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L’Italia coloniale fra storia, ricerche e censure

 

L’Italia dell’Ottocento, come tutte le grandi potenze del tempo, bramava di prendere parte alla spartizione di nuove terre e allargare i propri possedimenti. I primi tentativi di instaurare delle colonie italiane nel continente africano risalgono ufficialmente al 1861, sotto la guida di Cavour, ma non ebbero l’esito sperato. Si dovrà attendere la fine dell’Ottocento per parlare di veri e propri insediamenti, nei territori somali ed eritrei. Con l’avvento del Fascismo, il progetto del nuovo impero diveniva sempre più concreto, con l’annessione totale della Libia a completare il quadro designato dal regime di Benito Mussolini. La fine della Seconda Guerra Mondiale ha sancito anche il termine della nostra permanenza in terra africana, durata più di sessanta anni. Come nel caso di altre potenze europee – Inghilterra, Francia e Belgio – l’esperienza coloniale italiana non è stata di passaggio; monumenti e infrastrutture futuriste sono ancora oggi visibili. Fra questi vanno ricordati il faro “Francesco Crispi” – situato sul capo Guardafui, in Somalia – e Asmara, capitale eritrea progettata dai più illustri architetti del regime e riconosciuta come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

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Alberto Alpozzi – giornalista e blogger torinese – ha portato avanti numerose ricerche inerenti al colonialismo, condividendo con i suoi lettori scatti e racconti di quelle terre lontane. Nonostante l’intenzione divulgativa, i contenuti presenti sulla sua pagina Facebook sono stati oggetto di censura. Abbiamo posto delle domande ad Alberto per farci raccontare l’accaduto.

Cos’è Italia Coloniale? «L’Italia Coloniale è un sito web d’informazione storica, nato nel 2015, principalmente incentrato sul colonialismo italiano. È un sito divulgativo per far conoscere tutti gli aspetti della presenza italiana in Africa che la storiografia ufficiale ha sempre tralasciato. Conta contributi da parte di giornalisti, studiosi, imprenditori e testimonianze di chi ha vissuto o è nato nelle colonie italiane. In cinque anni ha prodotto più di 600 articoli visitati e condivisi da quasi un milione di persone. Proprio per l’anniversario dei 5 anni è stata realizzata una copia cartacea, tutta a colori, con gli articoli più cliccati».

Come nasce l’idea di aprire un sito e raccontare “l’altra faccia” del colonialismo italiano? «Il progetto di ricerca è nato dalla volontà di completare il quadro storico riguardante la storia coloniale italiana. Per decenni la storiografia ufficiale ha posto in luce solamente aspetti negativi facendo una cronaca quasi ossessiva di orrori ed errori. Non è mai stata compiuta una seria riflessione contestualizzata e storicizzata ignorando, quando non nascondendo, tutti quei valori e modelli positivi che caratterizzarono il fenomeno coloniale italiano che, non dimentichiamo, permeò l’Europa intera e non solamente l’Italia, per quasi 100 anni.

Oggi in Italia pare ancora impossibile parlare di colonialismo se si escludono le repressioni in Libia (1931), l’utilizzo dei gas durante la guerra d’Etiopia (1935-36) o l’eccidio del monastero di Debra Libanos (1937). Ci hanno fatto credere che un fenomeno nato già nel 1858 con Camillo Benso Conte di Cavour e terminato nel 1941, o se vogliamo nel 1960 con l’AFIS “Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia”, durato quindi un secolo, sia riassumibile in soli 5-6 anni esponendo solo tre episodi.

Chi, infatti, riconduce tutto quanto attiene a questo capitolo storico al solo periodo fascista e ancor più ristrettamente alla sola guerra d’Etiopia (1935-36) compie un grave errore storico e temporale. Infatti, intere generazioni di italiani si avvicendarono nelle colonie italiane di Eritrea dal 1870, nella Somalia dal 1889, in Libia dal 1912 e solo infine in Etiopia dal 1936. Leggendo le date è facile costatare come molti dei nostri nonni si trovassero già in Africa ben prima dell’avvento del fascismo.

