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Di Matteo e l’antimafia del ministro Bonafede

 
 

Dopo le ultime polemiche che hanno travolto il ministro Bonafede nello scontro con il magistrato Nino Di Matteo a causa della mancata nomina come capo del Dap, la lotta a chi fa meglio “l’antimafia” si fa sempre più dura e i problemi di politica giudiziaria del nostro paese crescono smisuratamente.

La polemica tra il magistrato e il Guardasigilli nasce dalla mancata nomina di Di Matteo alla guida del Dap. Il Magistrato ha accusato pubblicamente Bonafede di avergli negato nel 2018 un prestigioso incarico al ministero della Giustizia per via di alcune pressioni ricevute da boss mafiosi, che si sarebbero lamentati dell’eventuale nomina. In sostanza Di Matteo ha lasciato intendere che Bonafede sia stato condizionato nella sua valutazione più dal parere di un gruppo di mafiosi, che dai suoi meriti o demeriti.

Lo scontro è avvenuto in una trasmissione televisiva (“Non è l’Arena”) su La7. Di Matteo ha telefonato alla trasmissione e in diretta tv ha raccontato che due anni prima (nel 2018) Bonafede gli aveva offerto di guidare il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria o il dipartimento degli affari penali interni, salvo poi cambiare idea e nominare Basentini a capo del Dap. Insomma, da un lato una vera caduta di stile per un componente del Csm che adesso dovrà fare i conti con un richiamo disciplinare proprio da parte del Consiglio superiore della magistratura, dall’altro l’inadeguatezza di un Ministro che, colto di sorpresa, non sa cosa dire a un interlocutore finora considerato un idolo, protettore e garante di un giustizialismo che ha costituito e costituisce il programma politico del grillismo.

Infatti, Di Matteo fa anche parte della corrente della magistratura che chiede il mantenimento di pene durissime per i mafiosi, fra cui il regime previsto dall’articolo 41 bis della legge 354/1975, che prevede detenzioni a condizioni ritenute più volte lesive dei diritti umani dal Consiglio d’Europa. Per il suo attivismo pubblico e le sue posizioni è stato spesso considerato vicino al M5S.

Ma la questione è assai più delicata e inquietante perché Di Matteo fa una accusa precisa, alludendo al fatto che le proteste che si sono verificate nel Marzo del 2020 siano state frutto di progetti mafiosi – in particolare riferendosi al Boss Michele Graviano – che avrebbero condotto alcuni tra questi detenuti ad abbandonare temporaneamente gli istituti di pena per riprendere gli affari. A motivo di ciò e a causa anche dello scontro recente con il ministro, Di Matteo individua nel Guardasigilli l’attore e allo stesso tempo la vittima di un possibile attentato ai poteri dello Stato, reato disciplinato dall’art 338 del codice penale.”

Rimangono però diversi punti ancora poco chiari. Ad esempio, non è chiaro perché Di Matteo abbia aspettato due anni per riferire ai giornali del suo “equivoco” con Bonafede: potrebbe avere aspettato le dimissioni di Basentini, oppure la decisione del governo sul nuovo capo del DAP, arrivata poche ore prima del suo intervento a “Non è l’Arena”. Alla fine, Bonafede ha deciso di nominare Dino Petralia, attuale Procuratore Generale di Reggio Calabria.

Insomma la gara a chi è più “puro” sta comportando seri problemi di politica giudiziaria, più di quanti il nostro paese non ne abbia già. Proprio a seguito di questa vicenda, viste le gravi accuse lanciate dal Magistrato Nino Di Matteo e le divisioni politiche che questa situazione ha notevolmente ampliato, il Governo, su proposta del Ministro Bonafede, ha approvato un nuovo decreto che prevede di far tornare in carcere i 376 detenuti condannati per reati di stampo mafioso e terroristico a cui sono state concesse misure alternative nelle ultime settimane. La maggior parte sono detenuti in regime di 41 bis e di Alta sicurezza che hanno ottenuto i domiciliari a seguito dell’emergenza sanitaria.

