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Le bionde di Hitchcock: l’ossessione del maestro del brivido

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Torna “Ecocult”: parliamo di un aspetto affascinante dei lavori del maestro Alfred Hitchcock: le sue protagoniste, bionde e algide, che hanno coniato la bellezza hitchcockiana.


Siamo nel 1960: la bionda Marion Crane ruba 40 mila dollari e fugge per raggiungere il proprio compagno e ricominciare una nuova vita. Troverà invece la morte nel Bates motel, nella celeberrima scena della doccia, in uno dei film più importanti di Alfred Hitchcock, “Psyco”. Ma perchè viene uccisa? Cosa rappresenta per lo psicopatico Norman Bates? La risposta sta nella bellezza “hitchcockiana”, e sappiamo subito cosa aspettarci.

L’aggettivo mutuato dal nome del “maestro del brivido” è entrato a far parte del lessico quotidiano. Sta lì per indicare una donna dalla bellezza raffinata e discreta, ma allo stesso tempo dalla sensualità sconvolgente. Una donna «fredda fuori e luminosa dentro», scrive il giornalista tedesco Thilo Wydra. Ma soprattutto, una donna bionda. Bionde, non sfacciatamente sensuali e algide, almeno all’apparenza, ambigue e misteriose, in grado di trasformarsi inaspettatamente in sex symbol: se la seduzione è troppo evidente – sosteneva Sir Alfred – non c’è più suspense.

Icona della bionda hitchcockiana è senza dubbio Grace Kelly. Diretta dal maestro in ben tre film, incarna quella bellezza perfetta e dal fascino ambiguo, capace a volte di azioni al limite della criminalità. Emblematico diventa il suo ruolo ne “Il delitto perfetto”, dove veste i panni di una moglie adultera che, da vittima di un tentato omicidio, si trasforma invece in carnefice del suo assassino, nella famosa scena delle forbici girata in 3D. Hitchcock dedicò particolare attenzione ai colori fatti indossare alla protagonista Grace Kelly. All’inizio del film sfoggia un elegante abito di pizzo rosso; poi, col procedere della trama, il suo guardaroba perde gradualmente di colore: rosso-cupo, blu-grigio, grigio, fino all’ultimo cappotto di un triste marrone. «I suoi vestiti sono diventati sempre più scuri man mano che l’intreccio diventava più “oscuro”».

Nel film successivo, “La finestra sul cortile”, la prima scena in cui appare la Kelly è sensazionale: un primo piano che si va avvicinando lentamente allo schermo per baciare il protagonista James Stewart. È un certo tipo di testa che Hitchcock trova costantemente affascinante: capelli biondi che ricadono in un certo modo sugli orecchi, un comportamento che implica un autocontrollo freddo, da signora, ma non ignora ciò che brucia dentro. Questo è il personaggio della bellissima e sofisticata Lisa Fremont, che sarà anche in grado di entrare di soppiatto in casa dell’assassino per cercare una prova che lo incrimini; Lisa riuscirà anche a strappare una promessa di matrimonio al fidanzato dubbioso.

In “Caccia al ladro” è perfetta per la parte di donna seducente e imprevedibile, nascosta dall’apparenza di bionda, fredda e distaccata, vero “ghiaccio bollente”: paradigmatica la corsa nell’automobile guidata dalla Kelly per seminare gli inseguitori del protagonista Cary Grant.

Nel 1958 esce “Vertigo”, tradotto in Italia con il titolo La donna che visse due volte, con protagonisti James Stewart e Kim Novak. Dal momento che Grace Kelly aveva abbandonato le scene per diventare principessa di Monaco, la produzione impose al regista la Novak, reduce già da altri successi cinematografici. Hitchcock voleva al suo posto Vera Miles, che era stata già protagonista di un altro suo film, “Il ladro”, ma l’attrice stava affrontando una gravidanza.

Il regista seppe trasformare Kim Novak nell’archetipo di bionda inafferrabile che caratterizzò molti dei suoi film. Il tema freudiano del film è incarnato nel doppio ruolo della Novak che interpreta la bionda gelida e misteriosa Madeleine Elster e la bruna Judy Barton. Il volto di Madeleine diventa emblema del film: Madeleine si alza e attraversa la sala; un primissimo piano presenta il suo profilo che si proietta, da sinistra a destra, sulla tappezzeria cremisi della parete. Nella seconda parte del film, nella stanza dell’Hotel Empire, di sera, Hitchcock inquadra il profilo di Judy che guarda verso sinistra, illuminato dalla luce verdastra di un’insegna al neon. Ha un aspetto spettrale e pare l’esatto negativo di quello di Madeleine: è tutto il passato che ritorna. Come in fotografia, così nel film, il negativo diventa l’originale, mentre il positivo è la contraffazione.

