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Trump, la Cina e la guerra dell’informazione

 
 

Da ormai due mesi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si prodiga in attacchi più o meno quotidiani contro la Cina, in una vera e propria guerra dell’informazione combattuta a suon di tweet e conferenze stampa di fronte ai giornalisti americani e all’opinione pubblica internazionale. Nel contesto della pandemia da Covid-19, che proprio negli Stati Uniti registra numeri altissimi in termini di contagi e di decessi, le accuse sulle presunte responsabilità della Cina nella diffusione a livello globale del coronavirus sovrastano altre dichiarazioni altrettanto forti e controverse, in certi casi strampalate, che mentre in passato erano volte a minimizzare l’impatto della pandemia sembrano adesso volte a nascondere le evidenti lacune dell’amministrazione Trump nella gestione dell’emergenza.

Al momento dell’esplosione dei contagi in Cina a fine gennaio, ben prima dunque della diffusione del virus in Europa e negli Stati Uniti, il tenore delle dichiarazioni di Trump era infatti ben diverso. In un tweet del 24 gennaio, Trump affermava: «La Cina ha lavorato molto duramente per contenere il Coronavirus. Gli Stati Uniti apprezzano molto i loro sforzi e la trasparenza. Funzionerà tutto bene. In particolare, a nome del popolo americano, voglio ringraziare il presidente Xi!». Come riporta questo articolo di Politico, il tono e il contenuto dei tweet e delle dichiarazioni di Trump sulla Cina e sul presidente Xi Jin Ping restano pressoché identici fino al 29 Febbraio.

L’aspetto curioso è che già a gennaio erano emerse alcune opacità sulla gestione della pandemia da parte del governo cinese. Mentre all’inizio di quel mese l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), sebbene non vi fossero ancora prove della trasmissione da uomo a uomo del Covid-19, imponeva cautela e trasparenza e sollecitava la Cina e il mondo intero ad adottare misure precauzionali, il 20 gennaio esplodeva il primo caso politico.

Quel giorno il governo cinese mandava Zhong Nanshan, il suo più celebre epidemiologo (in prima linea nella lotta contro la SARS nel 2002), nella città di Wuhan. Sarà proprio lui a rivelare che il virus si stava diffondendo in quell’area e soprattutto che i funzionari politici del luogo stavano insabbiando la vicenda, accusando in particolare il sindaco della città. A tre giorni di distanza da quella denuncia, il governo centrale imporrà il lockdown a Wuhan e all’intera provincia dello Hubei. E passeranno settimane prima che il governo autorizzi l’ingresso di funzionari dell’OMS nell’area.

Il 30 gennaio l’OMS dichiarava l’epidemia di coronavirus in Cina “emergenza internazionale di salute pubblica”; da quel giorno avevano inizio le restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti dei cittadini stranieri passati dalla Cina nei precedenti 14 giorni (occorrerà aspettare l’11 marzo perché l’OMS dichiari la pandemia globale). Nei giorni successivi, un altro evento scuoteva la Cina e l’opinione pubblica mondiale: la morte del medico Li Wenliang, accusato dal governo cinese di avere diffuso informazioni false sull’epidemia e ucciso dal Covid-19.

Due settimane dopo, aveva luogo il primo atto della guerra dell’informazione tra Stati Uniti e Cina: dopo la pubblicazione di un articolo ritenuto offensivo e razzista, il 20 febbraio il governo cinese revocava le credenziali a tre giornalisti americani dell’ufficio del Wall Street Journal a Pechino, imponendone l’espulsione dal paese entro 5 giorni.

Il secondo atto vedrà come protagonista nuovamente la Cina, all’incirca un mese dopo, ovvero quando il contagio era già diffuso da più di due settimane nel nord Italia e in Europa. Il 12 marzo, ovvero il giorno precedente a quello in cui Trump dichiara l’emergenza nazionale negli Stati Uniti, il portavoce del ministro degli esteri cinese Zhao Lijian pubblicava un tweet in cui affermava che il virus sarebbe stato portato a Wuhan dall’esercito americano. Il giorno successivo pubblicava un altro tweet con un link a un articolo che avrebbe fornito prove a sostegno della sua tesi. Da quel momento, l’articolo veniva cancellato.

