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Patrick libero

La dittatura di al-Sisi, presidente egiziano dal 2014, è ancora una volta sotto accusa per un grave abuso di potere emerso in questi giorni, da inquadrare nelle sistematiche violazioni di diritti umani perpetrate ai danni di attivisti, studenti, ricercatori e oppositori del suo regime. Il caso riguarda Patrick George Zaki, uno studente e ricercatore egiziano iscritto all’Università di Bologna, che nella notte tra il 6 e il 7 febbraio è stato arrestato dalle autorità egiziane al suo arrivo in aeroporto al Cairo. Da quel momento, non si avranno più sue notizie per circa 24 ore. Riapparirà il giorno dopo in una questura della città di Mansoura, dove voleva recarsi in vacanza per andare dai suoi genitori. È proprio in quel “buio” di 24 ore che, secondo i suoi avvocati, lo studente egiziano verrà sottoposto ad un interrogatorio dove verrà picchiato e torturato con l’elettroshock.

Chi è Patrick George? Patrick George Zaki Seliman, questo il suo nome completo, è uno studente, ricercatore e attivista egiziano di 27 anni iscritto al Master in Women’s and Gender Studies (GEMMA) dell’Università di Bologna. Precedentemente studente di medicina alla German University del Cairo, si è distinto come membro attivo delle associazioni a difesa dei diritti degli studenti. Il suo crescente impegno lo porterà, dopo il conseguimento della prima laurea nel 2014, ad approfondire gli studi sui diritti umani, che diventeranno il suo principale interesse. Patrick sarà da quel momento in prima linea nella difesa dei diritti delle donne, della comunità LGBTQ+ e delle minoranze, in particolare i cristiani copti, di cui lui stesso fa parte con la sua famiglia. Verrà coinvolto, nel 2017, nelle attività dell’Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), da cui verrà messo in aspettativa per trasferirsi a Bologna nell’agosto del 2019 per iniziare il Master GEMMA.

L’arresto e la detenzione. Su Patrick pendeva un mandato d’arresto da settembre 2019, a sua completa insaputa. Al suo arrivo al Cairo tra il 6 e il 7 febbraio, è stato immediatamente arrestato. Come ha denunciato l’EIPR in un comunicato ufficiale dell’8 febbraio, non si sono più avute sue notizie per circa 24 ore, durante le quali è stato trasferito in due strutture dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale (NSA), prima vicino al Cairo e successivamente nella città natale di Patrick, a Mansoura. Secondo Amnesty International, che riprende le dichiarazioni degli avvocati di Patrick, durante l’interrogatorio di 17 ore lo studente è stato «interrogato sul suo lavoro sui diritti umani e sullo scopo della sua permanenza in Italia» e «minacciato, colpito allo stomaco, alla schiena e torturato con scosse elettriche». Da un’intervista rilasciata dai genitori al Corriere della Sera, a Patrick sono anche state rivolte domande sui presunti legami con la famiglia di Giulio Regeni, il dottorando italiano trovato morto vicino al Cairo il 3 febbraio del 2016. Le accuse nei confronti di Patrick, secondo il rapporto dell’EIPR totalmente false e arbitrarie e vanno da «incitamento al rovesciamento dello Stato, gestione di un account social che mira a destabilizzare l’ordine sociale e la sicurezza pubblica» fino a «incitamento alla violenza e a crimini di matrice terrorista».

Siamo di fronte all’ennesima detenzione forzata da parte della NSA, fondata su capi d’accusa mistificatori e mirati alla ormai appurata e sistematica attività di persecuzione verso attivisti politici e difensori dei diritti umani, egiziani e non, da parte degli apparati di sicurezza egiziani. Le stime indicano che sono almeno 60 mila i prigionieri politici detenuti in Egitto, tra cui l’avvocatessa per i diritti umani Mahienour el-Massry e il blogger Alaa Abd El Fatah. Dall’8 febbraio, Patrick è in uno stato di detenzione preventiva per 15 giorni, ma è tanta la paura che il periodo possa prolungarsi addirittura per due anni, come fatto emergere dal suo legale Wael Ghaly.

L’appello per la sua liberazione. Insieme all’EIPR, che non è nuova agli abusi di potere dello Stato – sei dei suoi membri infatti sono stati vittime di detenzioni forzate – Amnesty International ha lanciato una petizione per sostenere la liberazione di Patrick. L’Unione Europea sta seguendo il caso con attenzione, anche a seguito della sollecitazione del vicepresidente del Parlamento europeo Massimo Castaldo. In merito, si sono espressi anche il portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna Peter Stano, che sta valutando un supporto europeo alle autorità italiane, e il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, che ha chiesto con forza l’immediato rilascio di Patrick alle autorità egiziane. Supporto e vicinanza a Patrick George sono arrivati dai suoi colleghi universitari e dall’associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia (ADI), che in un comunicato ha dichiarato che «con questa vicenda l’Egitto mostra una volta di più la spietatezza della sua dittatura. Si tratta dell’ennesimo schiaffo che il nostro Paese riceve da un regime disumano e rappresenta un’ulteriore dimostrazione che l’Egitto non ha intenzione di collaborare con l’Italia per fare finalmente chiarezza sulla tragica fine di Giulio; e anzi si accanisce contro chiunque solidarizzi o si avvicini alla storia di Giulio Regeni».

Il 12 febbraio, il Senato Accademico dell’Università di Bologna ha approvato una mozione in cui si legge: «Assicuriamo tutto il nostro impegno affinché Patrick Zaki possa tornare al più presto a frequentare le nostre aule universitarie. Fino ad allora, consideriamo nostro compito fare tutto il possibile perché il Governo italiano e l’Unione europea non smettano di prodigarsi in ogni modo per favorire il rientro di Patrick nella nostra comunità». Anche la famiglia di Giulio Regeni ha fatto sentire la sua voce lanciando un appello attraverso l’avvocato Alessandra Barberini, affermando che «Patrick, come Giulio, merita onestà».

Non vogliamo un altro caso Regeni. La detenzione di Patrick George e le notizie della sua tortura ci portano subito alla mente il tragico caso di Giulio Regeni, le cui indagini sono ancora immobili dall’ultima rogatoria inviata dai magistrati italiani. La vicenda di Patrick rimette sotto i riflettori il comportamento degli apparati di sicurezza egiziani, che da anni si macchiano di rapimenti, torture e detenzioni forzate anche aldilà dei limiti della legge, e soprattutto in completa violazione dei trattati e delle convenzioni sui diritti umani. Nel frattempo, vicino l’ambasciata egiziana di Roma, è apparso un murales in cui Giulio Regeni dice ad un Patrick George in divisa da carcerato «stavolta andrà tutto bene». L’augurio di tutti quelli che stanno supportando la liberazione di Patrick è che si arrivi presto alla sua scarcerazione, per mettere fine all’ennesimo abuso da parte dello stato egiziano.


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