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Gli effetti della crisi economica da Covid-19 sulle pensioni

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In un periodo di profonda crisi economica, gli effetti dell’emergenza da Covid-19 potrebbero influire sulla riduzione dell’assegno pensionistico.


Le conseguenze economiche negative della pandemia stanno condizionando il delicato sistema previdenziale e pensionistico italiano. La crisi economica, il calo del Pil, le difficoltà delle imprese e del mondo del lavoro e gli aggiornamenti dei coefficienti di rivalutazione per il calcolo delle pensioni, sembrano delineare un quadro preoccupante per i lavoratori che dal 2021 accederanno alla prestazione. Se tali fattori riescono a incidere già sugli assegni dei prossimi pensionati, una maggiore attenzione è indispensabile, negli interventi di politica economica e sociale, per quei lavoratori situati in una fascia di età tra i 30 e i 50 anni. Per i suddetti motivi gli esperti del settore, già da anni, analizzano e propongono forme di affiancamento alla previdenza pubblica che permettano un maggiore benessere pensionistico: scelte che ricadono in capo al lavoratore, come nel caso della valutazione di una previdenza complementare o del riscatto degli anni non lavorati, o in capo al datore di lavoro, come nel caso di un welfare aziendale integrativo.

Il nostro sistema a ripartizione e contributivo subisce l’influenza di diversi fattori, quali: l’allungamento della speranza di vita, la diminuzione del tasso di natalità, il rapporto tra il numero degli occupati e quello dei pensionati. Dalla fine degli anni ‘70, anche per effetto delle suddette variabili, si è determinato un aumento della spesa pubblica pensionistica che, oggi, ammonta al 16% del Pil; e, di certo, gli effetti prorompenti della pandemia non ne migliorano la portata: la spesa pensionistica potrebbe crescere ulteriormente e, così, anche il debito pubblico. Le stime del Fondo Monetario Internazionale – discusse nel World Economic Outlook – proiettano il debito italiano oltre il 160% del Pil. Per riuscire a rientrare, la spesa pensionistica potrebbe subirne le conseguenze.

All’indomani della fase più acuta del periodo Covid-19, i fattori di influenza che porterebbero a un abbassamento dell’assegno pensionistico sono facilmente individuabili: in primis, gioca un ruolo fondamentale la revisione strutturale e biennale dei coefficienti di trasformazione, introdotti e utilizzati alla base del calcolo della pensione con sistema contributivo. Si tratta di valori che tengono in considerazione l’età anagrafica dalla quale il lavoratore accede alla prestazione previdenziale, fissata dal MEF con decreto del 5 novembre 2019, senza alcuna variazione per il prossimo biennio, a 67 anni di età sia per gli uomini che per le donne, e l’arco di tempo della sua erogazione. Tali elementi sono determinati sulla base dell’aspettativa di vita e permettono di tradurre in tesoretto il montante contributivo versato dal lavoratore e dal datore di lavoro nel corso della vita lavorativa.

Più nello specifico, minore è l’arco di tempo che intercorre dall’età da cui si accede alla prestazione pensionistica all’età stabilita come aspettativa di vita, maggiore è la percentuale del coefficiente che converte il montante contributivo in rendita; al contrario, maggiore è l’arco temporale, minore è il valore del coefficiente. Ebbene, i coefficienti di trasformazione, aggiornati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per il biennio 2021-2022, sono stati ulteriormente abbassati perché gli indicatori demografici registrano, ancora una volta, un allungamento della speranza di vita: per gli uomini la stima è di 80,8 anni (+0,2 rispetto al 2017) e per le donne 85,2 anni (+0,3 rispetto al 2017).

Di seguito una tabella che evidenzia l’andamento dei coefficienti con diversa età pensionabile e la diminuzione degli stessi rispetto al biennio attuale per effetto dell’aumento della speranza di vita:

Età lavorativa di accesso alla prestazioneBiennio 2019-2020Biennio 2021-2022
665,419%5,391%
675,604%5,575%
685,804%5,772%
696,021%5,985%
706,257%6,215%
Tabella completa su Ipsoa quotidiano

Gli altri due fattori, necessari per comprendere la sempre più difficile e preoccupante situazione previdenziale, sono invece il frutto della condizione di maggiore crisi che il Paese sta attraversando a causa dell’impatto epidemiologico. Sul calcolo della pensione, ancor prima dell’applicazione dei coefficienti di trasformazione, incide, infatti, un altro parametro che è dato dal tasso annuo di capitalizzazione legato al rapporto Pil/deficit. Il tasso è il risultato della variazione media quinquennale del Pil nominale con riferimento al quinquennio precedente l’anno di rivalutazione.

Solitamente è sempre un valore maggiore e, in ogni caso, mai minore di uno, “salvo – detta la norma all’art. 5, co. 1, del DL 65/2015 – recupero da effettuare sulle rivalutazioni successive”. In parole semplici: meno cresce l’economia italiana, minore sarà il tasso e più bassa sarà la rivalutazione da effettuare sulla somma complessiva dei contributi. Come già successo nel 2015, non è improbabile che si registri un drastico calo del Pil tale da registrare addirittura un tasso con valore negativo e conseguente perdita sull’importo dei nuovi assegni. Gli interventi del Governo, a cui stiamo assistendo, sarebbero implicitamente diretti a scongiurare una simile prospettiva: si sta provando, per quanto possibile, a far sì che la crisi economica non arrivi ad appiattire il tesoretto pensionistico.

L’ultimo fattore, infine, riguarda più da vicino il mercato del lavoro. Alla difficoltà legata a una discontinuità lavorativa e, dunque, contributiva si affianca una percentuale ridotta di contributi versati a seguito dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali. È proprio per la complicata situazione del mercato del lavoro italiano che i professionisti ritengono, oggi, la previdenza integrativa non più come un qualcosa di eventuale da aggiungersi, ma come necessaria ai fini di un sostentamento futuro più cospicuo. Peccato che l’idea di un fondo pensione privato, come pure il riscatto contributivo dei periodi non lavorati, si scontri con la realtà: l’insostenibilità dell’onere da versare per un lavoratore che vive un’incertezza lavorativa costante. Esisterebbe anche la possibilità di un intervento aziendale, attraverso un welfare integrativo a sostegno della previdenza complementare, ma, su questo tema, il tessuto imprenditoriale ha ancora molto da imparare.

Sulla base di quanto appena descritto, esperti del settore hanno provato a proiettare quanto possano incidere queste variabili sull’importo complessivo annuo delle pensioni: prendendo a riferimento lavoratori con età differenti, l’effetto più incisivo di riduzione sull’assegno è dato dalla presunta riduzione del Pil (fonte Sole 24+), rispetto alla revisione dei coefficienti di rivalutazione e a possibili inattività lavorative, che comunque incidono seppur in misura più leggera.

In conclusione, tralasciando gli aggiornamenti dei coefficienti di rivalutazione ormai stabiliti e di cui prendere coscienza, si auspica un intervento mirato di politiche economiche e giuslavoristiche al fine di non aggravare ulteriormente, soprattutto sul lungo periodo, il futuro delle pensioni: l’ennesimo innalzamento dell’età pensionabile, la riduzione delle agevolazioni esistenti per l’accesso anticipato alla pensione, sono interventi che rischiano di tradire il patto intergenerazionale del nostro sistema previdenziale.


 
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Mariangela Pullara

Mariangela Pullara

Agrigentina, ma palermitana di adozione. Cresciuta a pasta e libri: la Fenomenologia dello Spirito di Hegel e lo Statuto dei lavoratori sono i miei romanzi preferiti.

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