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Il ritiro sovietico dall’Afghanistan

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Alla fine degli anni ’70 Stati Uniti e Unione Sovietica si fronteggiano per la supremazia geopolitica del pianeta. Il mondo è ancora in piena guerra fredda; l’Afghanistan, situato nel cuore dell’Asia, da quasi sessant’anni si mantiene nell’orbita dell’Unione Sovietica, ma come Paese neutrale e non allineato.

Il 27 aprile 1978, con un colpo di stato sale al governo il partito democratico popolare dell’Afghanistan: è un partito di ispirazione marxista e il suo leader si chiama Muhammad Taraki. Il nuovo governo mette subito in atto un programma di riforme di stampo socialista; vengono ridistribuite le terre ai contadini, si riconosce il diritto di voto alle donne, le leggi tradizionali e religiose vengono sostituite con altre di tipo laico e marxista. Tutte cose non gradite a chi, da secoli, nei villaggi afgani, vive secondo altre regole. Alle rivolte nelle aree tribali il governo risponde con arresti ed esecuzioni di massa. Tra le fila dell’esercito si contano i primi disertori.

Intanto in Pakistan viene organizzato il primo campo di addestramento dei mujahidin, guerriglieri decisi a combattere con ogni mezzo il regime comunista e ‘senza Dio’ di Kabul. Per il timore di una reazione controrivoluzionaria, Mosca spinge i compagni afghani verso una maggiore moderazione. Ma Taraki non accetta compromessi e perde progressivamente l’appoggio del Cremlino.

Il presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, invia i primi aiuti militari ai ribelli afgani. Il 14 settembre 1979, Hafizullah Amin prende il potere con un colpo di stato e il 9 ottobre, per suo ordine, Taraki viene assassinato. Nelle campagne afghane divampa la guerriglia dei mujahidin; Amin, l’uomo forte di Kabul, continua ad eliminare oppositori politici e rivendica una maggiore autonomia da Mosca.

Il 12 dicembre 1979 a Mosca si riunisce il Politburo per trovare una via d’uscita alla spinosa situazione afghana; il timore è quello di una vera e propria guerra civile ai confini meridionali dell’impero. Per il capo del KGB Jurij Andropov, Hafizullah Amin è fortemente sospettato di collaborare con la CIA.

Leonìd Brèžnev, segretario generale del PCUS, il partito comunista sovietico, prende una decisione: il 24 dicembre 1979 i primi contingenti di truppe speciali atterranno alla base militare di Kabul, il giorno dopo due colonne motorizzate della 40º Armata entrano in territorio afghano. Il 26 Dicembre la 360º Divisione Sovietica raggiunge Kabul, truppe aviotrasportate prendono posizione in molte postazioni dell’area e a Kabul il palazzo presidenziale viene preso d’assalto. Dopo duri scontri Amin viene ucciso.

Il 27 dicembre 1979 inizia l’Operazione Štorm 333: Babrak Karmal è il nuovo leader della rivoluzione d’aprile e da Radio Kabul annuncia che i sovietici sono intervenuti su richiesta afghana. L’armata rossa ha dunque attraversato le montagne, ma ora deve combattere un nemico di cui non comprende la forza, le motivazioni e gli obiettivi a lungo termine. L’orso sovietico è andato a cacciarsi in una trappola mortale.

Nel Gennaio 1980 inizia la resistenza dei mujahidin, divisi per appartenenza etnica, idee politiche e zone di provenienza, ma uniti da un unico obiettivo: cacciare l’invasore sovietico. Per gli 80 mila uomini della 40º Armata sovietica si tratta di fronteggiare una vera e propria guerra di popolo, contro un nemico capace di affrontare condizioni estreme senza lasciarsi piegare, indifferente al tempo e alla sofferenza. I guerriglieri, pur avendo mezzi limitati, hanno diversi vantaggi: primo tra tutti, la conoscenza del territorio, poi la possibilità, in caso di pericolo, di ripiegare e nascondersi nel vicino Pakistan; lì, al sicuro dagli attacchi sovietici, hanno le loro basi di reclutamento, i loro depositi di armi e i loro ospedali.

Per i russi, sorvegliare centinaia di km. di frontiera attraverso una delle zone montuose più impervie del mondo, è impossibile. L’esistenza di questa zona franca, per Mosca e il governo di Kabul, è un ostacolo insormontabile sulla strada della vittoria. Ma i sovietici hanno un’altra spina nel fianco che si trova nel cuore del territorio afgano, nella valle del Panshir: Ahmad Shah Massud, soprannominato ‘il leone del Panshir’ . Nel tentativo di strappargli gli artigli, i sovietici collezionano una lunga serie di sconfitte.

