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South working, il lavoro smart che oltrepassa i confini

 
 

Riappropriarsi del proprio tempo e dei propri spazi grazie al lavoro in remoto: ne abbiamo parlato con Mario Mirabile, staff member del gruppo South Working.


Mario Mirabile è staff member del gruppo South Working nonché membro dell’associazione Global Shapers Palermo Hub, una rete di organizzazioni sparse per il mondo e parte del World Economic Forum, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo sociale, economico e sostenibile. Scopo del progetto South working è quello di promuovere il lavoro agile al sud quale spazio globale e non relativo, secondo l’idea di Elena Militello, promotrice del progetto, che afferma: “il concetto di sud è relativo, siamo tutti il sud di qualcun’altro”.

I valori del progetto coincidono con quelli già sanciti dall’art. 119 della Carta Costituzionale, che promuove lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, allo scopo di diminuire le diseguaglianze tra nord e sud del paese, garantire una distribuzione delle ricchezze e mitigare gli effetti negativi dell’esodo migratorio.

Per poter realizzare un progetto di questo spessore è necessario studiare molto, come ha sottolineato lo stesso Mirabile, per avere contezza del contesto in cui immettere l’idea progettuale, che deve essere solida e di qualità. L’onda mediatica è necessaria per creare un pensiero critico su cui si possa riflettere ma, oltre a questo, alla base c’è un contesto e una rete di ragazzi che vogliono investire su se stessi e sugli altri. Di questo, e molto altro, abbiamo discusso in quest’intervista a Mario Mirabile.

Il south working nasce come una forma di smart working, ovvero un lavoro che sia non solo intelligente (nel senso stretto del termine smart) ma che possa mettere al centro il benessere del lavoratore. Quali sono i suoi bisogni in questo particolare momento storico?
Crediamo fortemente nel valore di una condizione di benessere con standard elevati e stiamo ragionando anche in termini di diritti sociali. A tale riguardo spesso si è parlato di benessere psico-fisico legato all’isolamento dovuto al Covid-19, di isolamento nelle proprie case a causa dell’emergenza sanitaria. Crediamo che, e questo fa parte di uno degli assi d’azione, un modo per contravvenire alle difficoltà e alle criticità dovute all’isolamento fisico dato dal fare “home working” si basa sul creare una rete di coworking per svolgere il south working in maniera realmente intelligente. Crediamo che i coworking possano diventare presidi di comunità, permettendo alle persone non soltanto di collaborare o creare nuove idee, ma anche di partecipare. La dimensione della partecipazione locale, trasversalmente a vari livelli, è fondamentale. Non soltanto si collabora e si cresce secondo il valore fondamentale dell’intergenerazionalità ma la partecipazione è anche un valore civico. Riprendiamoci il nostro tempo ma riprendiamoci anche il nostro spazio. Inoltre, all’interno dei coworking si vogliono creare anche degli spazi di socialità, quali asili, luoghi di formazione, luoghi di formazione non formale, biblioteche. Stiamo creando questa rete al fine di poterla integrare ed ampliare non solo al sud Italia ma anche al Sud Europa. Partecipare, collaborare e prendersi cura della propria comunità.

Non pensi che un uso costante dello smart working possa comportare un inaridimento dei rapporti interpersonali, data la mancanza di contatto fisico tra persone che operano nello stesso ambiente di lavoro?
Questa è un’altra delle criticità che reputiamo doverosa analizzare per senso di responsabilità non solo nei confronti delle persone coinvolte nel progetto ma più idealmente nei confronti del progetto stesso. Noi guardiamo a nuove tipologie di rapporti, nuove collaborazioni e nuovi rapporti interpersonali. È vero che crediamo nel valore della comunità interna. Nelle aziende, i momenti di team building sono importanti e andranno re-immaginati alla luce delle esigenze che si stanno creando, bisogna organizzarsi. Già da ora ci sono delle aziende che stanno organizzando dei momenti di team building per lavoratori che sono in smart working per promuovere nuove forme di aggregazione e confronto, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti creativi, legati alla creatività decisionale. Organizzarsi per stimolarla al fine di incentivarla e incrementarla. Creare momenti di networking per avvicinare sia il lavoratore che la società civile a questi nuovi soggetti sia alla realtà sociale del terzo settore quanto a quella imprenditoriale per stimolare anche la nascita di nuove imprese. Prevediamo che nel medio-lungo periodo, legata anche alla questione del coworking e alla cooperazione fra soggetti diversi, possano nascere nuove imprese sul territorio del sud.

