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2020, annus horribilis anche nelle carceri italiane

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A poche settimane dalla celebrazione della giornata mondiale contro la tortura, nelle carceri italiane si fanno i conti con pestaggi e manganellate, il tutto accompagnato dal silenzio assordante del Ministro Bonafede.


«Caro amore mio, oggi è l’8 aprile e ti scrivo per dirti che non sto molto bene e non so nemmeno come mandarti questa lettera in quanto non le fanno partire… sto vedendo se esce qualcuno per fartela avere. Amore, qui il giorno 6 aprile ci hanno fatto le perquisizioni a tutto il reparto, ma non solo questo, ci hanno distrutto le celle con parecchie cose che avevamo comprato noi stessi. Per colpa di qualche sezione a rimetterci sono state anche le altre e, sezione per sezione, sono venuti quasi 100 – 150 persone di polizia penitenziaria con i manganelli e si sono messi tutti in fila per il corridoio dopo che ci hanno distrutto le celle e poi cella per cella ci spedivano in saletta e mentre camminavano per il corridoio ci hanno distrutti di manganellate. Calcola che io Amò sto pieno di lividi dappertutto. Ma non è finita, stanno ancora continuando a fare abusi sui detenuti: all’improvviso viene la squadretta e portano i detenuti giù e li gonfiano di mazzate. In poche parole Amò io non ce la faccio più a subire tutte queste violenze. Per i troppi lividi che ho addosso non ce la faccio nemmeno a sedermi sulla sedia. Poi l’infermiera non ci chiama per farci refertare per paura delle guardie… Comunque Amò io ho ancora tante cose da raccontare, se parte la denuncia finirò di raccontare».

Sono queste le parole di un detenuto recluso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere riportate sul quotidiano Il Riformista. A poche settimane dalla celebrazione della giornata mondiale contro la tortura – il 26 Giugno – in Italia si ripetono sistematiche violazioni dei diritti umani che non riescono più ad impressionarci, in parte perché abbiamo perso seriamente il contatto con una realtà che diventa sempre più chiusa e isolata (quella del mondo carcerario) e in parte perché siamo abituati all’idea della violenza e dell’oppressione in carcere.

Tortura, violenza privata e abuso di autorità: queste le ipotesi di reato che la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha formulato a carico di 57 agenti di polizia penitenziaria che, il 6 aprile scorso, avrebbero pestato, insultato e minacciato alcuni detenuti rei di essersi barricati per protesta nel reparto Nilo, dopo che un addetto alla distribuzione della spesa era risultato positivo al coronavirus. A sollevare il caso era stata l’associazione Antigone, firmataria di un esposto alla Procura, che ora alza la voce e chiede che venga fatta luce su presunti episodi di “violenza generalizzata”.

Sul fronte opposto gli agenti di polizia penitenziaria e il leader leghista Matteo Salvini che qualche giorno fa non ha perso l’occasione per ribadire la necessità di introdurre pistole elettriche e videosorveglianza in carcere. Immediatamente gli ha fatto eco Giorgia Meloni gridando al vergognoso affronto nei confronti degli agenti. Insomma, la sostanza è questa: o ti schieri con le “guardie” o ti schieri con i “ladri”, altre posizioni non possono essere prese in considerazione.

A fronte di decine di denunce presentate da detenuti, garanti e associazioni, e in un Paese ove vige l’obbligatorietà dell’azione penale, secondo la coppia Salvini–Meloni la Procura avrebbe dovuto infischiarsene. Salvini e Meloni sono del resto coerenti con il loro credo politico, dal momento che avevano votato contro l’introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura, avvenuta nel 2017 a 33 anni di distanza dalla ratifica da parte del nostro Paese della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti

Questo 2020 è stato un anno molto difficile per il sistema giudiziario e penitenziario italiano; sono anche aumentati quasi del 35% i suicidi nelle carceri e non fa neanche più scalpore il silenzio assordante del Ministro Bonafede, che continua sistematicamente ad ignorare tutte le problematiche che con il Covid-19 sono notevolmente aumentate. La mancanza di personale medico specializzato, i disturbi psichici e della personalità che colpiscono almeno 8 detenuti su 10, la tossicodipendenza, l’utilizzo improprio di metadone come metodo per far “interrompere” una dipendenza da droghe pesanti, le patologie cardiovascolari e gastrointestinali dovute alla cattiva alimentazione a base prevalentemente di carboidrati, la mancanza di percorsi rieducativi e formativi che permettano di migliorarsi e di iniziare a progettare la propria vita una volta usciti dal carcere.

Il carcere non è una realtà autosufficiente, tutto arriva dall’esterno e l’idea di restare tagliati fuori dal mondo è angosciante per tutte le persone recluse, perché vuol dire diventare totalmente invisibili. Il problema carcerario non è soltanto la dimensione fisica della reclusione ma si pone anche dopo, quando una volta fuori bisogna ricominciare tutto dall’inizio, con il grosso rischio di ritrovarsi nuovamente nella situazione di partenza. Le galere sono lo specchio della società, non fanno altro che riflettere i suoi problemi e misurarne la febbre. E quando si smette di parlarne, di dialogare con chi ci vive e ci lavora, o le si racconta solo come mondi pericolosi e lontani, ecco che la tensione sale ed esplode la rabbia.


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Paolazzurra Polizzotto

Paolazzurra Polizzotto

Scrivere per me è stata una passione inaspettata, un dono tutto da scoprire. La mia missione è quella di dare una “voce” a chi crede di averla persa.

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