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Oltre i Doors: Jim Morrison poteva essere il più grande poeta “beat”

 

Jim Morrison non fu soltanto la voce dei Doors. A quasi 50 anni dalla morte del “Re Lucertola”, vogliamo ricordare il poeta.


Se c’è un personaggio eternamente giovane nella memoria collettiva, quello è Jim Morrison. Il cantante dei Doors, scomparso prematuramente all’età di 27 anni il 3 luglio del 1971, è una delle icone musicali di sempre, il “ragazzaccio” affascinante e misterioso, giubbotto di pelle, capelli lunghi e mossi, amato allora, oggi e, certamente, domani.

James Douglas Morrison (all’anagrafe) fu il “poeta maledetto” entrato a far parte di quell’amara serie, il Club 27, due anni dopo la morte del fondatore dei Rolling Stones, Brian Jones, e nove mesi dopo quella di Jimi Hendrix e di Janis Joplin, tutti immortali 27enni dal talento volato via troppo presto.

Quest’anno Jim avrebbe compiuto 77 anni: un rocker ben oltre la pensione, se vogliamo immaginarcelo sul palco a cantare “Break on through to the other side!”. Cosa poteva essere oggi, piuttosto che (banalmente) un rocker consumato con un po’ di matrimoni falliti alle spalle? Possiamo affermare con discreta certezza che sarebbe un affermato poeta, uno stimatissimo autore letterario, più di un Bob Dylan premio Nobel. Già, perché Jim Morrison non ha solo cantato per cinque anni con una rock band in lungo e largo facendo strage di cuori: Jim ha scritto tantissimo, e non necessariamente i testi per decine e decine di canzoni; ha prodotto versi per anni, come un fiume in piena.

Conosciamo Jim Morrison per i sei splendidi album in studio con i Doors e per le rocambolesche performance dal vivo che gli valsero la nomina di ribelle e sporcaccione, in un’America non ancora pronta alla sfrontatezza del cantautore nato in Florida. Ma conosciamo meno il tentativo di Morrison di farsi strada nel mondo letterario come autore di versi tutt’altro che cantati a ritmo di Rock & Roll.

Morrison ha probabilmente avuto sempre qualcosa di speciale dentro di sé, fin da quando era ragazzino. Il piccolo Jim viene segnato da un’esperienza che probabilmente gli cambia la vita: mentre percorre in auto con la sua famiglia il deserto tra Albuquerque e Santa Fe, Jim e la sua famiglia sono testimoni di un incidente che coinvolge diversi nativi americani. Sulla strada giacciono numerosi corpi, molti della tribù Pueblo, alcuni completamente ricoperti di sangue. Riferendosi a questo episodio, il Morrison ormai divenuto “il leader dei Doors”, dirà di aver sentito l’anima di uno sciamano morto in quell’incidente entrare per sempre in lui. Sciamanica o meno, la poesia emerse in diverse e accattivanti forme nel corso della sua vita.

Studente modello e assiduo frequentatore di biblioteche, mancherà la consegna dei diplomi nel 1961, “invocato” da una vita diversa che lo porterà fino ai riflettori dei palchi e al successo internazionale. Nel 1969, all’età di 23 anni, riesce finalmente a pubblicare i due volumi “The Lords” e “The New Creatures”, poi combinati in un unico grande libro di poesie, pensieri e descrizioni fantasiose. La tiratura era limitata (appena 500 copie) ma successivamente avranno un timido successo nel mondo della critica letteraria.

In molti, però, attribuiscono a Morrison un indiscutibile talento visionario, direttamente ispirato da grandi autori del passato come Arthur Rimbaud, William Shakespeare, William Blake e Friedrich Nietzsche, e folgorato da autori suoi (quasi) contemporanei come Jack Kerouac, autore di “On The Road” e Aldous Huxley, autore di “The Doors of Perception”. Il cantante dei Doors (proprio dal nome dell’opera di Huxley) sarebbe stato dunque un esponente di spicco dei poeti americani beat, viaggiatori e sognatori per un mondo libero?

