Se ti migra dentro il cuore

Non c’è critico cinematografico riconosciuto o semplice spettatore ansioso di consensi sui social che nelle ultime settimane non abbia speso una parola su Tolo Tolo, l’ultima fatica cinematografica di Luca Medici, in arte Checco Zalone. Fatica doppia, dato il ruolo per lui inedito di regista e la presenza di Paolo Virzì come co-sceneggiatore. Tra accuse di razzismo, di cerchiobottismo e di furbizia da un lato e l’entusiasmo di chi lo considera un genio dall’altro, Zalone è riuscito a catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica su di sé, superato forse solo da Trump e dal rischio di una guerra con l’Iran.

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Da uomo di spettacolo ormai navigato, è riuscito a creare attese e polemiche ben prima dell’uscita del film prevista per il 1 gennaio con un trailer a dir poco provocatorio che gli ha attirato accuse di razzismo, salvinismo, sovranismo e chi più ne ha più ne metta. Persino l’ex ministro dell’interno ha sentito l’urgenza di commentare la vicenda, difendendo Zalone e proponendolo come senatore a vita. Nulla di tutto questo succederà e per un motivo molto semplice: Tolo Tolo è tutto tranne che un film salviniano e Zalone tutto tranne che un autore incasellabile e riconducibile a questo o quello schieramento politico.

Considerando i numeri registrati al botteghino è difficile che qualcuno gridi allo spoiler ma per correttezza racconteremo la trama senza raccontare il finale. Il protagonista del film è Pierfrancesco Zalone, un imprenditore pugliese interpretato per l’appunto da Zalone che dopo avere provato a sbarcare il lunario portando il sushi a Spinazzola (suo piccolo paese natale) e aver fallito miseramente, fugge in Africa per scappare dai debiti e si ritrova a lavorare come cameriere in un resort del Kenya.

Il suo è il classico personaggio alla Zalone: gretto, volgare, ignorante fino all’inverosimile. Sognatore, a suo modo, se includiamo nella lista dei sogni il desiderio di sfuggire alla burocrazia italiana e da qualsiasi cosa somigli a una tassa. E, soprattutto, sempre identico a sé stesso e patologicamente incapace di adattarsi.

Nel percorso che insieme ai suoi compagni di viaggio lo riporterà in Italia, troviamo una sequela infinita e molto zaloniana di stereotipi, ben pochi però sull’Africa e sugli africani: forse l’unico è la rappresentazione dell’Africa stessa come continente perennemente (si potrebbe dire geneticamente) in guerra (questa la ragione che costringe i protagonisti alla fuga). Per il resto, i co-protagonisti sono ben lontani da una rappresentazione stereotipata da cinepattone: Oumar, interpretato da Souleymane Sylla, è un aspirante cineasta affascinato da Pasolini e dalla migliore cultura italiana; Idjaba, interpretata invece da Manda Tourè, è una donna forte ed emancipata, madre e guerriera, un personaggio femminile decisamente positivo.

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Né razzismo né sessismo, dunque. E in fondo, a uno sguardo appena più profondo rispetto al livello più superficiale di osservazione, si capisce subito che il destinatario della satira del film è l’italiano, ovvero un certo tipo antropologico oggi apparentemente maggioritario in Italia: quello ossessionato dal consumo e sempre pronto ad anteporre i propri bisogni individuali a tutto il resto, quello incapace di mettersi nei panni di una cultura diversa dalla sua, quello pronto a dire “prima gli italiani” solo per andare in televisione e avere il suo quarto d’ora di celebrità.

Un italiano che però non è mai raffigurato come razzista. Zalone sdogana persino la parola con la F che in pochi hanno il coraggio di usare nel dibattito mainstream quando si parla di alcuni dei fenomeni politici più reazionari e aggressivi dell’ultima decade, dalle pulsioni autoritarie alla xenofobia dilagante. Ma il fascismo, che “come la candida” contagia il protagonista del film nei momenti di difficoltà, è ridotto per l’appunto a una reazione istintiva e ad un’allucinazione momentanea.

Allucinazioni che accompagnano tutto il film per intero e che rappresentano a parere di chi scrive i suoi momenti più geniali: le canzonette che appaiono soprattutto nei momenti di empasse (dal viaggio in bus nel deserto al momento del naufragio) sono la sintesi tra il disadattamento del protagonista e la durezza della realtà che lo circonda. Ovviamente, la realtà del film non è quella reale: parliamo pur sempre di una commedia, ovvero di un genere che impone un certo tipo di registro anche quando il tema affrontato è atroce come quello delle carceri libiche. Una rappresentazione sociologicamente realistica sarebbe stata, in questi casi, totalmente fuori luogo.

In conclusione, Checco Zalone riesce ad affrontare a modo suo una questione ben più seria di quelle a cui ci ha abituato: i posti fissi e gli aspiranti musicisti lasciano il posto al tema della migrazione, un tema su cui l’Italia è divisa da anni e che non ha ancora trovato una risposta all’altezza dei tempi. Il rischio era quello di raccontarlo in modo banale, in una delle due possibili declinazioni della banalità: il sovranismo becero e rassicurante e l’umanitarismo sentimentale, perfettamente incarnato dal giornalista francese che salva i protagonisti da morte certa nel deserto. Tolo Tolo è un film più maturo dei precedenti e riesce nell’intento di fare satira senza cedere al moralismo o alla volgarità, mettendo piuttosto il pubblico italiano di fronte alle proprie contraddizioni.


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