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L’attivismo femminile è una minaccia per il governo saudita

 

L’attivismo, la promozione dei diritti umani e della parità di genere in Arabia Saudita sono una minaccia per lo status quo di un paese che limita le libertà delle donne.


Loujain al-Hathloul attivista per i diritti umani, Hatoon al-Fassi professoressa universitaria, Eman al-Nafjan blogger e Aziza al-Yousef attivista e accademica, sono tutte attiviste saudite che non hanno nessun legame particolare fra loro se non il fatto di essere donne e di avere tutte una voce.

Quando si parla di diritti umani, in molti paesi, questi non possono essere considerati “scontati” o “dovuti” per il semplice fatto che sono diritti “universali, inalienabili e indivisibili”. In paesi come l’Arabia Saudita, i diritti umani vengono negati con una costanza preoccupante, accentuata anche dalla discriminazione di genere.

Ogni qual volta un diritto umano viene riconosciuto nella forma e nella sostanza, si tratta di una vittoria preceduta da una lunga campagna di lotte pacifiche e da un forte impegno sociale che qualcuno ha portato avanti affinché tutti potessero beneficiare di un diritto inizialmente negato. Questo è ciò che è accaduto alle attiviste saudite in carcere dal 2018 solo perché il loro impegno e la loro campagna di sensibilizzazione per la promozione dei diritti umani è stata interpretata come “un’azione pericolosa”. A questo punto è facile domandarsi: può un diritto umano rappresentare una minaccia per lo Stato? In Arabia Saudita, sì.

Tutte e quattro le attiviste, infatti, oltre ad aver manifestato apertamente contro il divieto di guida imposto nel 2017 dal governo saudita a tutte le donne, si sono anche mobilitate contro la male guardianship in vigore nel paese. La libertà delle donne saudite, com’è noto, è subordinata alla figura maschile che esercita un notevole controllo sulla loro vita e sulla loro libertà di movimento.

Eman al-Nafjan ha dichiarato: «La limitatezza del sistema di tutela, la segregazione di genere e una cultura persistentemente sessista si sommano per creare uno stile di vita esotico e misterioso che è difficile non solo spiegare ma anche comprendere». Fra le tante libertà negate, anche quella di espressione è sottoposta a contenimenti e restrizioni, che fanno sì che ogni qual volta le donne si fanno avanti per esprimere opinioni e dare spazio alle proprie idee, queste vengono sistematicamente represse dallo stato attraverso strumenti impari e crudeli.

Il prezzo pagato dalle attiviste per le parole spese a sostegno della loro battaglia per il riconoscimento dei diritti umani a tutte le donne saudite non si è limitato alla prigionia. Durante l’anno di reclusione, molte di loro sono state sottoposte a stupri, torture e trattamenti degradanti perpetrati con crudeltà e volti a punire le forti posizioni assunte dalle attiviste stesse contro un sistema basato sul sessismo e sul patriarcato.

Eman Al-Nafjan, Aziza al-Yousef e Hatoon al-Fassi sono state rilasciate nel 2019 con il vincolo di presenziare alle successive udienze giudiziarie; Loujain al-Hathloul, senza la possibilità di un giusto processo e di un’equa assistenza legale, rimane ancora in carcere insieme ad altre donne, anch’esse attiviste.

Il coinvolgimento delle attiviste nella promozione dei diritti umani e del femminismo saudita, il loro personale lavoro per l’abolizione del divieto di guida, il carcere e le torture a cui sono state sottoposte, hanno portato alla revoca del suddetto divieto da parte del governo saudita, che sta cercando di attenuare – seppur molto lentamente – le forti discriminazioni e limitazioni di genere in vigore nel paese.

L’aperta esposizione e il diretto intervento di queste donne che hanno alzato la voce per farsi sentire, in un paese che le induce notoriamente al silenzio, merita un plauso al coraggio. Mentre l’attivismo rimane un segno visibile che lo status quo può essere ribaltato per la realizzazione di condizioni di vita migliori, occorre forte coesione per garantire giustizia a queste donne che hanno sacrificato la loro libertà in nome di quella di tutte le altre.


 
Federica Gargano

Federica Gargano

Completati gli studi di International Relations, scrivo sui diritti umani e sulle violazioni di questi nel mondo, perché “un diritto violato in un punto della terra è avvertito in tutti i punti” (Kant).

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