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Prescrizione no? Prescrizione sì!

Non mancano momenti di tensione nel nostro Paese, in cui gli equilibri della giustizia penale e dei diritti sono sempre più assediati e messi in pericolo da uno spirito populista e giustizialista. La prescrizione è il tema caldo degli ultimi mesi, un polverone di polemiche che provengono dalle numerose fratture del mondo politico ma anche dal mondo giuridico – e non solo. Si è riusciti a mettere in cattiva luce quello che in realtà è un istituto sotteso ai principi del nostro stato di diritto e della nostra democrazia.

La questione sulla prescrizione ha origine in quello che è il punto maggiormente criticato della legge n°3 del 2019, la cosiddetta Spazza-corrotti che al suo articolo 1 prevede che “Il corso della prescrizione rimanga sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado (non solo di condanna ma anche di assoluzione) o del decreto penale di condanna, fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto di condanna”. È evidente come una soluzione del genere sia assolutamente inadeguata ed inadatta a diminuire i tempi dei processi e anzi, pregiudichi irrimediabilmente la posizione giuridica della persona sottoposta a un processo penale, rendendola un imputato a vita. Già la Corte Costituzionale con un comunicato stampa del 12 febbraio 2020 ha dichiarato incostituzionale l’applicazione retroattiva della Spazzacorrotti, e si auspica avvenga lo stesso anche con la prescrizione.

Ma che cos’è la prescrizione? È un istituto del pensiero giuridico moderno che prevede che una persona indagata, imputata e le persone offese rimangano in balia della giustizia penale per tutto il tempo che si ritiene necessario. La prescrizione evita che la pretesa punitiva dello Stato vada oltre un tempo stabilito; questa infatti viene calcolata in base alla gravità dei reati. Nel nostro paese ormai non si prescrive pressoché più nulla perché già con la riforma Orlando, dal 2017, il tempo di prescrizione di un reato di media-gravità è di 15 anni, inoltre il 75% delle prescrizioni matura prima della sentenza di primo di grado. La vicenda della prescrizione sembra in realtà la finestra su cui si vuole far rientrare il processo inquisitorio.

Diversi sono i “paladini della giustizia” a favore dell’abolizione della prescrizione, tra questi abbiamo l’autorevole Marco Travaglio che con destrezza e abilità fa passare la prescrizione come la sola e unica causa di inefficienza della giustizia penale italiana e come la causa per cui “i poteri forti”, “i potenti”, “i corrotti”, scampano alla giustizia.

Il problema non è la prescrizione ma le fallimentari riforme sulla giustizia che questo Paese porta avanti da tantissimi anni. Il problema è la mancanza di figure specializzate come cancellieri, funzionari, assistenti giudiziari, perché a risentirne non è soltanto l’intera macchina della giustizia e i principali effetti ricadono soprattutto sui cittadini. Forse vivere con l’ossessione del “fare giustizia” conduce in luoghi dove essa stessa smette di esistere.

Ma Marco Travaglio non si è fermato soltanto a questo, ha persino definito le Camere penali italiane “penose”. Questo, significa non soltanto offendere tutto il duro lavoro di chi è al suo interno ma sminuire una forma fondamentale di rappresentanza della stessa Camera.

Altro autorevole paladino dell’abolizione della prescrizione è il magistrato Pier Camillo Davigo, da sempre noto a tutto il mondo giuridico italiano e all’opinione pubblica per le sue ricette iper-giustizialiste che tanto piacciono alla pancia di questo paese. Questa volta la ricetta prende spunto dal modello francese del divieto di “reformatio in peius in appello”,detto in parole povere: se si viene condannati e si propone appello, la pena potrà essere più alta di quella ricevuta in primo grado. In Italia fortunatamente questa pratica non esiste.

Il presidente della II Sezione Penale presso la Corte Suprema di Cassazione e membro togato del Consiglio Superiore della Magistratura, suggerisce il reato di oltraggio alla Corte per tutti quegli imputati che cercano di “far perdere tempo” alla Corte, «basterebbe consentire al giudice di valutare anche le impugnazioni meramente dilatorie per aumentare la pena», afferma il presidente.Queste dichiarazioni hanno chiaramente suscitato non poche polemiche, tanto che all’apertura dell’anno giudiziario a Milano, tenutasi lo scorso 1 febbraio 2020, una quarantina di avvocati della Camera penale di Milano hanno sfilato mostrando dei cartelli con gli articoli: 24, 27 e 111 della Costituzione come forma di protesta contro la riforma della prescrizione. Il rischio è davvero molto alto, c’è in gioco la vita di moltissime persone esposte a un procedimento penale.

Cosa rischiamo concretamente? Vi ricordate la vicenda di Enzo Tortora condannato ingiustamente a 10 anni di carcere? Ripercorriamola insieme. Il 17 giugno del 1983, la vita di Enzo Tortora il celebre conduttore della trasmissione televisiva Portobello viene stravolta. Tortora venne arrestato con l’accusa di traffico di stupefacenti e associazione a delinquere di stampo camorristico, le accuse si basavano sulle dichiarazioni dei pregiudicati Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Pasquale Barra, legato a Raffaele Cutolo; inoltre, altri 8 imputati nel processo alla cosiddetta Nuova Camorra Organizzata, accusarono Tortora. Ben presto, queste accuse si rivelarono false e nel settembre 1986 Enzo Tortora fu assolto con formula piena dalla Corte d’Appello di Napoli e i giudici smontarono in tre parti le accuse rivoltegli dai camorristi, per i quali iniziò un processo per calunnia. Secondo i giudici, infatti, gli accusatori del presentatore – quelli legati a clan camorristici – avevano dichiarato il falso allo scopo di ottenere una riduzione della loro pena. Altri, invece, non legati all’ambiente carcerario, avevano il fine di trarre pubblicità dalla vicenda. Il pericolo, dunque è molto alto sia perché si rischia di rimanere per un periodo non definito in balia della giustizia penale arrecando gravi pregiudizi alla persona sottoposta ad un procedimento penale, sia che casi di “macelleria giudiziaria” come quello di Enzo Tortora si possano ripetere più frequentemente.

Quando la tua vita viene marchiata dal sospetto, dunque, dall’accusa di aver commesso un reato, la tua vita sarà marchiata per sempre. Se poi quel sospetto sarà valutato così grave e fondato al punto da portarti in carcere, non c’è salvezza. Sarai sempre guardato in un modo diverso, con diffidenza e un sospetto perenne che ti accompagna.


Paolazzurra Polizzotto

Paolazzurra Polizzotto

Scrivere per me è stata una passione inaspettata, un dono tutto da scoprire. La mia missione è quella di dare una “voce” a chi crede di averla persa.

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