La Novak diventa così «un’icona di profilo», come la definisce Jean Pierre Esquenazi. Il film diviene il simbolo dell’essere Pigmalione del regista: Kim Novak che recita Judy che recita Madeleine che recita Carlotta, con un gioco di specchi, quadri e cornici che rimandano sempre al tema del doppio e che vanno a costruire una delle più belle e crudeli love story hitchcockiane.

Nel 1963 esce uno degli ultimi capolavori del regista: “Gli uccelli”. Viene scelta come protagonista l’allora sconosciuta Tippi Hedren (madre di Melanie Griffith e nonna di Dakota Johnson). Data la scarsissima esperienza da attrice della Hedren, limitata alle sole apparizioni pubblicitarie in televisione, per lei fu necessario un lento e costante apprendistato, che comprendeva numerose sessioni di trucco, costosi provini, un ricco guardaroba, anche personale, e poi il diretto coinvolgimento in ogni fase della preparazione del film: un trattamento particolare e raramente riservato dal regista ad altre sue “attrici-feticcio”.

Fu lo stesso Hitchcock a guidarla subito e, tra l’altro, ad imporle il nome d’arte “Tippi”. La Hedren ebbe spesso a che fare con riprese davvero estenuanti e – dato il soggetto – con stormi di uccelli impazziti, alcuni meccanici o solo disegnati ma in molti casi in carne ed ossa che, ovviamente, non si comportarono sempre come previsto dalla sceneggiatura (tanto da provocarle un vero e proprio esaurimento nervoso alla fine delle riprese). Ma il personaggio complesso della ricca e viziata Melanie Daniels, il cui arrivo nella cittadina di Bodega Bay scatena l’attacco furioso di stormi di uccelli impazziti, resta nella storia del cinema.

L’anno successivo il regista, dopo aver cercato inutilmente di riportare sulle scene Grace Kelly, affidò alla Hedren il ruolo complesso di una donna cleptomane, frigida e con diversi traumi nella bellissima pellicola “Marnie”. Come protagonista maschile volle Sean Connery, allora all’apice della carriera per i film di James Bond. Mentre come 007 seduceva e aveva tante donne, in Marnie trovò invece l’unica donna che non voleva essere toccata da Connery, quasi a dissacrare il fascino indiscusso da macho dell’attore. La lavorazione del film risultò molto difficile e traumatica per Tippi Hedren, ancor più rispetto all’esperienza precedente, non solo perché Hitchcock tentava di trasformarla in una perfetta copia della “perduta” Kelly, ma soprattutto per la pressante attenzione nei suoi confronti.

Hitchcock sviluppò infatti una vera e propria ossessione personale per la giovane attrice, che non si limitava solo al suo lavoro ma si estendeva anche alla vita privata, tanto che voci sul set raccontavano che la lavorazione, data l’estrema tensione, ad un certo punto proseguisse senza una comunicazione diretta tra i due interessati, ma solo tramite interposta persona. La Hedren, che a quel punto il regista nominava semplicemente come La Ragazza, resistette, consapevole che quel ruolo, molto difficile per una come lei con pochissima esperienza nel cinema alle spalle, le avrebbe consentito di avere una brillante carriera se la sua recitazione nel tempo fosse risultata gradita a pubblico e critica.

Alla fine della lavorazione però, dato il rifiuto deciso alle sue ripetute e – si dice – particolarmente insistenti avances, Hitchcock, che attraversava un periodo piuttosto critico nella propria gloriosa carriera e che pure aveva in mente per la Hedren un ulteriore terzo film da girare, impedì all’attrice di lavorare ancora con lui o con qualunque altro produttore e regista, tenendola sotto contratto in esclusiva con la Universal fino al 1967 e solo per sporadiche apparizioni in serie televisive.

In seguito, la carriera della Hedren non decollò mai pienamente e l’attrice resterà in genere molto legata, nell’immaginario collettivo e per la critica internazionale, alla sua complessa e famosa collaborazione con Hitchcock, di cui però verrà considerata – e con crescente rispetto – l’ultima vera diva bionda e fascinosa, in apparenza algida e sfuggente, anche per merito del rinnovato apprezzamento critico e televisivo dei suoi primi due celebri film.

In definitiva, possiamo dire che esiste un innegabile collegamento tra questa concezione dell’attrice come “materia da adattare a un canone estetico preciso”, ingranaggio fondante di un meccanismo narrativo che gioca con gli stereotipi, in continua tensione tra «il desiderio e la sua repressione», e il noto rapporto conflittuale tra Hitchcock – accusato spesso di essere misogino e ossessivo – e le attrici. Una perversa combinazione che ha prodotto la “bellezza hitchcockiana”.

Di Gaspare Biondo


 
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