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Schiavi in rivolta all’ombra dei lumi: la storia dei “giacobini neri”

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I “giacobini neri” di C. L. R. James, la storia di quando gli schiavi neri di Santo Domingo insorsero e proclamarono la nascita della prima repubblica nera della storia, Haiti.


Esistono libri che danno voce alle voci sommesse del nostro passato e che spostano in modo deciso l’asse eurocentrico della storiografia. Negli anni ’30, furono pubblicati due libri che hanno messo in luce pagine della storia dimenticate, o su cui non era stata effettuata una ricerca che comprendesse le voci di tutte le persone che hanno rappresentato parte attiva della storia, con particolare riguardo rispetto al ruolo dei neri. Il primo, nel 1935, è “Black Reconstruction in America” di W.E.B. Du Bois, che ha affermato quanto sia stato determinante il ruolo degli afroamericani nella propria liberazione durante la guerra civile americana, e nella successiva era della ricostruzione americana compresa tra gli anni ’60 e ’70 del XX secolo. In “Black Reconstruction”, il ruolo degli afroamericani non è affrontato secondo una logica paternalistica che vede i bianchi come i monopolizzatori degli eventi. 

Il secondo, ad opera dello storico britannico Cyril Lionel Robert James, originario dell’isola di Trinidad, è “The Black Jacobins: Toussaint l’Ouverture and the San Domingo Revolution”, pubblicato nel 1938. Il libro è un lucido e dettagliato racconto degli eventi della Rivoluzione Haitiana, iniziata nel 1791, che l’autore definisce come l’unica rivoluzione nera che riuscì nel suo intento di liberare i neri dalla condizione di schiavitù, e che portò alla fondazione della prima repubblica nera, Haiti, nel 1804. 

Santo Domingo – questo il nome della colonia francese corrispondente all’attuale Haiti – fu una delle colonie più redditizie dell’impero coloniale francese, rappresentando, nel 1789, il territorio da cui partivano i due terzi dell’intero commercio oltremare della Francia. Invidiata da inglesi e spagnoli, Santo Domingo era l’orgoglio della Francia, e il suo possesso fu cruciale per tutti i suoi domini nelle Americhe. L’economia, basata soprattutto su una massiccia produzione di canna da zucchero e cotone, poggiava sul lavoro di mezzo milione di schiavi neri, commerciati, sfruttati e torturati sia dai bianchi che dai mulatti dell’isola. I primi ammontavano a 40 mila persone, ed erano divisi in Grands Blancs, i proprietari delle piantagioni, e Petit Blancs, principalmente artigiani; i mulatti erano circa 27 mila, gerarchicamente identificati secondo 64 gradazioni di colore diverso a seconda della percentuale di sangue nero. La maggior parte dei mulatti era più ricca dei Petit Blancs, ma non possedevano gli stessi diritti dei bianchi. 

La configurazione sociale presentava quindi sia ricchi proprietari bianchi che mulatti, che si contendevano la proprietà degli schiavi neri, collocati in fondo alla piramide sociale. I neri erano vittime di ogni tipo di tortura: seppellirli fino al collo, con le ferite aperte, in modo da attrarre insetti verso i loro corpi, o riempire le loro parti intime di esplosivo erano tra i “passatempi” preferiti di molti dei loro proprietari. 

Il 14 luglio 1789, il popolo di Parigi assaltò la fortezza della Bastiglia; due anni dopo, a partire dal 14 agosto 1791, gli schiavi di Santo Domingo insorsero contro i proprietari delle piantagioni mettendo a ferro e fuoco tutta l’isola. Iniziò così la prima grande rivolta di schiavi della storia, che sarebbe stata storicamente l’unica ad avere successo. Gli schiavi dell’isola furono guidati dal grande protagonista della Rivoluzione Haitiana, e del libro di James: Toussaint Louverture, l’ex-schiavo che guidò la rivolta e che incarnò i principi della Rivoluzione Francese, portandoli al livello della liberazione degli schiavi della colonia francese.