Il progetto di approfondimento storico non vuole fare né revisionismo né riscrivere la storia. “L’altra faccia del colonialismo italiano” vuole colmare alcune lacune senza mai mettere in discussione eventi e fatti storici noti, già ampiamente pubblicati e dibattuti, per fornire così una visione a 360° della storia coloniale italiana al netto delle pubblicazioni già presenti. Dunque non tratta temi già ampiamente dibattuti e pubblicati come le guerre, gli eccidi o l’utilizzo di gas.

Dalla fine della seconda guerra mondiale la coscienza critica delle persone è stata azzerata attraverso la semplicistica divisione del mondo in oppressi e oppressori, vincitori e vinti, destra e sinistra. Questo nuovo lavoro vuole cancellare divisioni, frutto di posizioni ideologiche che non hanno costruito nulla, anzi hanno tentato di destrutturare tutte quelle opere che potrebbero mostrare un’altra faccia del colonialismo, poiché l’attuale volto tramandato è estraneo alla maggior parte degli italiani che vissero e lavorarono in Africa per quasi un secolo».

Perché, secondo te, la vostra pagina e i suoi contenuti sono finiti nel mirino di Facebook? «Più che nel mirino di Facebook, le mie pagine sono finite nel mirino di chi non gradisce che si portino a conoscenza quei fatti e quegli uomini che caratterizzarono il periodo coloniale italiano, al di là degli aspetti negativi e degli errori. Tutti quegli elementi storici che non si confanno alla narrazione ideologica falsa e unidirezionale utilizzata per decenni al fine di infangare e inquinare tutta la nostra storia sono gli unici che, secondo alcuni, devono essere fatti conoscere.

L’algoritmo di Facebook, evidentemente mal studiato, funziona come l’ostracismo: sono sufficienti alcune segnalazioni mirate e ben orchestrate per far cancellare post e link pur non contenendo nulla di “vietato”, il più delle volte senza possibilità di ricorso o appello.

La censura storicamente non ha mai portato a nulla di buono, anzi. Il nascondere e il mentire permettono di governare per qualche tempo, non per sempre, e pure male. Oggi con gli attuali mezzi di informazione, vedi appunto Facebook, riuscire a direzionare le opinioni delle persone è cosa ben più ardua: molte sono le possibilità di trovare il contraddittorio e informazioni per completare il quadro di interesse. Ecco perché i partiti politici che hanno perduto il consenso sono arrivati a mettere le mani anche su Facebook: troppe notizie, fatti, dettagli che circolano in rete disturbano la costruzione della “realtà” che ci vogliono propinare. Da questo nasce l’attacco tramite Facebook: tutti i profili scomodi bloccati, pagine non allineate chiuse e così via. È ormai palese come qualche ente governativo schierato, ben finanziato, abbia aperto canali diretti e preferenziali con Facebook Italia per far rimuovere pagine, contenuti e profili scomodi.

Tutto questo nel breve periodo sta impattando negativamente sulla cultura, sull’informazione e sulla ricerca precludendo la pluralità di informazioni e la possibilità di confrontare “diverse realtà”. Sul lungo periodo invece ritengo che si troverà la maniera per aggirare il monopolio di Facebook utilizzando altri canali, senza contare che Facebook è ormai un sistema vecchio e obsoleto scarsamente usato dalle nuove generazioni».

La censura di Zuckerberg ha colpito tanti post, tante pagine politiche e storiche causandone persino la chiusura. Qual è la tua opinione al riguardo? «Questo bavaglio è pericolosissimo. È un grave atto di censura ideologica utilizzata a fini politici, per mettere a tacere chi non si uniforma a quello che alcuni vorrebbero essere il pensiero unico dominante. Serve ad azzerare la coscienza critica delle persone affinché siano facilmente manovrabili.

