Confessioni di un professore: la scuola di oggi

M. è una professoressa di lettere in un liceo palermitano. Ha passato la vita dedicandosi interamente alla scuola, ai suoi studenti e alla sua grandissima passione che è sempre stata l’insegnamento. Oggi, a 60 anni, stanca e delusa, racconta e svela un po’ della sua vita passata e attuale, aiutandoci a scavare un po’ più a fondo dentro quelle dinamiche, spesso sottovalutate, che rendono l’istituzione scolastica italiana così lenta, complessa e purtroppo poco funzionale.

Com’è cominciata la tua carriera?

«Per 5 anni mi sono occupata di contabilità, ma avevo deciso di diventare insegnante a 13 anni. Ho cominciato nel privato, dalle suore, un ambiente molto rigido e bigotto, ma che mi ha fatto crescere davvero tanto in ambito lavorativo. Dopo diversi anni ho finalmente fatto le prime supplenze e finalmente, a quasi 39 anni, ho vinto il concorso».

Adesso hai 60 anni, a che età andrai in pensione?

«Chissà se ci andrò! (dice ridendo) Con l’attuale legge a 67 anni, ma potrebbero anche prolungarsi a 69. Ho sempre pensato di arrivare alla pensione conservando del tempo per me, per il volontariato, magari per un doposcuola. Adesso mi ritrovo a fare i conti con la stanchezza, la salute precaria, il futuro che immaginavo sempre più distante dalla realtà…»

Qual è la situazione dell’istruzione e dell’apprendimento nelle scuole pubbliche?

«Ci sono ragazzi che non riescono neanche a comprendere un testo. Ed è grave. Ai ragazzi non gliene importa niente di pensare con la propria testa. Hanno tutto a portata di mano. Non hanno un metodo di lavoro, ed è quello su cui ci concentriamo di più, “come” si studia. Contemporaneamente, devo far capire loro cosa stanno studiando, se loro non capiscono un brano è perché non hanno gli strumenti per capirlo».

Cosa ne pensi della riforma della “Buona Scuola”? È in qualche modo d’aiuto?

«In che modo potrebbe esserlo? Hanno abolito gli esami semplicemente perché non li passerebbe più nessuno. Mi chiedo perché non mandar loro direttamente il diploma a casa! Non si vuole bocciare perché si temono le conseguenze sul ragazzo che ripete l’anno, si teme possa entrare in crisi, rischiare il suicidio, avere traumi per tutta la vita… Come affronteranno la vita questi ragazzi, se entrano in crisi con una bocciatura o un rimando? Come faranno ad entrare in questa società se a scuola non “si fanno le ossa”? Si tende a portare avanti tutti. Si pensa che promuovendo si aiutino i ragazzi, e non è così. Si fa loro solo del male».

Cosa credi serva in questo momento nelle scuole italiane?

«Evitare che gli insegnanti siano dei burocrati. Il dirigente scolastico è un capo d’azienda, non c’è più un ambiente sereno, si è costantemente sotto pressione. I ragazzi diventano sempre più difficili da seguire, la società va cambiando e bisogna trovare nuovi stimoli per richiamare la loro attenzione.  La figura del docente, poi, viene screditata sempre di più. La gente non sa cosa c’è dietro tutto il lavoro che facciamo con i ragazzi, e si permettono di sentenziare su qualsiasi cosa. Gli insegnanti si portano i pensieri e i lavori a casa, “Come faccio a far capire al ragazzino la lezione? Quali strategie devo adottare?”  Il nostro è un lavoro continuo, ma valiamo nulla, e lo dimostra lo stipendio che prendiamo. Mi domando, il ministro che si diverte a fare riforme senza senso, c’è entrata mai in una classe? C’è mai entrata? Se un insegnante non è soddisfatto di dove sta, di dove lavora, anche i ragazzi ne risentono. E momentaneamente nella scuola c’è un malcontento generale. E non hai più tanta voglia di metterti in gioco e di fare. Se volessi portare fuori i ragazzi dovrei fare un progetto, sottoporlo al dirigente scolastico, aspettarne il consenso, dare le liberatorie ai ragazzi, aspettare le firme, ma con tanta lentissima burocrazia dietro che ti passa la voglia di fare qualsiasi attività… Anche far vedere un semplicissimo film diventa una impresa estenuante. È diventato difficile per tutti i paletti imposti dello stato. Io sono servitore di una burocrazia, e basta. Non posso parlare di determinate cose perché non posso fare politica, non posso parlare di religione per rispetto degli alunni,  non posso dire al ragazzo che ha sbagliato perché arrivano i genitori a chiederti “conto e ragione”. Leggiamo i libri che i ragazzi non studiano a casa e basta».

