Un rischio calcolato, una lucida follia?

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Di Francesco Paolo Marco Leti – Le recenti dichiarazioni del Ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, sembrano avere riaperto la partita europea per il completamento dell’Unione bancaria, soprattutto nella parte legata alla garanzia comune sui depositi. Questa apertura – dallo stesso definita “un passo per niente piccolo per un Ministro delle Finanze tedesco” – è stata formalizzata in un documento rilasciato al Der Spiegel, intitolato “Position paper on the goals of the banking union”, dove si spiega la proposta tedesca per il superamento dello stallo.

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La proposta, nei suoi punti fondamentali, appare molto controversa. Per quanto siano presenti evidenti passi in avanti, i rischi per il nostro Paese derivanti dalle regole proposte potrebbero essere enormi. In particolare, sono due le parti del documento molto discusse e riguardano i debiti deteriorati – i cosiddetti non performing loans (NPL) – ma soprattutto la scelta di introdurre un coefficiente di rischio per i titoli di Stato detenuti dalle banche.

Riguardo il primo punto, la posizione tedesca sarebbe quella di introdurre un limite nei bilanci per i NPL del 5% lordo e del 2,5% netto. Questi due valori sono al momento non raggiunti dalle banche italiane, ancora alle prese con l’assorbimento dei crediti deteriorati figli dell’ultima crisi economica. L’obiettivo non sarebbe neanche impossibile e, al riguardo, il Direttore Generale dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI), Giovanni Sabatini, ha dichiarato come le proiezioni per il 2021 diano un rapporto medio al 5,5% per le banche nazionali, ben lontano dall’8,7% del 2018. Ovviamente, un peggioramento delle condizioni economiche o la presenza di una nuova crisi cambierebbe drasticamente la situazione, comportando una nuova esplosione dei crediti deteriorati in pancia alle banche. In quel caso, mantenere il limite del 5% sarebbe alquanto complesso.

Le note dolenti riguardano l’introduzione di una valutazione di rischio per i titoli di Stato. Attualmente, qualunque titolo di stato posseduto dalle banche è considerato a rischio nullo per quel che riguarda i parametri di Basilea. Per essere chiari, qualunque strumento finanziario detenuto dalle banche possiede una valutazione del rischio in base ai parametri dei regolamenti di Basilea e comporta per gli istituti di credito una necessità di accantonamento di capitale a titolo assicurativo. Queste somme accantonate nei bilanci non possono, ovviamente, essere destinate all’investimento nell’economia reale, riducendo la liquidità immessa. Il rischio è quello di andare incontro a un nuovo “credit crunch” (contrazione creditizia) con un effetto deleterio per l’economia reale stessa. Una eventuale variazione del rischio dei titoli di Stato sarebbe devastante per i bilanci bancari: la gran parte del debito pubblico nazionale è detenuta dalle nostre banche, che si vedrebbero costrette ad aumentare il capitale a copertura del rischio (in un periodo nel quale la raccolta non è esattamente florida) o, nella peggiore delle ipotesi, a disfarsi dei nostri titoli di Stato innescando una probabile esplosione del tasso di interesse prima sul mercato secondario e, a cascata, sul primario.

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La questione avrebbe dei risvolti ulteriormente negativi per il mondo bancario nel suo complesso: i titoli di Stato sono attualmente gli unici titoli esenti da rischio e vengono spesso utilizzati proprio a titolo assicurativo nei confronti degli impieghi più rischiosi, come accantonamento di capitale. Le banche perderebbero questo strumento come tutela degli impieghi rischiosi e, contestualmente, dovrebbero coprirsi per essi: un corto circuito spaventoso. Non a caso, il Direttore Generale dell’ABI, Giovanni Sabatini, ha indicato come unica soluzione sostenibile a una variazione siffatta delle regole la creazione di un titolo di stato europeo “risk free” da potere essere utilizzato nel mondo bancario per la creazione dei buffer di capitale necessari al rispetto delle regole di Basilea. Riguardo questo punto, i Paesi rigoristi continuano a fare delle teutoniche orecchie da mercante lasciando cadere nel vuoto gli appelli provenienti da più parti del mondo economico.

In conclusione, una riforma dell’Unione Bancaria che prevedesse le modifiche proposte dal socialdemocratico Ministro delle Finanze tedesco potrebbe essere un vero terremoto per l’economia finanziaria del vecchio continente e far esplodere una nuova crisi nella quale il nostro Paese sarebbe l’anello debole. Nel caso di una corsa alla vendita da parte delle banche del nostro debito pubblico si innescherebbe un processo nel quale il Paese potrebbe essere costretto, per una crisi di liquidità determinata dalla variazione delle regole, a fare ricorso proprio al MES per finanziarsi con una conseguente ristrutturazione del debito. Alla fine, i Paesi rigoristi otterrebbero il loro sogno recondito: disciplinare il bilancio italiano. Ma a quale costo per l’economia europea? Quello che sembra un rischio calcolato, una lucida follia, potrebbe trasformarsi in qualcosa di più pericoloso.


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