Fatto ancora più grave dal momento che Facebook, il maggior social network globale, detiene il monopolio della condivisione delle informazioni e rete di contatti. Nell’ultimo periodo mi sono stati infatti cancellati 2 profili personali, il principale, quello originale della prima iscrizione a Facebook contava 5.000 contatti e aveva 17 anni di vita, tutto perduto: foto, commenti, chat, contatti, condivisioni. Mi è stata chiusa la pagina di ricerca storica “L’Italia Coloniale” con 11.000 iscritti e 4 anni di lavoro: più di 4.000 immagini e 100 video. Perso di nuovo tutto: foto, video, post, condivisioni e soprattutto i contatti.

La scure della immotivata censura di Facebook si era già pesantemente abbattuta sulle mie ricerche storiche un anno e mezzo fa quando mi chiusero la pagina “Faro Francesco Crispi – Cape Guardafui”, con 21.000 iscritti. Anche in questo caso tutto perduto per sempre. Quest’ultima era una pagina che organicamente aveva una viralità di 250-300.000 persone al giorno con le maggiori punte che toccavano anche 500.000 persone. Oggi la nuova pagina si trova qui.

Qualche tempo fa mentre creavo una pagina nuova – Coloni – ho scoperto che parole come “coloni” e “colonialismo” siano parole vietate da Facebook. Non solo questa piattaforma decide cosa si possa condividere o meno ma sta eliminando anche tutta una serie di parole per impedirci di formulare dei contenuti su un dato argomento. Stiamo arrivando al controllo dei pensieri: se non puoi scriverlo smetterai di parlarne e quindi di pensarlo. Follia? No, realtà del pensiero unico.

Purtroppo per me, come tutti quelli che hanno subito la mia sorte, è un danno economico incalcolabile. La mia attività di ricercatore storico passa anche attraverso Facebook per la divulgazione degli articoli e soprattutto delle pubblicazioni che realizzo. Il social di Zuckerberg dopo due decenni si è costruito una posizione privilegiata nel mondo dell’informazione, della comunicazione e dei contatti. È il mezzo più potente per raggiungere velocemente il maggior numero di persone interessate o potenzialmente interessate a ciò che tu pubblichi.

Migliaia di persone, quando non centinaia di migliaia, vedevano i miei post e i miei libri. Chiudendomi il profilo principale con 5.000 contatti, e due pagine che insieme facevano 32.000 iscritti, la mia visibilità è stata ridotta drasticamente e quindi mi hanno creato e stanno creando un danno economico ingente.

La censura però, a meno di non arrivare ai livelli di “Fahrenheit” di Ray Bradbury con loschi tutori del sistema imposto che ti entrano in casa per bruciare i libri, non potrà mai arrivare nelle case dei migliaia di miei lettori e sostenitori.

Sto producendo ormai da un anno una collana storico-fotografica dal titolo “Romanamente” che illustra tutto quanto fatto dall’Italia in Africa ma che non era mai stato pubblicato. Per ora sono 12 volumi che spaziano dalle strade alle concessioni agricole, dalle industrie al turismo, dai musei alla fotografia. Ovviamente conto di proseguire e darne sempre diffusione attraverso il sito ufficiale “L’Italia Coloniale” e le pagine Facebook che amministro.

Ho pronto anche un nuovo libro storico sulla Somalia che scardinerà precedenti falsi luoghi comuni e bugie storiche ormai entrate nell’immaginario collettivo. Non appena sarà terminato, l’editing sarà stampato e distribuito.

Nel mentre creerò altre pagine su Facebook per diffondere le mie ricerche e tenere aperti il maggior numeri di canali di diffusione sulla nostra storia passata che hanno nascosto e che ancora cercano di nascondere, anche perché la metà dei miei lettori sono somali».


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Marco Tronci

(Vicedirettore e Responsabile La Polveriera). Nato a Palermo nel 1991. Laureato in Relazioni Internazionali presso l’Università di Palermo. Ho scritto i miei primi articoli per il giornale universitario “la Voce degli Studenti” e successivamente ho collaborato con alcune testate giornalistiche locali. Amo lo sport (principalmente il football americano), la musica, il cinema e viaggiare.