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JK Rowling, l’empatia fantastica e dove (non) trovarla

 
 
 

Il post della “mamma di Harry Potter” si sta rivelando un vero e proprio boomerang. A pagarne le spese, più che JK Rowling, è la comunità trans.


Empatia. Empatia è quella che ha chiesto JK Rowling concludendo un lungo post il cui intento era spiegare perché affermare che il “sesso è reale” non è transfobia – sono gli altri ad essere misogini. A voler essere gentili, le più di 3,600 parole della Rowling – sì, incluse le dolorose dichiarazioni, che chi scrive è ben distante dal delegittimare – sono una toppa peggiore del buco.

Non solo. Il post della “mamma di Harry Potter” si sta rivelando un vero e proprio boomerang: i protagonisti della famosa serie – in particolare Emma Watson e Daniel Radcliffe, da anni in prima fila per le ONG di settore – hanno preso le distanze e nella sua casa editrice lo staff e alcun* scrittor* sono in rivolta. Tuttavia, come di solito accade, non sarà la donna cis bianca e milionaria a fare i conti con i danni peggiori.

Negli Stati Uniti, i Democratici speravano di cavalcare l’onda positiva iniziata dalla sentenza della Corte Suprema in fatto di tutela dei diritti LGBTQ e portare l’Equality Act al Senato. La legge proposta avrebbe reso illegale discriminare su lavoro, casa, salute e in altri settori. La mossa è stata subito respinta da due senatori Repubblicani che, citando testualmente il pezzo di JK, hanno detto che non dimostrava abbastanza “empatia” [verso i discriminanti, ndr].

Il che accade in un momento già difficile per la comunità trans statunitense: l’amministrazione USA ha deciso di cancellare le garanzie antidiscriminazione previste dall’Obamacare, nei giorni stessi in cui il numero accertato delle persone trans uccise quest’anno sale a 15. Sarebbe cambiato qualcosa in Senato senza la tirata della famosa scrittrice? No, certo che no. Lei ci ha messo solo le parole, ma il concetto sarebbe rimasto. Solo che viene da chiedersi: se non è metterci le parole, il lavoro di uno scrittore, allora cos’è?

Un po’ diverso è, invece, quanto sta succedendo nel Regno Unito. Nel suo testo JK si era scagliata in particolare contro la riforma del Gender Recognition Act, un’eredità che Theresa May aveva lasciato a Boris Johnson nel passaggio di governo. La nuova riforma avrebbe reso più facile avere il proprio genere riconosciuto legalmente, senza bisogno di una (costosa) diagnosi o di aver vissuto due anni nel genere in cui ci si identifica. “Avrebbe”, perché pochi giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di JK, un report del Sunday Times ha rivelato che il governo Johnson sarebbe intenzionato a fare un passo indietro. Anzi due, dato che in programma sembrerebbe esserci anche un piano per impedire alle donne trans di entrare in spazi per “sole donne”.

Ma cos’ha detto JK Rowling, esattamente e perché è sbagliato? Facciamo un dovuto e breve presupposto: il vissuto e l’esperienza delle persone trans, la varietà delle identità di genere e la non-binarietà dei sessi sono realtà valide e concrete. Lo dice la scienza: senza perdersi in spiegazioni complesse, si rimanda a un video di una ostetrica-ginecologa:

O se si ha tempo si può leggere l’articolo Stop Using Phony Science to Justify Transphobia, pubblicato lo scorso anno su Scientific American. La sintesi di entrambe le fonti (e ce ne sarebbero altre, come questo articolo): la scienza è inclusiva.

Ora che il punto è stato chiarito, si può affrontare nel merito l’Affaire Rowling, a iniziare dalla prima pietra della frana. O almeno, quella più recente. In molti sapevano (o almeno sospettavano) le sue posizioni da ben più tempo, ma per fini di spazio ci limiteremo ai punti salienti dell’ultima debacle.

Il tweet del 6 giugno – Il Pride Month è iniziato nel mezzo delle proteste #BlackLivesMatter contro la violenza della polizia statunitense, responsabile anche della morte di Tony McDade, uomo trans di colore. «Persone che hanno le mestruazioni» twitta JK ai suoi 17 milioni di follower, infastidita dal titolo di un articolo, «sono certa che ci fosse una parola per quelle persone. Qualcuno mi aiuti. Dombe? Dinnu? Doonu?».

Il punto è che l’articolo è corretto e, soprattutto, inclusivo: esistono donne (trans, ma anche cis) che non hanno le mestruazioni, come esistono uomini trans e persone non-binarie che le hanno.  Twitter esplode ed emergono due fronti più forti. I fan di Harry Potter furiosi con l’autrice da un lato, e dall’altro persone che non hanno mai letto Harry Potter – che magari lo odiavano e condannavano – che la difendono. Un nome fra tanti: Simone Pillon.

