Tempo di lettura: 5 minuti

La motocicletta, dopo 150 anni ancora simbolo di libertà

 

La motocicletta quest’anno fa più di 150 anni di vita, il primo prototipo fu di Louis-Guillame Perreaux, datato 1869. La moto però non è solo un mezzo ma uno stile di vita.


«Se fai le vacanze in motocicletta le cose assumono un aspetto completamente diverso. In macchina sei sempre in un abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che tutto quello che vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare di TV. Sei un osservatore passivo e il paesaggio ti scorre accanto noiosissimo dentro una cornice. In moto la cornice non c’è più. Hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei uno spettatore, sei nella scena, e la sensazione di presenza è travolgente».(Robert Maynard Pirsig)

La motocicletta, sinonimo da sempre di libertà, quest’anno fa più di 150 anni. Il primo prototipo nacque infatti nel 1869 e fu opera dell’ingegnere meccanico Louis-Guillame Perreaux. La prima motocicletta funzionava a vapore e fu chiamata dal suo inventore Vélocipede à GrandeVitesse. Tuttavia Louis-Guillame Perreaux non viene ricordato come “l’inventore della motocicletta”; si fa risalire tale appellativo ad un altro ingegnere, Gottlieb Daimler, colui che aveva inventato anche il motore a scoppio. Daimler quindi fu il primo a tentare la via della produzione industriale e la sua moto fu costruita nel 1885.

Ripercorrere la storia delle moto è difficile, ci vorrebbe un intero manuale di storia del motociclismo, su moto iconiche, case costruttrici, piloti, gare, generazioni di moto. Le prime motociclette pubbliche si videro sul finire del 1800, a Parigi, ed erano in legno, capaci di andare ad una velocità di all’incirca 12 chilometri orari. Nel 1896 l’ingegnere Holden inventò una bicicletta con motore a quattro tempi e freno sulla ruota anteriore. La prima quattro cilindri nella storia della moto. Ma quella che fu definita la prima “motocicletta” fu quella inventata dai Werner, nel 1901, con motore centrale e trasmissione sulla ruota posteriore.

Da lì, all’inizio del Novecento, iniziò la stagione delle corse, seppur ancora sotto forma di maratone stradali: il 1903 è l’anno cruciale con grandi manifestazioni sportive come la Parigi-Vienna e la Parigi-Madrid. Furono gli anni di un derby tra Inghilterra e Francia per affermare il primato motociclistico tra i costruttori. Un derby che durò poco, perché da lì si affermò, per tantissimi anni, un’altra scuola, quella italiana, che ne prese il primato.

Nel 1909 nacque la Gilera, seguita dalla Ferrera nel 1913 e dalla intramontabile Moto Guzzi nel 1921 con la costituzione della “Società Anonima Moto Guzzi”. E poi ancora la Ducati, nata nel 1926 con il nome di “Società Scientifica Radio Brevetti Ducati”, specializzata nella ricerca e produzione di tecnologie per le comunicazioni radio (come casa motociclistica nacque vent’anni dopo). E poi ancora la Benelli, che nel 1927 divenne celebre con un motore 175c cm³ 4 tempi con distribuzione a “cascata” d’ingranaggi e albero a camme in testa. E da lì ancora, nel Dopoguerra, nacquero Mv Agusta, Aprilia e un’altra cinquantina di case motociclistiche.

Gilera, Ducati, Benelli, Laverda, Parilla e Guzzi furono le case più importanti a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60, anni in cui la moto diventava un mezzo di massa. Anni in cui si affermò lo stile italiano, fatto di affidabilità, stabilità, semplicità nella manutenzione e nella guida. Gli scooter, come Lambretta e Galletto, furono un fenomeno tipico dell’industria italiana e nel caso di Vespa divennero un vero e proprio mito.

Ma la casa italiana che iniziò ad esportare il made in italy nel settore motociclistico e come scuola motoristica fu la Moto Guzzi: la prima è la Normale, con 8 cv di potenza. Da lì ne seguirono modelli iconici e di successo come la Guzzi G.T. del 1928, detta “Norge” e soprattutto l’Airone 250 del 1939, la “media cilindrata’’ più diffusa in Italia per più di 15 anni. Ma quando si parla di Moto Guzzi il modello per eccellenza che ne ha fatto la storia è la V7, che meriterebbe un articolo a parte. I due modelli più importanti furono la V7 Special del 1969 e la V7 Sport del 1972.

Un altro capitolo lo merita la Vespa, che nacque nel 1946, lo stesso anno in cui nacque la Ducati. La Vespa arrivò subito come una “filosofia di vita”. Per la maggior parte delle persone avere una Vespa significò far parte del sogno di chi era ragazzo negli anni ’70, quando i valori della libertà e della spensieratezza erano fortissimi e la loro ricerca era ossessiva. Si trattò di un lavoro di marketing preciso e costante, che andò sempre in quella direzione.

