Urrà per Marta Cartabia presidente. Contenti voi…

Di Daniele Monteleone – Cent’anni fa diventava legge la 1176 del 1919 che all’articolo 7 escludeva le donne da tutti gli uffici pubblici che implicavano l’esercizio di diritti e di potestà politiche. In pratica vietava alle donne di entrare anche in Magistratura. Sessant’anni fa un gruppo di democristiane, tra cui anche le Madri costituenti Iervolino e Gotelli, si faceva valere per chiedere l’abrogazione di questo baluardo maschilista primonovecentesco. Tre anni dopo un nuovo articolo nella legge 9 febbraio 1963 n. 66 recitava gloriosamente: «La donna può accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la Magistratura, nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera». Nel 1965, a seguire del primo concorso aperto alle donne, entrano in servizio otto magistrate, una delle quali, Maria Gabriella Luccioli, oggi Presidente titolare della prima sezione civile della Corte di Cassazione. La Magistratura italiana conta inoltre più di 8 mila magistrati di cui quasi la metà sono donne, includendo di fatto un punto di vista a lungo ignorato, quello femminile, dentro un’istituzione così importante nell’interpretazione della legge e storicamente in mano agli uomini. Escludendo il fatto che nei ruoli direttivi e semidirettivi le donne sono infinitamente di meno degli uomini – un dato amaro – possiamo affermare che continua ad avvenire quel «progresso materiale e spirituale»auspicato dalla Costituzione italiana. E poi arriva Marta Cartabia al vertice della Corte costituzionale, in un ruolo prestigioso e importante che ha fatto “commuovere” diversi fronti politici. In questo caso dire, per esempio, che il femminismo ha dato un calcio al patriarcato è pura illusione e quello che è stato messo a segno, a esser buoni, non si può che derubricare a “gol della bandiera”.

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Marta Cartabia, 56enne giurista lombarda, non è di certo la prima donna a entrare nelle mascoline stanze della Corte e non sarà neanche l’ultima, come ha voluto sottolineare nelle sue prime dichiarazioni da neoeletta. «Si è rotto un vetro di cristallo – ha commentato Cartabia, ufficialmente prima donna nella storia della presidenza della Consulta – «Ho l’onore di essere un’apripista». La magistrata, già vicepresidente della Corte costituzionale dal 2014, fu nominata dall’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2011 per far parte della Corte. Allora Cartabia, all’età di 48 anni, si piazzò fra i quattro giudici costituzionali più giovani di sempre a entrare in servizio presso l’organo di garanzia italiano. La scorsa estate è balzata agli onori della cronaca come uno dei nomi papabili per sostituire Giuseppe Conte dopo la “crisi di agosto” aperta da Matteo Salvini, salvo poi tornare nell’anonimato politico dal quale era stata pescata. La considerazione della Cartabia quale elemento di congiunzione ed equilibrio in un secondo governo di avvocati del popolo ha inoltre radici nel governo sfiorato da Carlo Cottarelli nel 2018, il quale l’avrebbe voluta nella sua squadra ministri. Questa settimana tutti hanno festeggiato l’arrivo della Cartabia – che ricoprirà il ruolo di presidente per nove mesi visto il limite di nove anni di presenza come giudice nella Corte – andiamoci piano nel definirla la “rivalsa delle donne”.

In un’intervista a Lettera Donna dello scorso marzo, rispondendo alla situazione di minoranza delle donne nell’alta Istituzione costituzionale, dichiarava le sue priorità: «Certo, ci vogliono pazienza, coraggio e un po’ di lavoro in più poiché bisogna superare qualche pregiudizio, ma non bisogna pensare che gli uomini siano tutti nemici. Anzi, se devo dire la verità non è tra le mie prime preoccupazioni quella di sottolineare la differenza di età, di sesso o di condizioni sociali». Apprezzando il lavoro fatto a favore dei vaccini – giudicandone l’obbligo per legge «non irragionevole» bocciando il ricorso della Regione Veneto – e sullo stop degli stabilimenti Ilva – scontrandosi di fatto con un decreto del Governo Renzi che ne disponeva la continuazione delle attività nonostante la morte di un dipendente e il sequestro disposto dell’autorità giudiziaria – resta una lista di affermazioni che vanno dal conservatore all’ultracattolico fino al Pillon qualunque.