Di cosa ha bisogno questo progetto per potersi concretizzare (politiche, incentivi da parte delle aziende e/o dello stato, ecc.)?
Tante cose sicuramente! Stiamo ricevendo tanti feedback importanti da parte dei lavoratori, abbiamo anche istituito un osservatorio e lanciato un questionario. Per noi è fondamentale, più risposte abbiamo e più capiamo di cosa hanno bisogno i lavoratori e le imprese. Sicuramente avremo bisogno di spazi e di questa rete di coworking oltre che di soggetti che si iscrivono al nostro network, fra poco lanceremo anche il nostro sito web. Ma anche la condivisione di dati da parte di istituzioni, pubbliche o private che hanno raccolto dati su temi come migrazione, economia locale, migrazione intellettuale; molte istituzioni ci stanno già inviando dei dati in maniera aggregata (e anonimizzata, ovviamente). Stiamo anche costruendo un database in accordo con aziende e lavoratori remote friendly, in modo da stimolare una rete di aziende che possano farsi promotrici di questa iniziativa. Ultima cosa, avremo sicuramente bisogno di soggetti, trasversalmente parlando, da lavoratori a imprese a istituzioni di qualsiasi tipo che sposino le nostre idee e che in particolare condividano e sottoscrivano quella che abbiamo definito la “Carta del South Working”. Stiamo già scrivendo, ma la definiremo nei prossimi giorni, una Carta, che consiste nella trasposizione in formato cartaceo e digitale dei nostri valori e principi che definiscono il progetto. Per far parte dello stesso bisogna sottoscrivere e far rispettare i valori e principi della Carta; se si rispetta questo framework si può capire come lavorare insieme seguendo le linee del South Working.

I membri dello staff di South Working

Il questionario che avete somministrato che tipo di riscontri ha portato? I lavoratori hanno un pensiero consolidato e univoco oppure uno più scettico e frammentato?
Posso darti solo qualche informazioni al momento, ci stiamo servendo di esperti ed accademici per poter analizzare questa ricerca campionaria in maniera attenta. Abbiamo avuto 1107 risposte. Le persone che hanno partecipato provengono da tutta Italia, con una concentrazione in Sicilia. Hanno un pensiero consolidato e hanno una grande capacità di contrattazione con le aziende, la maggior parte di loro ha un contratto a tempo indeterminato e questo permette di far leva con la propria azienda di riferimento.

La quarantena, da cui siamo appena usciti, può portarci a un ripensamento generale del lavoro più in remoto che in presenza?
Assolutamente, il progetto nasce proprio all’interno di questo contesto e non sarebbe nato diversamente. È necessario non soltanto in funzione della pandemia ma per ristabilire un equilibrio fra lavoro e vita personale, per riprenderci i nostri spazi ma anche il nostro tempo.

Il lavoro in remoto è più performante di quello in presenza? Sarebbe interessante conoscere il parere dei datori di lavoro, alcuni dei quali preferiscono l’operato in loco anche per “controllare” la produttività dei dipendenti.
Secondo gli esperti, lo smart working, se fatto bene, permette di aumentare la produttività, questo è un dato di fatto scientificamente provato. Noi vogliamo promuovere lo smart working perché slega la persona dalla dimensione spazio-tempo e dalle ore lavorative. In Italia abbiamo un problema legato alla cultura aziendale, non è un caso che nel 2019, secondo l’Osservatorio dello smart working, il numero di lavoratori che lavoravano in remoto ammontava a 570.000. Invece, nel pieno della pandemia siamo passati ad oltre 8 milioni, un numero notevole. Qui il tema del controllo va superato per approcciarsi in maniera più concreta, più realistica, per comprendere quali sono i pro e i contro di questi aspetti. Lo smart working non prevede forme di controllo e sorveglianza, si devono prevedere forme specifiche non di controllo ma di misurazione della performance in relazione a questa metodologia di lavoro. Questo va fatto sempre insieme ai lavoratori, alle aziende e agli esperti.

Credete che in Italia ci siano le condizioni per realizzare un progetto di questo tipo?
Assolutamente si, altrimenti non saremmo qui a parlarne e non ci sarebbero così tante persone interessate a discutere con noi, sia dal lato dei lavoratori che dal lato delle aziende. Molti sono pronti ad iniziare collaborazioni di questo tipo. È il nostro tempo, è il tempo dei lavoratori e vogliamo riprendercelo insieme ai nostri spazi.

Cosa pensa la gente del progetto south working?
Abbiamo parlato con tantissime persone che ci hanno raccontato le loro esperienze, a noi piace ascoltarle. Abbiamo ricevuto messaggi di supporto e altri da parte di persone che hanno dubbi in relazione a temi più specifici ma a noi interessa ascoltare queste criticità, perché dobbiamo prendere atto di alcune difficoltà che la realtà contemporanea ci presenta e dobbiamo affrontarle. Il tema non è tornare dalla propria famiglia e basta, non è essere mammoni, perché se lo fossimo stati non saremmo andati in contesti lontani dal nostro. Il tema è ricucire uno strappo che c’è stato fra le generazioni e devo dire che il supporto che stiamo ricevendo è importante.

(Link alla pagina FB del progetto: https://www.facebook.com/southworking)


 
Martina Bonaffini

Martina Bonaffini

Viaggiatrice solitaria alla volta di nuove terre, mai immobile e sempre (o quasi) con l'ironia in tasca.

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