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Chi ha inventato Babbo Natale?

Di Ester Di Bona“Babbo Natale”, o “Santa Claus” è da sempre la personificazione di bontà e generosità fin dai tempi più remoti, dai Saturnali Romani al San Nicola cristiano – senza dimenticare l’Odino germanico e i 13 elfi islandesi. Nonostante sia stato spesso e volentieri messo in dubbio, arrivando alle rappresentazioni più estreme ed improbabili (recentemente l’abbiamo visto nei panni di un ignaro senzatetto nell’opera di Bansky) è innegabile che l’uomo paffuto e bonaccione dalla folta barba bianca e il completo rosso sia, ad oggi, la raffigurazione più comune nell’immaginario collettivo natalizio di grandi e piccini. Ma chi l’ha vestito così? E chi ha detto che abbia la barba e sia così paffuto?

Il papà del Babbo Natale dei giorni nostri ha un nome: Thomas Nast. Nast nasce in Germania nel 1840. Pochi anni dopo, con la famiglia – in cui il padre musicista suonava nel 9° regime di Baviera – emigrò a New York, dove studiò per un breve periodo alla National Academy of Design vista la spiccata predisposizione al disegno. Quando a 15 anni la sua famiglia venne colpita da una profonda crisi economica, Thomas cercò subito lavoro proponendosi per la rivista Leslie Illustrated di Frank Leslie, ma la pretenziosa richiesta del ragazzino non fu vista subito di buon occhio: per sottolineare la serietà del lavoro, Leslie gli commissionò un disegno a detta sua “impossibile”, cioè una raffigurazione della folla alla ferrovia di Christopher Street. Il risultato fu così bello che Thomas venne assunto in un batter d’occhio.

Una volta divenuto maggiorenne nel 1859, si spostò sul settimanale Harper’s Weekly che seguì per altri 25 anni. Nel 1860 documentò l’Unità d’Italia guidata da Garibaldi per The Illustrated London News ed altre riviste americane. Allora era già un nome affermato e rispettato. Con lo scoppio della Guerra di secessione americana, Nast lasciò parlare i suoi disegni, sostenendo l’Unione e opponendosi con forza alla schiavitù, come si nota in “After the Battle” (1862) ed “Emancipation” (1863), entrambe uscite sull’Harper’s Weekly. Erano immagini talmente forti che il presidente americano Abraham Lincoln lo definì «our best recruiting sergeant». Durante l’era della ricostruzione Nast rivelò una profonda delusione per la politica del dopoguerra, rappresentando il presidente Andrew Johnson come un autocrate repressivo ed i meridionali come malvagi sfruttatori dei neri indifesi.

I fumetti di Nast avevano un fortissimo impatto mediatico, come nel caso di “Tammany Tiger Loose” e “Group of Vutures Waiting for the Storm to Blow Over”. Entrambi del 1871 presero di mira la Tammany Hall di New York (organizzazione politica dove venivano scambiati voti per ottenere la cittadinanza statunitense) guidata da  W. M. “Boss” Tweed, che venne rappresentato in una caricatura, successivamente identificato e arrestato a Vigo, in Spagna, nel 1876.

Ma Babbo Natale cosa c’entra? Durante gli anni della guerra di secessione vi furono altre due famose illustrazioni dell’autore, entrambi del 1863, “Christmas Eve” (che fu ripreso l’anno successivo con “Christmas 1964”) ed in particolare “Santa Claus in Camp”. Quest’ultima illustrazione vedeva un Babbo Natale dai tratti morbidi e quasi “occulti”, intento a distribuire regali in un accampamento militare americano: giacca stellata e pantaloni a strisce, tra le mani mostra ai soldati un pupazzo con una corda legata intorno al collo che rimanda al presidente confederato Jefferson.

Durante l’arco della sua vita Nast dedicò moltissimo tempo alle illustrazioni su Babbo Natale, definendone il personaggio – uomo buono, generoso e amante dei bambini che rappresentavano il futuro della patria –, sperimentando con colori (aggiudicando infine il rosso acceso), creando ambientazioni, situazioni e storie. Era diventato portatore di gioia durante gli anni bui della guerra. Il 1 Gennaio 1881 pubblicò l’illustrazione più importante di Babbo Natale sull’Harper’s Weekly – illustrazione, ad oggi, ancora ampiamente riprodotta –, finché cinque anni dopo smise di lavorare per il settimanale. Nel 1902 Thomas Nast muore in Ecuador di febbre gialla, poco dopo esser stato nominato da  Theodore Roosevelt Console Generale degli Stati Uniti a Guayaquil.

Quasi vent’anni dopo, nel 1920, la Coca-Cola Company, che intanto era diventata la più grande distributrice di bevande alla spina nel mondo, introdusse le pubblicità natalizie su riviste come The Saturday Evening Post. Per rappresentare Babbo Natale scelsero il modello lasciato da Nast in “Santa Claus Camp” e in tutte le altre sue illustrazioni: barba bianca, folta, vestito rosso, sguardo un po’ burbero e circondato da bambini . Come detto prima, l’impatto mediatico dei suoi disegni non era indifferente.

Nel 1930 Fred Mizen propose per la campagna pubblicitaria sul The Saturday Evening Post l’immagine di un Babbo Natale altissimo, paffuto e vestito di un rosso accesso: la sua figura soddisfatta si erge in mezzo alla folla, circondato da sguardi di consenso e curiosità, mentre sorseggia una bottiglia di Coca Cola. L’illustrazione venne immediatamente impiegata per la campagna pubblicitaria del brand che l’anno successivo venne lasciata nelle mani dell’artista Michigan Haddon Sundbloom, segnando l’inizio della collaborazione ufficiale tra Coca Cola e Babbo Natale e confermando nell’immaginario collettivo il modello creato da Thomas Nast.


Ester Di Bona

Ester Di Bona

Responsabile di "Palermo Si Cunta". Amo combinare arte e sociale, coltivando competenze e aiutando, al contempo, gli altri a scoprire e implementare le proprie passioni.

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