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Sul finevita e, nello specifico, sui trattamenti che includono l’alimentazione artificiale di un soggetto in stato irreversibile, Cartabia non ha risparmiato bordate a Beppino Englaro, padre di Eluana, uno dei casi che ha senza dubbio aperto al dibattito sull’eutanasia e sulla dignità della persona. Sulla questione dichiarò: «Il diritto all’autodeterminazione del soggetto incapace: un ossimoro, se non fosse affermato dalla Suprema Corte di cassazione». La magistrata si dichiarò sostanzialmente dispiaciuta che la sospensione dell’alimentazione di Eluana, in stato vegetativo irreversibile, non fosse stata bloccata da un ricorso del Tribunale di Milano, rifiutato dalla Suprema Corte. Invocava chiarezza normativa in «situazioni in cui la vita umana appare avvolta dal mistero» nonostante il caso Englaro raccontasse 17 lunghi anni di coma, un evidente accanimento terapeutico ed enormi sofferenze e sacrifici da parte della famiglia.

Ragionando intorno ai diritti umani, quali nuova forma di “neo-colonialismo” occidentale ed «espressione di una cultura iper-libertaria», definisce i “nuovi diritti” – eutanasia e aborto fra gli altri – come dei principi che «si alimentano di una concezione in cui l’uomo è ridotto a pura capacità di autodeterminazione, volontà e libera scelta». Continua Cartabia: «L’uomo è inteso come individuo sciolto da ogni relazionalità, sociale e trascendente, e la sua unica capacità di espressione è individuata nella libertà, a sua volta ridotta a mera facoltà di scegliere. È così che si arriva persino ad affermare il “diritto a non nascere” o il “diritto a darsi la morte”, il cui effetto è la negazione del soggetto stesso». Una roba da Congresso mondiale della Famiglia di Verona, con qualche spruzzata di eleganza e giuridichese in più, che non guasta mai.

Sui matrimoni omosessuali non poteva mancare l’opposizione. Su un suo articolo all’indomani dell’istituzione del matrimonio gay nello stato di New York si legge fin da subito il mood della giurista: «Chi scrive non esulta di fronte a questa decisione». In un passaggio Cartabia, nel forzare quella coerenza che deve svincolare da “ogni condizione data” le scelte degli individui, arriva a mettere – provocatoriamente – sullo stesso piano del matrimonio fra persone dello stesso sesso anche la possibilità di «eliminare ogni condizione che la legge prevede per il matrimonio: età, divieto di matrimonio tra consanguinei, monogamia, etc.». Insomma, se possiamo scavalcare il sesso e il genere, perché non scavalcare spose bambine e parentele? Ma possiamo inserire anche nozze con animali, domestici e non, all’occorrenza!

Nascondendo una visione del tutto tradizionale della famiglia – detto in soldoni – Cartabia afferma che «non ogni differenziazione è discriminazione», considerazione per la quale matrimonio e famiglia debbano essere cosa altra rispetto alle unioni omosessuali, da «differenziare», sia chiaro – se vogliamo accettare che i diritti siano come la spazzatura. Sulla Cartabia si è gioito semplicemente per il fatto che un essere umano dotato di organo riproduttore femminile sia a capo di un’istituzione importante come la Corte costituzionale. Il tutto ignorando – volontariamente o no – la persona, il pensiero, la “dottrina” dell’individuo in quanto tale, svincolato dalla “condizione data” che invocava la stessa giurista come punto minimo di partenza. Da noi vanno gli auguri per i prossimi nove mesi di duro lavoro alla Corte per la magistrata lombarda che odia gli ossimori, vittima di un curioso caso di maschilismo femminista.


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