A partire da quel giorno, il tono della comunicazione di Trump cambia repentinamente. Il 16 Marzo il presidente degli Stati Uniti parla per la prima volta di “virus cinese“; due giorni dopo, il governo cinese annuncia l’espulsione di altri 13 giornalisti americani.

In quelle due settimane assistiamo al lockdown in moltissimi paesi del mondo. E mentre in Cina i contagi sembrano arrestarsi, gli Stati Uniti raggiungono il triste primato mondiale dei casi di contagio da Covid-19. Nei giorni successivi, tra marzo e aprile, parte il lockdown in diversi stati americani e l’emergenza sanitaria inizia a diventare una crisi economica, con un boom del tasso di disoccupazione.

Poco dopo, per l’esattezza l’11 aprile, il New York Times pubblica un’inchiesta che solleva dubbi sulla capacità di Trump di gestire la crisi. In base a numerosi documenti e testimonianze, medici, esperti e agenzie di intelligence avevano avvertito il presidente sin dall’inizio sui rischi enormi della diffusione del virus. Erano stati persino presentati dei piani per affrontare l’emergenza. Ebbene, per tutto gennaio Trump non avrebbe fatto altro che minimizzare la gravità della situazione. A peggiorare la situazione, le divisioni interne all’amministrazione.

Arriviamo così al 16 aprile, giorno in cui Donald Trump accusa pubblicamente l’OMS di avere commesso degli errori nella gestione dell’emergenza e di essersi fidata eccessivamente del governo cinese. In una conferenza stampa tesissima, Trump annuncia di avere ordinato al governo statunitense la sospensione dei fondi all’Organizzazione Mondiale della Sanità, attirandosi le critiche tra gli altri di Bill Gates e di celebri riviste scientifiche, prime fra tutte Lancet e Science.

In quei giorni iniziano inoltre a circolare voci secondo cui il virus sarebbe partito da un laboratorio di Wuhan. In base a quanto riportato da un articolo del Washington Post, due anni prima dello scoppio dell’epidemia alcuni funzionari dell’ambasciata americana a Pechino avrebbero inviato due documenti riservati a Washington, dopo avere visitato una struttura di ricerca cinese nella città di Wuhan. In base a quei documenti, i funzionari americani avrebbero denunciato problemi di sicurezza in un laboratorio cinese che stava conducendo studi sui coronavirus nei pipistrelli e sulla loro possibilità di trasmissione all’uomo.

Nei documenti non si faceva riferimento ad ipotesi di manipolazione genetica del virus; tuttavia, a distanza di due anni, su quel laboratorio emergevano dei sospetti. Basti pensare che a pochi giorni di distanza dalla pubblicazione dell’articolo succitato, usciva un dossier su Le Monde che raccontava altri retroscena: il laboratorio di Wuhan sarebbe stato finanziato dalla Francia ma dal momento dell’avvio dei lavori nel 2017 nessun ricercatore francese sarebbe stato autorizzato a mettere piede lì dentro.

Torniamo al presente. Nella seconda metà di aprile, Trump è alle prese con la gestione dell’emergenza. Il piano di Trump per affrontare le conseguenze della pandemia prevede la riapertura a partire da maggio e la ripartenza di alcuni settori produttivi, con un pacchetto di stimolo fatto di fondi per le imprese e di sussidi a lavoratori e famiglie. Nel frattempo, in mezzo ai consigli su improbabili rimedi fai-da-te contro il coronavirus, continuano le accuse alla Cina.