Una norma di quattro pagine e sette articoli che in pratica impone ai magistrati di Sorveglianza di rivalutare in 15 giorni se sussistono ancora i motivi legati all’emergenza sanitaria per proseguire o meno le misure di detenzione domiciliare. La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono stati i recenti provvedimenti della magistratura di sorveglianza a favore di alcuni detenuti cosiddetti “ostativi” che hanno generato clamore mediatico. Bisogna ricordare che si tratta pur sempre di decisioni giurisdizionali su casi concreti, che non possono trovare generalizzazioni né strumentalizzazioni politiche.

Che ci piaccia o meno, il diritto alla salute sancito dall’art 32 della Costituzione è valido per tutti e non fa alcuna distinzione tra “buoni” e “cattivi”, tra detenuti e non detenuti. Se le mancate risposte da parte dell’amministrazione penitenziaria per i trasferimenti presso strutture mediche adeguate nei confronti di un detenuto accusato o condannato per reati di mafia con gravi patologie fanno indignare quando viene concessa la detenzione domiciliare, al contrario si verifica il silenzio assoluto quando un recluso muore anche a causa dei ritardi della stessa amministrazione penitenziaria nell’esecuzione dei provvedimenti sanitari, i quali servono a salvaguardare la salute e la vita di ogni recluso. È questo il caso del “presunto boss” Vincenzo Sucato, morto nel carcere Dozza di Bologna a seguito del contagio.

In ogni caso, per non scontentare gli animi viste le proteste e lo sgomento dell’opinione pubblica – ad avviso di chi scrive immotivato, visto che non si stava concedendo un via libera a presunti boss o tali ma si stavano semplicemente, per quanto possibile, attuando misure di contenimento in vista di una probabile epidemia carceraria che ha notevolmente piegato il sistema penitenziario – il governo ha approvato il decreto legge di Alfonso Bonafede.

«Promuoviamo – ha scritto il ministro sulla sua pagina Facebook – una sinergia, un gioco di squadra, perché saranno chiamati in causa l’autorità sanitaria e il dipartimento amministrazione penitenziaria, affinché diano ai giudici un quadro sulla disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta in cui il condannato, o chi si trova in custodia cautelare, può riprendere la detenzione». Il Guardasigilli appare dunque ampiamente convinto che questo provvedimento sia indispensabile, ma non si rende conto che le famose strutture che lui cita sono quasi inesistenti e non reggerebbero il peso di tutti i detenuti anziani o malati che necessitano di spazi e di cure e attenzioni mediche adeguate, specie in vista dell’emergenza legata al coronavirus.

Negli anni, la costante trascuratezza del sistema della salute penitenziaria ha comportato un aggravio della macchina, che la pandemia ha notevolmente peggiorato. Infatti, come abbiamo visto nelle scorse settimane, ci sono già diversi morti tra detenuti, agenti, medici e infermieri penitenziari. Per Bonafede non sono quindi preoccupanti le norme di distanziamento sociale difficilmente osservabili negli istituti di pena né la conseguente possibilità di una “epidemia carceraria” causata dal sovraffollamento.

Attualmente il numero dei contagiati è fermo ma i rischi e le preoccupazioni da parte dei familiari dei detenuti sono molto alte. Il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma ha dichiarato che secondo i dati registrati entro il primo maggio i detenuti contagiati sono 159 (un dato in ascesa), 215 i contagi tra gli agenti di polizia penitenziaria. Sono 53.187 le persone nelle carceri italiane, un numero in riduzione, ma che secondo Palma lascia inalterata la necessità di un «ulteriore impulso affinché sia possibile, in termini di spazi di gestione e di tutela delle salute di chi negli istituti opera e di chi vi è ospitato, disporre di sufficienti possibilità per fronteggiare ogni possibile negativo sviluppo dell’andamento del contagio».


 
Paolazzurra Polizzotto

Paolazzurra Polizzotto

Scrivere per me è stata una passione inaspettata, un dono tutto da scoprire. La mia missione è quella di dare una “voce” a chi crede di averla persa.

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