Qualche suo contemporaneo lo aveva già acclamato come “il poeta americano degli anni Sessanta”: Michael McClure, uno dei più riconosciuti autori beat scomparso quasi due mesi fa, era un amico intimo di Morrison, oltre che uno dei suoi più grandi ammiratori (proprio dal punto di vista letterario!). McClure incoraggiò il giovane cantante a pubblicare le sue poesie e con Morrison tenteranno anche la scrittura di un film. Lo stesso McClure dirà del frontman-poeta: «Nella sua generazione, non c’è poeta migliore di Jim. In pochi sono apparsi con questa capacità lirica e seduttiva, forse soltanto Vladimir Majakovskij, nella Russia degli anni Venti; ma nessuno di questi ha avuto una parabola così breve e intensa».

Did you know freedom exists \ In school books \ Did you know madmen are \ Running our prisons \ Within a jail, within a gaol \ Within a white free protestant \ Maelstrom \ We’re perched headlong \ On the edge of boredom \ We’re reaching for death \ On the end of a candle \ We’re trying for something \ That’s already found us (“Freedom Exists”, An American Prayer, 1978)

Jim Morrison aveva due personalità produttive: il cantante, animale provocatore da palcoscenico; il poeta e profeta viaggiatore dalle porte della percezione. Morrison provò a tenere le due sfere separate firmando la sua prima raccolta di poesie col suo nome esteso. Finì per trovare un muro nell’editore (Simon & Schuster) il quale volle invece usare il suo “nome da rockstar” nelle stampe a larga tiratura, così come è successo per diverse opere postume uscite – a uno sguardo ignorante – come se fossero “altri testi del cantante dei Doors”. Un destino quantomeno ingiusto per un poeta maledetto, soprattutto per un riconoscimento accademico mai completamente arrivato a mettere d’accordo tutti, se non nella sintesi che fa di Jim un “poetico cantautore anticipatore”.

Jim Morrison e i Doors avevano dato prova di combinare in modo del tutto originale poesia e musica, incoronando il poeta come Re Lucertola (The Lizard King). Il riferimento va alla performance “Celebration of the Lizard”, un’opera totale in grado di coinvolgere poesia, musica e allegorie che per la sua durata non divenne mai un intero lato di un disco, come era invece nei piani dei quattro Doors. È in questo lungo brano che troviamo la frase dell’eclettico cantautore statunitense: «I’m the Lizard King, I can do anything». Ma ci sono tantissimi “live teatrali” che è possibile ascoltare fra le rarities che ogni buon appassionato conoscerà e in cui recitazione, colpi di scena musicali e dramma si fondono in un’unica potente esibizione. Oppure basta semplicemente mettere play a “The Soft Parade”!

Talvolta, può mettere in confusione la mancata distinzione fra i testi del Morrison con i Doors e le poesie di James Douglas, molte delle quali sapientemente registrate nei due anni che precedono la sua morte. L’album postumo pubblicato nel 1978, “An American Prayer”, unisce la voce recitante di Jim con (seppur eccellenti) basi musicali – prodotte successivamente – che trasformano di fatto le poesie in bizzarre song lyrics.

Un fatto ancora più inquietante per il giudizio che è andato formandosi sul poeta americano è che fra le poesie “cantate” nel disco ci sono produzioni meno eleganti come “Lament”, un’ode al pene che, con una scelta operata direttamente dall’autore, sarebbe stata forse scartata o utilizzata per un brano provocatorio – l’ennesimo dei Doors – e tipicamente Rock & Roll.

Lament for my cock \ Sore and crucified \ I seek to know you \ Acquiring soulful wisdom \ You can open walls of mystery […] (prima parte di “Lament”, An American Prayer, 1978)

È solo dopo la sua morte che altre pubblicazioni (non sottoforma di canzoni) ottennero grande successo, quello che forse si meritava in vita. “The Lost Writings of Jim Morrison Volume I”, altrimenti intitolato “Wilderness” è diventato nel 1988 un bestseller. Anche il volume II, “The American Night”, pubblicato nel 1990, fu un successo. E ci sono alcune poesie registrate nel dicembre 1970 che rimangono inedite fino ad oggi ed in possesso della famiglia Courson, i parenti della moglie di Jim Morrison, Pamela Susan Morrison, morta anche lei, stroncata da un’overdose di eroina nel 1974. Il Re Lucertola svelerà presto nuovi colpi di scena o nuove poetiche apparizioni? Intanto noi, come da decenni a questa parte, continuiamo a ricordarlo come una intensa sensualissima luce del Rock.


 
Daniele Monteleone

Daniele Monteleone

Caporedattore. Scrivo tanto, urlo tantissimo. Passione irrinunciabile: la musica. E poi un amore smisurato per l'arte, tutta.

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