La Haka tra storia, mito e sport

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Danza rituale del popolo di etnia Maori e simbolo della nazionale neozelandese di rugby, la Haka racchiude in sé una pluralità di significati.


È ancora vivo il ricordo di quanto successo la scorsa settimana prima della partita di rugby tra Nuova Zelanda e Argentina. Il McDonald Jones Stadium di Newcastle, in Australia, si è infatti trasformato in un tempio sacro dello sport. I neozelandesi, soprannominati All Blacks, hanno voluto rendere omaggio a Diego Armando Maradona, scomparso qualche giorno prima. 

Sam Cane, capitano della nazionale, ha posizionato al centro del campo una speciale maglietta col numero dieci e col nome di Maradona. A quel punto è stata celebrata la mitica Haka, danza Maori caratteristica degli All Blacks, che precede sempre gli incontri di rugby della Nuova Zelanda. Sono stati attimi di profonda commozione, carichi di adrenalina sportiva, di tristezza ma al tempo stesso di gioia. La morte di Maradona è un evento che ha travalicato sia i confini geografici che quelli delle diverse discipline sportive e l’omaggio degli All Blacks ha rappresentato un’ulteriore dimostrazione della sua grandezza. 

«La Haka è una composizione suonata con molti strumenti: mani, piedi, gambe, corpo, voce, lingua, occhi. Tutti giocano la loro parte nel portare insieme a compimento la sfida, il benvenuto, l’esultanza, o il disprezzo contenuti nelle parole. È disciplinata, eppure emozionale. Più di ogni altro aspetto della cultura Maori, questa complessa danza è l’espressione della passione, del vigore e dell’identità della razza. È, al suo meglio, un messaggio dell’anima espresso attraverso le parole e gli atteggiamenti». Questa è la migliore descrizione delle caratteristiche della Haka, fatta dallo studioso Alan Armstrong, nel suo libro ‘Maori Games and Haka’. 

A metà tra mito e storia, questa danza rituale è diventata famosa a livello planetario grazie al suo utilizzo nel mondo del rugby. Tra il 1888 e il 1889 fu una squadra di nativi neozelandesi, nel corso di un tour in Gran Bretagna, a usare per la prima volta la Haka, con scopo intimidatorio. La nazionale ufficiale della Nuova Zelanda, invece, introdusse questo tipo di danza nel 1905, nel corso di un tour durante il quale venne anche coniato il soprannome All Blacks, per via della divisa di gioco interamente nera. 

La Haka è diventata un elemento fondamentale dell’identità nazionale del popolo neozelandese, essendo praticata in svariati ambiti: college, università, esercito. Gli elementi essenziali della danza sono quattro: “pukana” (occhi dilatati), “whetero” (linguaccia in segno di sfida), “ngangahu” (pukana con emissione di un verso stridulo), “potete” (chiusura degli occhi in alcuni momenti). 

Le diverse tribù Maori hanno dato nel tempo svariate interpretazioni della danza, portando quindi alla nascita di differenti stili di Haka. Tra le tante versioni, quelle più note sono la “Ka Mate”, la “Peruperu”, la “Kapa o Pango”, la “Timatanga” e la “Te Iwi Kiwi”

La versione che viene utilizzata più spesso dagli All Blacks è la “Ka Mate”, composta nel 1820 circa da Te Rauparaha, capo della tribù degli Ngati Toa. La nazionale di rugby neozelandese ne ha fatto un vero e proprio simbolo e la sua celebrazione rappresenta ormai una costante prima di ogni partita. 

Le urla, i movimenti del corpo, gli sguardi e le parole richiamano da vicino lo spirito guerriero del popolo Maori, ma il senso della Haka non si limita a farne una semplice danza da guerra. Essa infatti vuole essere anche una manifestazione di gioia e di liberazione, un condensato di emozioni raffigurate in maniera magistrale dagli interpreti, cioè i componenti degli All Blacks.

Il giocatore di sangue Maori più anziano guida la danza, urlando ai compagni un ritornello di incitamento. Il tono del ritornello è costante per tutta l’esibizione e serve, da un lato, a caricare l’intera squadra, dall’altro, a intimorire gli avversari. Lo spettacolo cui si assiste prima di ogni partita di rugby della nazionale neozelandese è quindi qualcosa che oltrepassa lo sport, facendo esso riferimento a simboli identitari di una cultura lontana. Ciò che rende unico questo rituale risiede proprio nella carica di emozioni che esso riesce a trasmettere a chiunque, a prescindere dal grado di interesse nei confronti del rugby o dello sport in generale. 


Francesco Polizzotto

Direttore editoriale di Eco Internazionale, responsabile "Storie di Sport". Tra le mie passioni segnalo la storia, il giornalismo ed il Milan. Sono strano, sono di destra ma ho anche dei difetti.

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