Donald Trump prima e il segretario di Stato Mike Pompeo dopo affermano l’esistenza di prove a sostegno della tesi della fuga del virus dal laboratorio di Wuhan. Dichiarazioni che seguono quelle dell’intelligence americana, che il 30 aprile aveva escluso l’ipotesi della manipolazione genetica del virus, ribadite in un report della Five eyes, il network che riunisce i servizi segreti di Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Canada. In base a questo report, in cui la Cina viene accusata di non avere gestito la crisi in modo trasparente, non ci sarebbero tuttavia prove sufficienti a sostegno della tesi di Trump e Pompeo. Un’altra smentita ufficiale arriva nello stesso giorno da Anthony Fauci, il virologo a capo della task force degli Stati Uniti contro il coronavirus.

Arrivati a questo punto, una domanda sorge spontanea: quali sono le conseguenze di questa guerra dell’informazione tra Cina e Stati Uniti? Un punto di osservazione privilegiato è rappresentato sicuramente dall’Europa, che al momento si trova in mezzo a una vera e propria battaglia geopolitica all’insegna di accuse e di sospetti reciproci tra le due principali potenze globali.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha chiesto l’istituzione di una commissione di indagine internazionale all’interno delle Nazioni Unite per fare luce sulle responsabilità della Cina. A conti fatti, si tratta tuttavia di un annuncio privo di peso politico: non esiste infatti una singola istituzione internazionale legittimata a fare un’indagine simile senza il consenso della Cina, che d’altronde si è sin da subito dichiarata contraria a qualsiasi ipotesi in tal senso.

Se escludiamo questa ipotesi, la seconda domanda che sorge spontanea è la seguente: perché Trump non tira fuori le prove della sua tesi sul “virus cinese“? La risposta, probabilmente, è che queste prove non esistono. Per capire la guerra dell’informazione in corso occorre piuttosto guardare a due elementi tra di loro intrecciati: la geopolitica e le elezioni americane di novembre.

Rispetto al primo tema, i punti sono due. Da un lato c’è la questione della lotta per l’egemonia globale: la gestione più autoritaria (ma allo stesso tempo più rapida ed efficiente) della crisi da parte del governo cinese e la diplomazia della mascherine hanno messo in ombra gli Stati Uniti, che al momento si sono dimostrati incapaci di competere allo stesso livello con la Cina, sia dal punto di vista interno che da quello internazionale. Dall’altro c’è la questione della guerra dei dazi: in base all’accordo commerciale siglato tra Stati Uniti e Cina a gennaio, gli Stati Uniti si riservano la possibilità di introdurre nuovi dazi se la Cina non rispetterà i termini dell’accordo. Scenario scontato, dal momento che la Cina si era impegnata ad acquistare 200 miliardi di beni americani e che difficilmente riuscirà a farlo vista la situazione di crisi economica prodotta dal coronavirus. Non a caso, alcuni consiglieri del governo cinese avrebbero chiesto di far ripartire i negoziati, probabilmente per riequilibrare la posta in gioco in favore di Pechino.

E qui arriviamo al secondo tema: le elezioni di novembre. Lo sfidante di Trump, Joe Biden, in questo momento ha vita facile, come dimostra la semplicità del suo messaggio nella campagna elettorale: l’economia e la sanità sono in crisi perché Trump non ha saputo governare. Cosa può fare Trump di fronte a questo messaggio? Quello che da sempre fanno i politici quando sono in difficoltà: scaricare la colpa su qualcun altro. Questo, banalmente, è il senso profondo della guerra dell’informazione contro la Cina: identificare un nemico esterno e inscenare una lotta per strappare alcune concessioni (una fra tutte, l’aumento dei dazi), nella speranza di distrarre l’elettorato da una gestione disastrosa della peggiore crisi sanitaria del secolo.


 
Francesco Puleo

Francesco Puleo

Caporedattore. Scrivo da sempre, per mettere in ordine le idee e capire da che parte stare. Su Eco Internazionale scrivo di attualità e politica estera.

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