Vespa fu oggetto di pubblicità, film, canzoni in cui si faceva menzione alla libertà e alla spensieratezza, come in “Vacanze romane” del 1953: in una scena celebre si vedono Gregory Peck e Audrey Hepburn su una Vespa che girano per Roma combinando guai; i due sono molto divertiti e soprattutto lei prende la faccenda con molta leggerezza. Questo film ha reso famosi nel mondo Audrey Hepburn, che per la prima volta interpretava un personaggio centrale, e la Vespa.

Altra casa motociclistica iconica è la Triumph, il cui mito inizia con la “Thunderbird” di Marlon Brando nel film del 1954 “Il Selvaggio”: si può dire che dalla Triumph Thunderbird poi arrivarono tutte le altre. Il mito della moto come mezzo ribelle e libertario cominciò proprio da qui.

Il Selvaggio fu un film che ha fatto epoca, sia nel costume (il giubbotto di pelle, un cappello con visiera e la moto di Brando, una Triumph Thunderbird 6T del 1950), che nell’immaginario collettivo. Fu un film che agì più nel tempo che nell’immediato, poiché divenne il capostipite della denuncia di un certo malessere giovanile. Nel film, in una tranquilla cittadina della California, spadroneggia una banda di giovinastri dediti all’ubriachezza, alle gimkane motociclistiche e ad azioni di teppismo.

Anche il comandante Che Guevara era un grande appassionato di motori. In “Diari della motocicletta”, film del 2004, si racconta del suo percorso assieme all’amico Alberto Granado in sella a una Norton 500 M18, la leggendaria Poderosa II, una moto da viaggio davvero straordinaria.

Ispirato dai diari di viaggio “Latinoamericana” (Notas de viaje) dello stesso Guevara e “Un gitano sedentario” (Con el Che por America Latina) del suo compagno di viaggio e amico Alberto Granado, in questo road movie i protagonisti sono due giovani e aitanti ragazzi che hanno in comune inquietudine, grandi ideali e insaziabile amore per i viaggi. Questo viaggio in particolare ha consentito al protagonista, il Che, di osservare la miseria e la povertà del popolo latino-americano, iniziando ad analizzare i nefasti effetti dei sistemi economici vigenti, e sentendo crescere dentro di sé l’esigenza di un mondo più equo.

Senza questo celebre viaggio, che gli ha cambiato la vita e gli ha aperto la mente, e che non sarebbe stato possibile senza la sua ‘Poderosa’, non ci sarebbe stato uno dei più grandi rivoluzionari di tutti i tempi.

Chissà cosa sarebbe successo se anche Kerouac avesse viaggiato in moto, per raccontare On the road. Manifesto celebre della beat generation e delle road story, in moto avrebbe preso tutt’altra piega. Una piega che, sulla scia di On the road e della già citata beat generation, viene intrapresa ed esaltata dal cult “Easy Rider”. Un viaggio tutto su motocicletta, Harley Davidson per la precisione.

Quale migliore pellicola di Easy Rider per illustrare al meglio le eccezionali caratteristiche di questi gioielli della strada? Correva l’anno 1969, quando Peter Fonda e Dennis Hopper stravolsero ogni canone possibile e immaginabile a bordo delle loro Panhead, due tra le moto più iconiche per viaggiare mai realizzate nella storia. Con queste moto, con quelle modifiche, nacque il concetto moderno di “chopper”: eliminando tutto il ‘superfluo’ (alla moda dei “fuorilegge” del primo Dopoguerra) riverniciandole e modificando forcelle e serbatoi.

Perché come dice il famoso telecronista Giovanni Di Pillo: «La motocicletta è una fabbrica di emozioni. È un ponte che unisce sponde, è uno zen mentale. Ciò che la rende differente da tutti gli altri mezzi destinati alla velocità e dotati di un motore è che il pilota diventa un tutt’uno con il mezzo manico ricreando fedelmente il mito del centauro. Io sono sempre stato attratto dalla velocità e la massima adrenalina te la dà proprio la moto. Perché sei esposto in prima linea e perché se fai un errore ti rendi, subito conto, che lo puoi pagare a carissimo prezzo. E poi la moto ti dà una sensazione di libertà, di evasione che dal mio punto di vista nessun’altra cosa ti può regalare. Dalla prima volta che ho messo il mio sedere su una sella ho capito che avrei voluto vivere una vita in mezzo alle moto e alle persone che vivono, progettano, guidano e sono animate da questa passione. Non c’è stato giorno che mi sono pentito di aver fatto questa scelta e la rifarei subito».

È proprio così: la scarica di adrenalina ed emozioni che ti dà una moto è semplicemente impareggiabile, ti rende spensierato e ti mette in viaggio. Ti fa capire che la vita è un’avventura che va vissuta in maniera forte, presa di petto, come se fosse una curva, va affrontata e dominata, non subita. Grazie di tutto motocicletta, e ancora auguri per questo sogno eterno su due ruote!


 
Antonio Di Dio

Antonio Di Dio

Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.

error: Content is protected !!