Dopo le sconfitte subite nei primi anni di guerra, i sovietici cambiano tattica: mettono in atto il cosiddetto ‘accerchiamento verticale’, che prevede l’impegno di impiegare elicotteri per portare sulle alture dominanti unità di paracadutisti. La nuova modalità operativa risulta efficace.

Conclusa vittoriosamente un’azione offensiva, ai sovietici resta però il problema di controllare il territorio liberato. Il 10 novembre 1982 muore Leonìd Brèžnev e al suo posto arriva Jurij Andropov, che rimane in carica solo due anni. Nel 13 febbraio 1984, Konstantin Chernenko viene eletto segretario generale del PCUS; anche lui è ancora convinto di poter sconfiggere la guerriglia con l’uso diretto della forza militare.

Il 19 aprile 1984 scatta l’Operazione Panshir 7: per due giorni 200 aerei bombardano a tappeto la valle. L’operazione ha successo, i sovietici riescono a creare larghi vuoti nelle fila dei mujahidin, ma a settembre gli uomini di Massoud, il Leone del Panshir, passano già alla controffensiva e verso la fine dell’anno riprendono il controllo della valle.

Per Mosca, la possibilità di guadagnare un margine di vantaggio e imporre una pace negoziata si riduce sempre di più: un carico morale e materiale che grava sulla malferma struttura dell’Impero sovietico.

Il 10 marzo 1985, muore Konstantin Chernenko, il giorno dopo viene eletto Mikhail Gorbachev. Il 17 ottobre 1985, durante una riunione del Politburo, il segretario per la prima volta esprime l’intenzione di avviare il ritiro delle forze sovietiche dall’Afghanistan. In quello stesso anno, Ronald Reagan viene rieletto presidente degli Stati Uniti e firma una direttiva in cui si impegna a sostenere i movimenti mujahidin, con ogni mezzo disponibile.

Nel 1986 gli Stati Uniti inviano ai guerriglieri i nuovi missili ‘terra aria da spalla’, i famigerati Stinger, perfetti per le particolari condizioni tattiche del conflitto afghano. Un pugno di guerriglieri dotato di questi missili può colpire facilmente aerei ed elicotteri. Quello stesso anno, durante il congresso del Partito, Gorbachev è costretto ad ammettere che la controrivoluzione e l’imperialismo hanno trasformato l’Afghanistan in una ferita che continua a sanguinare. A maggio, Babrak Karmal è costretto alle dimissioni, al suo posto sale Mohammad Najibullah, capo della polizia segreta.

Il 25 settembre 1986, una formazione di otto elicotteri sovietici Mi24, fino ad allora dominatori dei campi di battaglia afgani, viene attaccata da mujahidin armati con missili Stinger; 3 elicotteri vengono abbattuti. É la fine della supremazia aerea sovietica. Nel 1987, gli aiuti americani raggiungono la cifra di 670 milioni di dollari; le forze sovietiche di terra passano alla difensiva, e si limitano a reagire agli attacchi.

A dicembre, Gorbachev avverte Najibullah che l’Armata Rossa si prepara ad abbandonare il Paese. Il 14 aprile 1988, a Ginevra viene firmato un accordo per il ritiro sovietico dall’Afghanistan entro 9 mesi. Il 15 maggio i primi 12 mila militari sovietici lasciano il paese.

Dopo 8 anni dall’inizio del conflitto, nonostante le tattiche sovietiche siano state più efficaci nel corso degli anni e gli uomini più esperti, i problemi sono rimasti gli stessi di sempre e le armate si preparano al ritiro: l’impossibilità di controllare e mantenere il territorio conquistato, la vulnerabilità delle vie di comunicazione e l’ostilità della popolazione sono stati problemi decisivi, troppo grandi per l’Impero sovietico ormai al collasso. Non è stato fatto alcun passo in avanti, la guerra è persa.

La mattina del 15 febbraio 1989 l’ultima colonna della 40º Armata sovietica si ritira dall’Afghanistan. Alle sue spalle lascia più di 13 mila morti in nove anni di combattimenti. Il più potente esercito del mondo non è riuscito a spezzare la resistenza del popolo afghano.


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Antonio Di Dio

Antonio Di Dio

Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.

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