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Armine Harutyunyan è più di una faccia, è la narrazione di una persona unica

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Cosa c’è di sbagliato nella bellezza di Armine Harutyunyan che tanto ha turbato il web? La moda ha davvero il potere di plasmare il concetto stesso di bellezza?


Armine Harutyunyan, di professione modella, ha iniziato una collaborazione con la nota maison di moda Gucci che l’ha inserita fra le 100 donne più belle al mondo, è di origine armena e ha 23 anni, fin qui nulla di strano. Di lei si sa ben poco, ma quel poco che basta a trasformarla in un caso mediatico, sotto la spinta di un popolo virtuale turbato che ha deciso di scagliarsi contro la modella.

Ad aggravare la posizione di Armine Harutyunyan è stata una foto che ha fatto notizia. La modella, ritratta a Roma presso l’Altare della Patria, sembra abbia posato facendo il saluto romano. Nel giro di pochissimo l’immagine è rimbalzata sui social, a ciò ha fatto seguito la smentita, la foto era modificata e quindi finta, Armine era ad un passo dall’accusa di apologia politica.

Sulla ragazza piovono insulti di qualunque estrazione che la rendono vittima di body shaming, letteralmente: “derisione di una persona per il suo aspetto fisico”. Non solo la moda ma anche la politica, l’imprenditoria, hanno visto fioccare casi simili e i motivi sono sempre gli stessi: troppo grassa, troppo magra, troppo truccata, troppo rifatta, troppo brutta, troppo bella, insomma se sei “troppo” di qualcosa inizia a preoccuparti.

La moda e il piacere per il bello hanno visto l’alternarsi di modelli estetici differenti: dalle  gibson girls, corpi a clessidra strizzati in claustrofobici corsetti, per passare ad un tipo di bellezza androgina, quella di corpi sottili e slanciati, le cosiddette flapper girls. La storia ci ha visti poi intrappolati nel prefisso 90-60-90, erano i numeri della moda negli anni ‘90, erano gli anni di Kate Moss.

Arriva il 2000, messa da parte la modella britannica si inizia a parlare di curvy, gli stilisti stipano nell’armadio vecchi modelli per portarne in auge di nuovi, fatti di curve e di cellulite e si abbatte il tabù dei carboidrati.

Armine ha sopracciglia spettinate (in barba ai trattamenti di microblading), un naso non proprio alla francese e occhiaie a prova di contouring, è stata definita brutta e per questo inadatta, inadeguata; “indossa” i lineamenti tipici del suo paese che si scontrano in toto con quella bellezza occidentale imposta come assoluta.

La bellezza di Armine è l’espressione di una femminilità unica il cui volto ha una sua autentica narrazione, non si allinea ai modelli virtualmente imposti, non si lascia ingabbiare dalle mode perché Armine, come lei stessa ha detto, è più di una faccia. In un’epoca dove le star sui social postano stories su prodotti dimagranti o di beauty care, trasformando quel momento narrativo virtuale in una televendita, mettere una foto in cui si mangiano patatine fritte è da vedersi quasi come un atto rivoluzionario che mette da parte il tradizionale avocado toast catturato in uno scatto alla Thelma e Louise magari in noto caffè del centro.

Questo caso ha messo sul piatto quanta più cattiveria possibile, oltre che l’intolleranza verso tutto ciò che non è canonizzato, allineato, stereotipato, verso ciò che non è socialmente apprezzato, tollerato, osannato, in una parola sola, accettato. Ci siamo rivelati sottomessi a diktat di perfezionismo irreale, frustrante e noioso, scoprendo di aver paura dell’unicità degli individui, del normale spacciato per anormale, di ciò che passa per diverso ed invece è ordinario, ma soprattutto è unico.

Abbiamo paura dell’espressività, dell’emotività, delle fragilità messe sul piatto senza paura da chi è in grado di dire “io sono così e mi piaccio, sono una persona oltre che una faccia”. Abbiamo paura a guardarci allo specchio e a vederci noi stessi inadatti, a confrontarci col mondo perché troppo impegnati nella cura estetica e poco in quella di noi stessi, del nostro sé, liberandoci dai pesi, dalle tensioni, dalla vergogna verso certi difetti che ci limitano.

Magari ci siamo sentiti infastiditi da un coraggio che non abbiamo ma che vorremmo avere mentre sfogliamo i filtri su Instagram per trovare quello che ci renda più apprezzabili.

È necessario prendere atto dell’eterogeneità della bellezza, non tanto verso un aspetto fisico bensì come atteggiamento verso la vita; uscire dalla comfort zone in cui abbiamo inghiottito pillole di sterile perfezione estetica e volgere lo sguardo verso il mondo in cui, magari, ci sentiamo meno sicuri ma dove possiamo cogliere l’intensità e la bellezza del diverso. Nulla come la moda ha il potere di farci sognare attraverso la mutevolezza dei costumi, planando sulla razionalità e rivedendo il concetto stesso di bellezza.


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Martina Bonaffini

Viaggiatrice solitaria alla volta di nuove terre, mai immobile e sempre (o quasi) con l'ironia in tasca.

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