 

Toussaint Louverture

Il cognome “Louverture” (talvolta riportato come L’Ouverture) è stato assunto da Toussaint tra il 1792 e il 1973, nel pieno della rivolta anticoloniale, per identificarsi come “colui che ha aperto la via”; alcune versioni riportano che il nome gli fu dato per la sua capacità di aprirsi la via durante le battaglie intraprese nell’isola. Gli altri due leader più importanti della rivoluzione furono Jean-Jacques Dessalines e Henri Christophe. Da quel momento in poi, durante i quattordici anni successivi, una guerra civile e le guerre con Spagna, Inghilterra e Francia, trasformarono Sainte-Domingue nella prima colonia del Terzo Mondo a conquistare l’indipendenza, che si riappropriò del nome “indio” di Haiti. 

Il percorso dell’indipendenza fu tutt’altro che lineare: fino al 1794, Toussaint Louverture si alleò con gli spagnoli, per poi passare con i francesi quando quest’ultimi abolirono la schiavitù nello stesso anno, alleanza che gli costò però l’ostilità delle truppe britanniche. I rapporti con i francesi si ruppero nuovamente nel 1801, quando Louverture proclamò con una costituzione la sovranità dei neri sullo stato e la perpetua abolizione della schiavitù. Napoleone era intenzionato a ristabilirla e inviò un corpo di spedizione militare nell’isola e l’anno successivo i generali Louverture e Christophe furono proclamati fuorilegge in quanto ribelli della Repubblica Francese. Le battaglie tra l’esercito di schiavi liberi e francesi raggiunsero il loro culmine: James scrive che «uomini, donne e bambini, come pure ogni bianco che venisse loro alle mani, venne massacrato. Venne inoltre impedita ogni sepoltura, lasciando pigne di corpi a decomporsi al sole per incutere terrore alle colonne militari di francesi che li avessero visti». 

Nel frattempo Louverture, che secondo la ricostruzione storica aveva probabilmente perso la motivazione dei primi anni della rivoluzione dopo circa un decennio di battaglie, non aveva mai smesso di dialogare con i bianchi proprietari delle piantagioni, un elemento che secondo gli storici decretò la sua rovina, insieme all’uccisione di uno dei più brillanti e popolari dei suoi generali, il nipote Moise, l’unica figura che forse avrebbe veramente potuto stimolare una coscienza di classe negli schiavi liberati. Toussaint Louverture fu poi arrestato e deportato in Europa, dove morì nel 1803. Dopo la resa dei generali Christophe, Toussaint e Dessalines, l’isola tornò sotto il dominio napoleonico, ma dopo che fu palese l’intento di ripristinare la schiavitù i neri si rivoltarono nuovamente, nell’estate del 1802.

I francesi, decimati dalla febbre gialla e stremati dalla nuova guerra con l’Inghilterra, persero il controllo di Santo Domingo e il 1° gennaio del 1804, Dessalines dichiarò l’indipendenza dell’ex-colonia, proclamando la nascita di Haiti. Alla fine della rivoluzione, si contò la morte di 200 mila haitiani e furono pesantissime le perdite per spagnoli, francesi e inglesi, sia a causa delle battaglie che per la febbre gialla.

Il libro di C. L. R. James mette in discussione le stesse idee universaliste della Rivoluzione Francese; un elemento contraddittorio, su cui è possibile affrontare una profonda riflessione, era che molti dei proprietari di schiavi di Santo Domingo erano gli stessi giacobini che supportavano la rivoluzione in madrepatria, tra cui i commercianti borghesi della città di Nantes. Ci si potrebbe chiedere, inoltre: la rivoluzione è solo una questione di bilanciamento di potere delle classi o l’elemento razziale gioca un ruolo determinante? 

Sicuramente, le idee e i principi dell’Illuminismo e della rivoluzione ebbero un effetto decisivo nella presa di coscienza degli schiavi di Haiti, definiti da James i veri “giacobini”, ma è importante comunque sottolineare che lo storico non parla di una lotta tra bianchi e neri. Piuttosto, il racconto si incentra sul sovvertimento della schiavitù. I neri liberi dell’isola fecero alleanze trasversali con mulatti e colonizzatori, a seconda di interessi che non coincidevano necessariamente con l’appartenenza determinata dal colore della pelle. Da giornalista di stampo marxista, il libro di James guarda alle lotte di liberazione anticolonialiste secondo una connotazione di classe, ancor prima che mettere in primo piano la linea del colore. 


 
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Davide Renda

Davide Renda

Caporedattore e Responsabile di "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.

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