Pochi giorni e alcuni tweet dopo, il post sul suo sito. Si parla di un lungo pezzo, ma è bene che alcuni punti vengano chiariti. Non tutti, e soprattutto non quelli concernenti dati specifici, perché chi scrive non ne ha le competenze necessarie, per cui si rimanda a una fonte più esperta, fattispecie l’associazione Mermaids e la loro lettera aperta a JK. Alcune cose vanno dette, non tanto per screditare la penna di Harry Potter, ma perché queste posizioni non sono accettabili. Il confine della libertà di opinione è il rispetto dell’altr*, soprattutto quando si cerca di legiferare sulla sua vita.

Si precisino alcuni dettagli sul concetto di “TERF” (Trans Exclusionary Radical Feminist), femminista radicale che esclude dal concetto di donna le donne trans. Rowling scrive: «Ironicamente, le femministe radicali non sono nemmeno trans-esclusioniste – includono gli uomini trans nel loro femminismo, perché sono nati donne». Il problema di quest’assunto è che gli uomini trans non hanno alcun desiderio di esserne inclusi, e imporre quest’inclusione è cancellare con un solo colpo di spugna libero arbitrio e identità.

In grossa e incompleta sintesi, la Rowling argomenta che togliere l’aspetto “biologico” dall’essere donna è pericoloso per i diritti delle donne e apre alla possibilità di essere oggetto di rinnovata violenza. Da qui la già citata criticata alla riforma del GRA. In particolare, per JK sembra impossibile accettare che una donna trans possa ottenere un certificato di riconoscimento del genere senza operazione né ormoni. Questo, a suo parere, permetterebbe a qualsiasi uomo di accedere a spazi esclusivamente femminili senza problemi: vale a dire, i bagni pubblici o i camerini di prova dei negozi.

In questa particolare visione, un potenziale aggressore si farebbe fermare dal cartello appeso sulla porta del bagno. O, altrimenti, cambierebbe tutti i suoi documenti esclusivamente a questo fine – per compiere quello che poi resta un reato. E viene da dire: ma sul serio? Viene anche da chiedersi come si pensa di assicurarsi che nessuna donna trans entri in un bagno femminile, o se per converso un uomo trans è invece tenuto ad andare nel bagno delle donne. E in quel caso come impedire a un uomo cis di entrare nei bagni femminili fingendo di essere trans. Senza contare l’umiliazione e i rischi reali in cui incorrerebbe una donna trans in un bagno maschile. Da qui, non può che venire da domandarsi perché si sente tanto il bisogno di legiferare su parti del corpo private di altre persone e su dove chiunque debba espletare le proprie funzioni fisiologiche.

Come già detto, non si ignora il vissuto doloroso di JK. Tuttavia, il dolore, la paura non possono essere un motivo valido per delegittimare l’esperienza di altre persone, in particolare in condizioni più vulnerabili. Solidarietà, empatia. Per quello che ha vissuto JK ne merita, e ne ha ricevute dalle stesse associazioni e attivisti trans, quando il Sun ha pensato di intervistare l’ex-marito, titolando “Ho dato uno schiaffo a JK Rowling e non me ne pento”.

Bisogna cercare di mettersi nei panni degli altri, per sentire empatia. Chiedere a qualcun* di aspettare due anni per avere i documenti in regola con il proprio genere significa sottoporre le persone trans a due anni di esperienze mortificanti. Significa andare alla posta, apparire di un genere e dover consegnare un documento in cui ce n’è scritto un altro. Significa essere costrett* ad un coming out giornaliero, con tutto quello che questo comporta. Significa dove dimostrare, giorno per giorno, che si è quel che si dice di essere. Che JK lo voglia ammettere o meno, le parole hanno ferito delle persone e continuano a farlo, alcune delle quali avevano trovato in Harry Potter la speranza e il sogno di un mondo pronto ad accettarle.

Parli di empatia, Joanne, e la parola empatia è una delle mie preferite. Racchiude quanto di bello c’è nei rapporti umani. Empatia, Joanne, è sapere che le parole contano e possono fare molto male – dovresti saperlo, sei una scrittrice.  E, da donna cis a donna cis: a includere non ci ha mai perso nessuno.

P.S. Nota per la stampa italiana: il giorno in cui abbandonerete collettivamente gli stereotipi e l’ignoranza che nutrite nello scrivere di persone trans sarà sempre con un giorno di ritardo. Grazie.


 
Maddalena Tomassini

Maddalena Tomassini

Nerd della comunicazione da sempre, scrivo come giornalista da tre anni. Attenta alle tematiche sociali e dei diritti umani, spendo in penne più di quanto dovrei.

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