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Domestiche all’inferno: il sistema “kafala” in Libano

 

«La vera natura della casa: il luogo della pace; il rifugio non soltanto dal torto, ma anche da ogni paura, dubbio e discordia»; eppure, da quando John Ruskin attribuiva un valore tanto aureo alla casa, di tempo ne è passato e quel rifugio, luogo intimo e privato per eccellenza, caratterizzato da solidarietà, amore e cura dell’altro si è plasmato piuttosto in uno spazio conforme agli imperativi concorrenziali del mercato globale.

Si potrebbe dire che un importante elemento di novità rispetto al passato – causato da un processo di individualizzazione sempre più accentuato e di un arretramento dei sistemi di welfare – è costituito da un fenomeno di mercificazione di quelle attività di cura – notoriamente femminili – oggi affidate principalmente a donne migranti. Da una prospettiva astratta e storica, la più interessante caratteristica del lavoro domestico è che ha trasformato la casa in un perfetto luogo di lavoro in stile capitalista, facilitando fenomeni quali il traffico di esseri umani, o più in generale, forme di sfruttamento schiavili.

Il sistema kafala, diffuso in tutto il Medio Oriente, è uno strumento che di fatto legalizza e facilita lo sfruttamento e la tratta delle collaboratrici domestiche. In Libano, uno dei Paesi in cui questo sistema è particolarmente diffuso, sarebbero circa 250 mila i migranti sottoposti alla kafala e di questi il 72% è rappresentato da donne, tutte impiegate come colf, badanti e baby sitter.

Ben documentato nel report pubblicato lo scorso anno da Amnesty International “Their house is my prison”, la kafala si basa su un meccanismo piuttosto semplice: i migranti che vogliono trovare lavoro in uno di questi Paesi necessitano del supporto di un’agenzia specializzata – in Libano sarebbero 569, secondo quanto dichiarato dal Ministero del Lavoro – il cui ruolo è l’intermediazione tra lavoratrice e sponsor (kafeel), generalmente il futuro “datore di lavoro”. I contratti, stipulati dinanzi un notaio, impongono paghe misere e fatto ancor più aberrante, sanciscono la proprietà del padrone sulla lavoratrice-migrante; a quest’ultima non sarà possibile lasciare il posto di lavoro senza il permesso del proprio padrone. Inoltre se rifiutano quanto previsto dal contratto, le lavoratrici domestiche – dopo aver speso ingenti quantità di denaro tra visto e viaggio – sono costrette a tornare nel proprio Paese d’origine, così il ventaglio delle scelte si riduce e l’unica possibilità è piegarsi a quelle imposizioni.

Moltissime lavoratrici domestiche, secondo quanto emerso dalla Caritas che opera sul territorio, riferiscono che sovente i padroni caricano sul salario delle giovani i costi della previdenza sociale e ulteriori costi amministrativi per la registrazione del contratto e del relativo permesso di soggiorno che invece, per legge, dovrebbero essere extra rispetto al salario minimo; di conseguenza i primi tre mesi di lavoro avvengono in forma gratuita.

Uno dei maggiori vantaggi dello sfruttamento del lavoro domestico è l’invisibilità degli abusi – e dunque la conseguente impunità – garantita da quelle mura domestiche dietro le quali lo stupro diviene spesso l’arma per rendere le vittime più docili. Non stupiscono allora le testimonianze raccolte dalla BBC e France 24, dove si fa riferimento a torture fisiche e psicologiche come la privazione del cibo, del sonno e dell’acqua, le percosse e, sempre più frequenti, i casi di omicidi.

Data l’estrema vulnerabilità economica e giuridica, perdere il lavoro è estremamente facile; le accuse false ed infamanti della famiglia, non confutabili dalla vittima, portano spesso a licenziamenti immotivati e quindi alla perdita del permesso di soggiorno, condizione che espone le lavoratrici all’arresto.

Nel tentativo di sradicare il problema, molti governi dei Paesi di provenienza delle vittime hanno imposto il divieto ai propri cittadini di recarsi in Libano come “care givers”. Etiopia, Filippine e Nepal sono tra i principali Paesi di provenienza delle lavoratrici. Tuttavia le misure intraprese non solo non hanno impedito alle migranti di raggiungere il Libano ma, aumentando i rischi legati al viaggio, i trafficanti di esseri umani possono adesso fare affari più facilmente e a prezzi nettamente superiori.

Queste dinamiche pongono delle importanti e complesse riflessioni. Anzitutto, l’incorporazione della forza lavoro femminile nel mercato globale – avvenuta parimenti sulla scia dei movimenti femministi degli anni ‘60 – ha generato un “vuoto” all’interno di quel settore economico di cui le donne sono state da sempre responsabili: la cura domestica. Nonostante questo incremento partecipativo nell’economia, la parità di genere non è stata altro che un’illusione. Le donne continuano, ovunque nel mondo, a dedicare e sacrificare molto più tempo al lavoro domestico rispetto alla “controparte” maschile pur avendo entrambi un impiego. In secondo luogo, occorre smetterla di parlare di femminismo solo in termini di parità di genere: è necessario inglobare all’interno di questo movimento, indispensabile per tutti, una lotta che comprenda anche l’etnia e la classe.


 
Germana Vinciguerra

Germana Vinciguerra

Attualmente svolgo attività di ricerca sulle migrazioni e la cooperazione euromediterranea presso l’Università di Palermo. Scrivo per la rubrica Stay Human.

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