trump è in palese contrasto con lo jus cogens, ovvero con «l’insieme di norme internazionali che, poste a tutela dei valori considerati fondamentali dalla comunità Internazionale considerata nel suo insieme, non possono essere in alcun modo derogate dagli Stati. Per tale motivo, quest’insieme di norme vengono considerate dagli studiosi della materia come il nocciolo duro del diritto internazionale».

Come uno schiaffo improvviso queste immagini ci hanno tramortito, come se ci avessero costretti personalmente a rivivere l’attacco al patrimonio dell’umanità intera. Siamo ai confini della realtà in cui religione, estremismi e psicosi sono gettati in un grande pentolone portato a ebollizione. Ciò che fa riflettere sull’insensatezza delle affermazioni di Trump è sapere che questi obiettivi dovrebbero essere preservati dagli stessi USA (e da altri 175 paesi), secondo l’accordo di protezione mondiale stipulato nel 1972 durante la Conferenza Generale dell’Unesco: frutto di ignoranza o becero fanatismo? Trump non comprende che la distruzione colpirebbe sì un popolo ma anche il mondo intero?

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Nella storia è già successo che capi politici usassero la propaganda per distruggere la cultura di altri popoli, imponendo un modello economico-sociale basato sull’uomo forte, talmente forte da voler rappresentare non solo un capo politico – i leader sono altro – ma anche un capo spirituale. Non è quindi una novità, questo modus operandi. Ed è qui che le nostre rette si intrecciano con la storia. Distruggere siti archeologici e luoghi d’arte e cultura significa annientare la memoria storica, l’identità; si colpisce la realtà umana, la si annichilisce nella sua parte più sensibile, concreta ed irripetibile nel tempo.

Sta qui l’efferatezza: attentare ad un popolo cancellandolo dal concreto e relegando quei luoghi a memoria scritta, visiva, orale. Moderni Bücherverbrennungen perpopulisti e fanatici di mezzo mondo. Per fortuna, ci sarà sempre chi si opporrà a tutto ciò. Pensiamo a Khaled Asaad, che ha protetto con la vita La Sposa del Deserto, l’antica città romana di Palmira, riuscendo a mettere al sicuro centinaia di reperti a costo della sua stessa vita: l’uomo è stato appeso a un’antica colonna nella piazza principale del sito. Era l’ex capo della direzione generale delle antichità e dei musei di Palmira.

Il mondo non è fatto solo di proseliti, di capi, di proposte non-sense. È composto anche da gente che ama, da gente che si oppone, da gente che cerca di agire nel suo piccolo. Piccolo, come piccole sono quelle bandiere bianche sventolanti sui siti culturali minacciati. Bandiere non concretamente poste lì ma realizzate digitalmente dall’architetto iraniano Mohammad Hassan Forouzanfar: un piccolo catalogo di foto dal forte impatto, quello che solo le immagini possono avere.


Di Alice Castiglione e Alessia Bonura

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