Un primo bilancio a due anni dal Jobs Act

A due anni dalla riforma principale del governo di Matteo Renzi si possono cominciare a valutare gli effetti prodotti sul mercato del lavoro e anche se le aspettative della legge siano state mantenute. Innanzitutto, si può dire che l’impatto sulla disoccupazione complessiva ha inciso ma in modo non determinante. Infatti, il tasso di disoccupazione del paese in base ai dati Istat del 2017 si è mantenuto a livelli elevati (11,7%) ai quali si affianca la scarsa riduzione degli inattivi.

La disoccupazione giovanile si mantiene a livelli “monstre” (34,1 %) anche se in forte calo dal periodo d’introduzione della legge. Quello che è avvenuto d’interessante, secondo l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, rafforzando una tendenza già in atto da gennaio del 2016, è la progressiva erosione del numero di neoassunti a tempo indeterminato (in calo del 12,6% rispetto ai primi due mesi del 2016) e la continua crescita degli occupati a tempo determinato. L’INPS fornisce altri dati interessanti: secondo l’istituto, nei primi mesi di quest’anno, vi sarebbe stata una forte esplosione dei licenziamenti disciplinari (nelle aziende con più di 15 dipendenti), in crescita del 30% circa. Questo dato diventa impressionante se confrontato con quello dei primi due mesi del 2015 (bisogna ricordare che il Jobs Act è entrato in vigore nel marzo 2015), con una crescita di oltre il 60%. Anche le trasformazioni dei contratti da quelli a tempo determinato a quelli a tempo indeterminato, pur rimanendo positive hanno subito una forte contrazione su base annua (-13,6%).

A sostenere il mercato del lavoro e a rendere meno chiari gli effetti della riforma è stata anche la decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato, totali nel 2015 e parziali nello scorso anno. In effetti, l’andamento della crescita dei contratti a tempo indeterminato ha seguito quello delle decontribuzioni che è stata, forte nel 2015, mantenuta nel 2016 ed in calo nei primi mesi del 2017. Riguardo la decontribuzione sono state mosse grosse critiche al governo, secondo le quali questo provvedimento avrebbe “drogato” il mercato senza modificarne di un millimetro l’andamento: in sintesi si sarebbe assistito a delle trasformazioni di contratti generando una sorta di neo – assunzioni che avrebbero in qualunque caso avuto luogo ma che sono state semplicemente anticipate con danno per il mancato gettito fiscale per lo Stato. Queste critiche sono però, a opinione di chi scrive, ingenerose, anzi la decontribuzione è stato uno dei pochi provvedimenti di natura anti-ciclica portati avanti dal governo Renzi e che ha determinato effetti positivi almeno nel breve periodo.

Riguardo agli effetti macroeconomici che la riforma ha generato, a due anni dalla sua introduzione, questi sembrerebbero di scarso impatto. Il tasso di occupazione e disoccupazione, infatti, hanno avuto lievi oscillazioni di natura più congiunturale che strutturale e spesso a traino del settore delle esportazioni. L’effetto peggiore che la riforma potrebbe avere introdotto con la cancellazione dell’articolo 18 è un timore circa la stabilità del proprio lavoro con effetti negativi sui consumi. La maggiore libertà di licenziamento delle imprese, non accompagnata da adeguate reti di protezione sociale, ha avuto il solo effetto di portare una forte deflazione salariale che ha permesso un aumento della competitività internazionale delle nostre imprese (sulle quali la componente del costo del lavoro ha un peso determinante) ma al contempo ha provocato l’attuale stagnazione dei consumi. I due mali assoluti del mercato del lavoro italiano non sono stati minimamente scalfiti cioè: la dualità del mercato fra insider più tutelati e giovani, ancora molto forte e la produttività delle imprese che sembra essere ancora stagnante.

Riguardo la produttività, il Jobs Act potrebbe avere avuto effetti controproducenti, permettendo di aumentare la competitività esclusivamente attraverso politiche di riduzione di prezzo della componente del lavoro senza incentivare in alcun modo gli investimenti, sia tecnologici, sia verso i dipendenti. La riduzione della stabilità contrattuale potrebbe avere effetti ulteriormente tragici sui dipendenti che in assenza di una prospettiva di stabilità non investono sul proprio capitale umano.

Infine, il vecchio adagio degli anni ’80 e ’90 su cui questa riforma parzialmente poggia, il cosiddetto “more fire, more hire”, sembra essere totalmente in crisi, delegittimato persino a livello accademico e funziona solamente in paesi nei quali le reti di protezione sociale hanno un profondo effetto, sia nello stabilizzare i redditi e quindi i consumi, che nel sostenere gli investimenti privati. Se il modello verso il quale il nostro paese vuole spingersi è quello della flexsecurity scandinava, deve aumentare gli investimenti nella security perché al momento si è visto solo un eccesso di flexibility, soprattutto fra i giovani.

Francesco Paolo Marco Leti


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