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Mohamed Dihani, la voce coraggiosa del popolo saharawi

 

Quella del Sahara Occidentale e del suo popolo, i saharawi, è una storia complessa. Appetibile per via delle sue coste pescose, miniere di fosfati, petrolio, uranio e ferro, il Sahara Occidentale è l’unico paese africano a non aver mai conosciuto l’indipendenza. Nonostante ciò la lotta al diritto di autodeterminazione dei saharawi non si è mai fermata.

Al termine della dominazione spagnola avvenuta nel ‘75, il popolo saharawi deve fare i conti con l’arrivo di un altro invasore, il Marocco.  L’occupazione marocchina – e il conflitto tra popolo saharawi e Marocco – inizia ufficialmente il 6 ottobre del 1975, in seno alla “Marcia Verde” messa in atto dal re del Marocco Hassan II. La Mauritania – inizialmente coinvolta nell’occupazione del Sahara Occidentale – firma un trattato di pace il 5 agosto del 1979 con il quale fa ricadere l’onere del conflitto solo sul Marocco. Il Paese nordafricano inizia così una repressione violentissima fatta di bombardamenti con napalm e fosforo che costringono centinaia di migliaia di saharawi a fuggire.

Oggi il popolo saharawi è spaccato in due: chi vive di stenti nei campi profughi dell’Algeria (da sempre alleato del Fronte Polisario, il movimento di liberazione del popolo saharawi) e chi vive nei Territori Occupati. Molti nuclei familiari sono separati da un muro elettrificato – indecente opera marocchina risalente agli anni ‘80 – lungo più di 2.700 km e disseminato di mine antiuomo. Il muro divide i Territori Occupati, economicamente più redditizi – circa l’80 per cento di tutto il Paese –, da quelli liberati dal Fronte Polisario, economicamente irrilevanti.

Nel territorio non autonomo più esteso del mondo persiste da oltre quarant’anni un’occupazione illegittima e vergognosa fatta di repressioni, intimidazioni, violenze di ogni genere. Le notizie di arresti, sparizioni e torture ai danni della popolazione e soprattutto dei militanti saharawi sono all’ordine del giorno in Sahara Occidentale.

A testimoniare tutto ciò Mohamed Dihani, un attivista saharawi per i diritti umani che il Governo del Marocco ha ripetutamente tentato di eliminare. Ce lo racconta lui, accettando questa intervista per Eco Internazionale, lo testimoniano i rapporti delle Nazioni Unite che hanno indagato e fatto luce sull’illegalità e le atrocità della sua detenzione, e le pressioni di Amnesty International per la sua scarcerazione.

Arrestato per la prima volta a soli 9 anni per aver preso parte ad una manifestazione pacifica in supporto al Fronte Polisario, Mohamed è un perseguitato politico nel suo Paese.  Accoltellato da alcuni agenti di polizia marocchina in borghese, così come denunciato da Adala UK, arrestato innumerevoli volte, massacrato di botte e gettato nel deserto, Mohamed non ha mai smesso di lottare ispirato da un padre che gli ha insegnato e trasmesso i valori di un’identità calpestata ma che va rivendicata. Tuttavia le repressioni subite da Mohammed sono state ben peggiori di queste.

È il 28 aprile 2010, un giorno particolarmente gioioso per Mohamed e la sua famiglia. Abdellah, fratello di Mohamed, può tornare a casa. Ha scontato la sua condanna a 6 mesi per aver ascoltato una canzone saharawi su un treno diretto a Casablanca. Durante i festeggiamenti Mohamed esce in strada per fumare una sigaretta. L’abitazione è circondata da centinaia di militari del DST (Direction de la Surveillance du Territoire) che lo ammanettano, lo bendano e lo costringono a salire su una vettura che in 24 ore lo porta nel centro di detenzione segreto di Tamara, vicino Rabat. Una detenzione del tutto illegale, come si legge nel rapporto del Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite del 2013 sul caso Dihani. Condotto a Tamara, Mohamed racconta di aver incontrato un medico il cui unico compito è valutare se e quanto il suo corpo può sopportare le torture che da quel momento in poi accompagneranno le sue giornate.

«Se non confessi quello di cui loro ti accusano, dal carcere di Tamara non esci più», racconta Mohamed. Durante i sette mesi trascorsi in quel luogo, importanti esponenti dell’intelligence marocchina tentano di ottenere la confessione per le accuse di terrorismo, gravissime ma del tutto infondate, come affermato sia da Amnesty International che dallo UNHRC.

La famiglia Dihani, viene informata della detenzione del figlio solo nell’ottobre del 2010 quando la DST rende legale l’arresto dell’attivista, trasferendolo in altre prigioni. Nonostante le pressioni esercitate sul governo marocchino, Mohamed viene condannato a 10 anni di reclusione. È l’ennesima punizione per questo ragazzo che oltre le vessazioni, le torture fisiche e psicologiche, difende i diritti del suo popolo e non si piega ai ricatti di un governo autoritario. Quello che l’intelligence marocchina tenta di ottenere dall’attivista saharawi è la sua collaborazione al fine di avere maggiore controllo sulle attività dei leader del Fronte Polisario. Attraverso l’appello in cassazione, la pena di Mohamed viene ridotta a 5 anni.

Nel 2015 Mohamed viene rilasciato. Potremmo dire che è un uomo libero, ma non lo è. Continua ad essere seguito e controllato pur vivendo – momentaneamente – in Tunisia dove grazie ad un programma speciale di Amnesty International e Hub Cities si sta sottoponendo a cure mediche delicate per risolvere i problemi fisici e i traumi psicologici causati dai reati di cui il governo marocchino è colpevole.

El Che diceva: “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo”. La vicenda di Mohamed e quella di tutti gli uomini e le donne che lottano per la libertà del proprio popolo, sono dichiarazioni d’amore profondissime a cui tutti dobbiamo partecipare. Uno dei passi più importanti da compiere è informarsi su quello che accade intorno a noi e dar voce a chi viene fatto tacere. Non smetteremo mai di ringraziare Mohamed per la forza che sa trasmettere attraverso quei sorrisi gioiosi che nonostante il dolore, sanno illuminare coloro che gli stanno intorno.

Ad oggi la situazione del Sahara Occidentale rimane in stallo perché il Marocco si ostina a non concedere il referendum che ha promesso. Che il popolo saharawi vinca la sua battaglia e si riprenda ciò che gli appartiene!


 
Germana Vinciguerra

Germana Vinciguerra

Attualmente svolgo attività di ricerca sulle migrazioni e la cooperazione euromediterranea presso l’Università di Palermo. Scrivo per la rubrica Stay Human.

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