Verso quale futuro è proiettata la Scuola dei giorni nostri?

«Io non la chiamo Scuola. Si fanno le materie di indirizzo, sono fondamentali, e tutto il resto? Dov’è? All’ultimo esame di stato, i ragazzi non conoscono nessun autore, e i commissari d’esame promuovono anche solo perché “ha detto qualcosa” sulle materie d’indirizzo. Ci sono ragazzi che direttamente mi guardano e mi dicono che non hanno studiato la mia materia. E vengono promossi. Diplomati. Io mi vergogno a portare avanti questa farsa».

Quindi i ragazzi vengono promossi a prescindere dall’andamento dell’esame?

«Si promuovono principalmente perché si spaventano dei ricorsi, non si fanno più sospensioni per lo stesso motivo. Prima si faceva una riunione in consiglio con il preside e si decideva quanti giorni dare al ragazzo da punire; adesso se devi sospendere qualcuno è molto più complesso: devi chiamare i rappresentanti dei genitori, quelli di classe, aspettare che si liberi il dirigente, spiegare la situazione, cercare di convincerli… è tutto molto più complesso e lento. Una bellissima alternativa che proponevamo era quella di mandare i ragazzi a fare del volontariato: i genitori venivano a lamentarsi per i lavori “troppo umili” svolti dai figli».

I genitori che approccio hanno con la scuola?

«Non vogliono sentirsi dire nulla ai propri figli, si permettono di contraddire i voti che diamo noi insegnanti, il rendimento che valutiamo. Secondo loro noi siamo nel torto costante. Prima bisogna educare i genitori, e poi i ragazzi. La maggior parte pensa che mandando il proprio figlio a scuola, questo esca col diploma e non ci sia altro. Il resto non conta. Tutto è successo quando la nostra società ha imboccato questa strada permissiva, in cui tutto è concesso, tutto deve essere ammorbidito: serve il rispetto delle regole. Far capire che stare in classe non è una perdita di tempo, perché lì tu impari, ma non solo nel momento in cui tu riesci a stimolare le capacità intellettuali. semplicemente riuscendo a vivere serenamente in un contesto».

Cosa ne pensi dei neo-laureati  in attesa di entrare in carica?

«Neo-laureati qui da noi non ce n’è. Arriva qualcuno che ha alle spalle dieci, venti, anche trent’anni alle spalle di precariato. Il più giovane nella nostra scuola ha 40 anni. Mi dispiace per loro, perché noi siamo costretti a rimanere e loro dovranno aspettare chissà quanto. Io mi auguro che tutti questi giovani siano stati formati da docenti integri e che abbiano avuto a cuore i ragazzi, e non da docenti ormai stanchi».

Se potessi tornare indietro, continueresti ad insegnare?

«La cosa che dovremmo insegnare ai nostri alunni non è la Battaglia di Waterloo o la poesia di Pascoli, perché nel tempo te le scordi. Devi insegnar loro a pensare con la propria testa, perché molti di loro non pensano, preferiscono non farlo. Se voi girate la testa e non ve ne importa niente sarete i primi a farvi mettere i piedi in testa dagli altri, perché non sapete reagire. Se io non arrivo a finire tutto il programma, non m’importa. Se riesco a fargli argomentare un fatto, per me è un successo. Ma a fine anno, se non concludo il programma, devo dichiarare il motivo per cui non ho portato a termine la mia attività. Nonostante tutto continuerei ad insegnare, ma nella libertà del mio insegnamento.

Intervista a cura di Ester Di Bona


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