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Alice, il sindaco e la cosa pubblica

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“Alice e il sindaco”, un film francese di straordinaria sensibilità sulla casta e la non-casta che s’incontrano e fanno “politica” alla maniera di Aristotele.


“Alice e il sindaco” (Alice et le maire) esce in Italia nel febbraio del 2020, quando della pandemia non c’era neanche l’ombra. Allora del coronavirus sapevamo poco o nulla e le uniche notizie alla nostra portata arrivavano da lontano, da Germania e Cina. Si aveva la sensazione che la pandemia non ci riguardasse e che sarebbe capitato agli altri, ma non a noi. D’altronde si ha spesso la sensazione che le cose debbano capitare agli altri e, forse, è un po’ quello che prova il protagonista di questo film del regista parigino Nicolas Pariser.


Fabrice Luchini interpreta in maniera magistrale il sindaco di Lione: un uomo stanco della vita e di pensare, un intellettuale d’altri tempi che ha fatto della politica una vocazione, la sua ragione di essere, il motore del proprio agire. 

Un uomo in crisi, il nostro maire, consumato da logiche di potere che non lo rappresentano più. Paul Théraneau ha bisogno di nuove idee e di energie, tornare a nutrire il proprio pensiero, e per farlo assume Alice Heimen.

Alice (Anaïs Demoustier) è una giovane trentenne laureata in filosofia, ma non è una filosofa e lo precisa bene sin dall’inizio; Alice è pagata per proporre, scrivere note e stimolare la creatività di Paul e, nonostante il disorientamento iniziale, riesce a farlo sorprendentemente bene per tutta la durata del film.

Alice pensa. Non lo fa al posto di Paul, ma pensa con lui e in maniera opposta alla sua; lei è fresca, intraprendente e ha fiducia nell’avvenire, lui è consumato e deluso da ciò che lo ha preceduto e dal declino, che in un certo senso lo aspetta.

C’è un momento, infatti, in cui la vicenda subisce una battuta d’arresto, la pellicola smette di svilupparsi e di procedere da un punto A a un punto B; la trama si ”interrompe”, perde la linearità spesso tipica delle commedie francesi e, prima di risolversi in un finale amaro ma felice, ci fa riflettere su qualcosa… anche se non vorremmo.

Siamo di fronte al gioco della politica, in parte sporco e machiavellico, in parte condiviso quindi comunque sporco, ma fino a un certo punto; siamo di fronte alla sua sovrastruttura, all’essere che incontra il dover essere e l’apparire: Alice entra in crisi proprio come il sindaco per cui lavora, per motivi apparentemente diversi ma in realtà simili, e si chiede se il lavoro che sta svolgendo in Municipio riesca davvero a imprimere un cambiamento significativo alla realtà che la circonda e a quella che si porta dentro.

La risposta è negativa, e a confermarlo è lo stesso Congresso Socialista che vuole Thèraneau fuori dal palcoscenico, invitandolo ad abbandonare la poltrona, impedendogli di candidarsi alle future presidenziali e di pronunciare quello che lui chiama «il discorso della vita», scritto proprio con Alice.

Il film si conclude tre anni dopo, in una maniera inaspettata quanto (ri)conciliante. Paul ha terminato il suo mandato come sindaco di Lione e ha ricominciato a vivere da persona e non da personaggio e, nel frattempo, Alice si è trasferita all’estero dove ha messo su famiglia ed è impiegata presso l’ambasciata di Francia.

I due continuano a rimanere amici nonostante tutto, e il tempo che è passato non li ha allontanati: il sindaco è finalmente tornato a pensare, tornando a essere umano; Alice è diventata grande ed è anche una madre, ha smesso di pensare e basta, per vivere, ed essere donna.

Alice e il sindaco svela delicatamente l’impotenza di una politica che spesso non funziona e al contempo la potenza dei rapporti umani che invece spesso funzionano eccome. Legami che non conoscono età, che non conoscono barriere generazionali, individui che comunicano tra di loro per affrontare le stesse battaglie e superarle insieme.

Non ci sono ambiguità, né sottintesi, è tutto alla luce del sole; durante la pellicola, è tutto fin troppo chiaro da certi dialoghi in poi. I protagonisti valicano il muro che ormai da troppo tempo li tiene distanti dalla verità, dalla gente, dal perché della loro esistenza; lo fanno in maniera sofferta ma consapevole nell’intento (malcelato) di riconnettersi indirettamente a un’idea di bene comune e di progresso, per la quale la politica dovrebbe lottare ogni giorno.


 
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