Lo «schifo» incompreso



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Di Virginia Monteleone – «Schifo». Così esordisce (l’ormai) ex ministro Matteo Salvini alla vista di una scultura che lo rappresenta mentre spara a degli immigrati su di una zattera. La cosa lo avrà di certo scosso dalla poltrona, e subito con un post si è sfogato sui social con i suoi follower. «Cosa non si fa per farsi un po’ di pubblicità, che squallore. La ‘scultura’ che mi raffigura mentre sparo agli immigrati è una vera schifezza, è istigazione all’odio e alla violenza, altro che arte. Non vedo l’ora di tornare a Napoli per ammirare i fantastici Presepi tradizionali, non queste porcherie», accompagnata da una foto con sopra la dicitura Schifo.

Non staremo qui a disquisire su ciò che può essere definito arte e non, di quale sia la similitudine e la differenza tra arte e artigianato – ci vorrebbero molte piacevoli pagine per spiegare che ciò che oggi è arte, è artigianato con un concetto. Non faremo i critici d’arte oggi. Oggi vedremo bene nel dettaglio la scultura con un altro occhio, evitando frettolosi e spiccioli termini per liquidare qualcosa che non si è capito.

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La scultura dell’artista Morales, si chiama La pacchia è finita!. Essa fa parte della mostra Virginem=Partena, allestita presso la galleria Nabi Interior Design di Napoli. Una collettiva allestita in uno studio d’architettura, dove quattro artisti – Morales alias Salvatore Scuotto, Emanuele Scuotto, Marcello Silvestre e Pasquale Manzo – si sono riuniti per rappresentare gli stilemi di Napoli arricchendoli con tematiche politiche e sociali dell’attualità.

La scultura in questione rappresenta un bizzarro e forse poco gradevole collage di tutto ciò che compone la propaganda politica di Matteo Salvini: espressione un po’ svanita, in una mano il Rosario, nell’altra una pistola fuori misura dalla quale esce una bandierina con scritto Game Over! che ci fa presagire si tratti di un’arma giocattolo puntata verso degli zombie rappresentati da dei migranti, la maglia verde con dietro scritto 49 alludendo ai famosi 49 milioni spariti dalle casse leghiste. L’artista spiega a Il Mattino la sua opera: «Quando ho iniziato a creare, Salvini era ancora ministro dell’Interno. Ho voluto rappresentarlo come un bambinone che gioca a un videogame popolato da fantasmi, come si vede dai dettagli della pistola che è intenzionalmente sproporzionata. Dico che il suo messaggio politico è infantile, come una costante PlayStation in cui bisogna individuare il nemico e abbatterlo».

Non solo Salvini ma anche moltissima gente, vedendo l’opera, si è letteralmente sconcertata per la sua bruttezza e banale accozzaglia di simboli. Cosa vediamo? Un Salvini con una pistola finta che spara a dei migranti già morti. Leggiamola lentamente. In quest’opera l’uomo armato non può in alcun modo uccidere nessuno dato che tiene in mano una pistola giocattolo, ma egli la punta verso un destino già compiuto.

Non serve essere grandi esperti per capire che l’opera in sé non voleva minimamente suscitare un brivido estetico – è palese! -, voleva solo esprimere il pensiero dell’artista che vede nella figura dell’ex ministro una mistura di ipocrisia e iperattività sui social. Si è parlato di istigazione all’odio. Questa scultura, qualora possa istigare qualche mossa morale e immorale, sicuramente potrà attecchire a delle menti fragili e sicuramente innocue dove al massimo può uscirne una scribacchiata su un pannello.

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La frettolosa volontà di molta gente di classificare qualcosa come brutto o bello è paragonabile all’attenzione nello scrolling di Instagram, dove come dei giudici potenti determiniamo se un post è degno del nostro cuoricino o meno. Senza voler paragonare i personaggi, lo stesso Caravaggio nel suo tempo era denigrato e le sue opere erano disprezzate per la scelta dei modelli sacrileghi. Le sue opere troppo scure venivano definite «incomplete», come dicevano alcuni, notando le parti che oggi – con l’ausilio di studi approfonditi – sappiamo essere zone d’ombra. Anche nell’opera di Edvard Munch, Fanciulla malata, l’incontro tra le mani della madre e della figlia venne definito dalla critica del tempo come «una purea di aragosta» poiché la corrente espressionista non era ancora compresa.

Edvard Munch, La fanciulla malata (1896)

Potremmo parlare dell’art Brut e di tutto quel filone che certe figure storiche hanno catalogato come «arte degenerata». Potremmo stare ore a parlare di quanto l’arte in ogni suo tempo abbia trovato ostruzionismo e difficoltà nel poter lasciarsi andare alla comunicazione. Detto questo non stiamo cercando di salvare l’opera di Morales dal giudizio estetico che rimane sempre un giudizio soggettivo, ma tentiamo di spiegare a chi dice “Questa non è arte!” che la definizione stessa di arte è così estesa e incompleta che è ancora in fase di codificazione.

L’arte è, è stata e sempre sarà. Forse è uno degli ultimi mezzi espressivi più potenti, sempre in lotta con la censura. Un’arte fatta non più da artisti maledetti e alternativi, ma dai soldati del pensiero.


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