Lacerata dalle violenze, la Bolivia si prepara a nuove elezioni

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Di Mattia Marino – Lo scorso 20 ottobre in Bolivia si sono tenute le elezioni presidenziali nazionali, le quali sin dalle settimane precedenti alla votazione erano state accompagnate da un clima molto teso, condito dalla paura – da parte della destra boliviana – di possibili brogli elettorali a favore della rielezione per il quarto mandato consecutivo dell’ormai ex Presidente Evo Morales Ayma.

Morales, leader del partito Movimiento al Socialismo (MAS), è stato il primo Presidente indigeno eletto costituzionalmente. Salito al potere nel 2006 dopo le dimissioni di Carlos Mesa, attuale leader politico dell’opposizione boliviana.

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Presidente progressista, ex coltivatore di foglie di coca ed in seguito sindacalista, che con le sue politiche è riuscito a dare slancio all’economia boliviana – una delle più povere al mondo, e la più povera del Sud America – a mantenere la moneta stabile, a dimezzare la povertà, ad alzare il reddito minimo da 60 a 300 dollari, e capace di godere di un fortissimo consenso tra le comunità indigene e rurali, grazie alla sua continua lotta per il riconoscimento dei loro diritti e delle terre ancestrali a loro appartenenti. Non solo, è riuscito nell’impresa di rendere la Bolivia uno Stato Plurinazionale, con il riconoscimento costituzionale di 36 nazionalità e 39 lingue ufficiali, tra cui il quechua, l’aymara ed il guaranì.

A partire dal 21 ottobre scorso, in Bolivia sono iniziate numerose manifestazioni nelle maggiori città del Paese. Attraverso la denuncia di brogli elettorali, la destra boliviana, appoggiata da movimenti civici ultra cattolici e appartenenti alle élite boliviane, ha aizzato il popolo delle città alla disobbedienza civile ed alla paralizzazione totale delle attività lavorative. Nel corso delle successive settimane, la Polizia aveva iniziato ad ammutinarsi, mentre l’esercito rimaneva di lato in silenzio dichiarando, attraverso il capo delle Forze Armate, “di voler rispettare l’ordine costituzionale”.

Domenica 10 novembre, dopo una escalation di violenze, Evo Morales ha presentato la sua rinuncia, assieme a quella del suo Vicepresidente Alvaro Garcia Linera, e della Presidente del Senato Adriana Salvatierra. “Rinuncio per evitare ulteriori spargimenti di sangue”, con queste parole Morales annunciava le sue dimissioni.

Morales, poche ora prima, anche a causa del fatto che la Organizzazione degli Stati Americani (OEA) aveva rilasciato un documento in cui dichiarava che venivano riscontrate delle irregolarità nel processo elettorale, e dunque non poteva ritenere valide le elezioni del 20-O, decideva di convocare nuove elezioni. Ciò non era sufficiente ai suoi oppositori, i quali ormai chiedevano unilateralmente la sua rinuncia, arrivata effettivamente poche ore più tardi.

L’ex presidente della Bolivia Evo Morales

A proposito dei brogli elettorali. Se vi sono dubbi sul documento rilasciato dalla OEA, questi vengono sicuramente alimentati dalle dichiarazioni del Center for Economic and Political Research (CEPR) di Washington, il quale ha recentemente fatto sapere di non aver riscontrato alcuna irregolarità nel conteggio dei voti e che Evo Morales avrebbe nettamente vinto le elezioni al primo turno.

A partire da questo momento i movimenti politici e sociali vicini al MAS, e gran parte dell’opinione pubblica internazionale si riferiscono a ciò che è appena accaduto in Bolivia come ad un golpe. Dopo la fuga in Messico dell’ex Presidente Morales, la senatrice Jaenine Añez – seconda vicepresidente del Senato – del partito conservatore Movimento Democratico Sociale, si è autoproclamata nuova Presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia.

Il Governo transitorio della Añez è stato formato senza una maggioranza in Parlamento, con le pressioni da parte dei Capi dell’Esercito, e con l’aiuto della destra ultra conservatrice ed ultra cattolica. Ciò fa pensare ancora di più ad un vero e proprio colpo di stato, mascherato fin dai primi giorni da sollevamenti popolari. Morales, dal suo esilio forzato in Messico, continua a gridare al golpe, attribuendo le colpe anche a Carlos Mesa, Marco Pumari e Luis Fernando Camacho; quest’ultimo, Presidente del Comitato Civico di Santa Cruz de la Sierra, imprenditore, conservatore e ultra cattolico, fu protagonista di comizi nei quali, in nome di Dio, incitava a “cacciare Satana dal Palazzo Presidenziale”.

Tra comunità cattoliche favorevoli alla nuova formazione di governo e comunità indigene in lotta per Morales, sebbene fosse la sua quarta ricandidatura, egli era il legittimo presidente costituzionalmente eletto fino a gennaio 2020.

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Continuano ancora oggi le manifestazioni dei sostenitori di Morales, in particolare nelle città di La Paz ed El Alto, dove l’ex Presidente gode di enorme consenso, oltre che nelle zone rurali del Paese (in particolare nel Chapare). Dall’inizio delle proteste ad oggi si contano già 24 morti e quasi 1000 feriti. La polizia e l’esercito infatti, del tutto passivi durante le proteste contro Morales, hanno iniziato una vera e propria repressione soprattutto nei confronti delle comunità indigene. La Bolivia è un Paese dove per decenni il razzismo e la violenza nei confronti degli indios sono stati predominanti e dove i conflitti sociali sono enormi. Polizia ed esercito, grazie ad un decreto presidenziale, godono di immunità penale per la repressione delle manifestazioni e delle marce indigene, risultando così svincolati dalla legge e dal principio di proporzionalità della pena.

È di poche ore fa la notizia che l’Assemblea Legislativa boliviana ha approvato una legge per nuove elezioni generali senza la presenza di Evo Morales né quella del suo Vice Alvaro Linera. La legge non stabilisce ancora una data ufficiale per le elezioni, ma assicura che verranno realizzate in meno di cinque mesi. Il decreto è stato approvato anche dal MAS, maggioritario in Parlamento, accettando le condizioni imposte per arrivare nel più breve tempo possibile ad una totale pacificazione del Paese.

La norma stabilisce che coloro i quali siano già stati rieletti non potranno partecipare alle elezioni. Questo è il motivo ufficiale della non candidabilità di Morales e Linera, i quali, stando alle parole della Presidente interna “non saranno perseguitati politicamente, ma potranno dover rispondere di fronte alla giustizia di frode elettorale ed altre accuse”.

Il divieto di rielezione era stato sospeso dalla Corte Suprema durante il Governo di Evo Morales, incolpato di aver forzato la Costituzione e manipolato il Tribunale Supremo per rimanere ben saldo al potere. Questo è sicuramente uno dei motivi per i quali l’ex Presidente, negli ultimi anni, era stato aspramente criticato e accusato di derive dittatoriali. La sua strategia di governo continua ad essere criticata, in seguito ad un’intercettazione telefonica della scorsa settimana in cui si proponeva di bloccare le città, impedendo così l’ingresso di viveri. L’opposizione non ha fatto altro che cavalcare questa insoddisfazione, con il grande aiuto delle forze cattoliche neoliberiste e della Chiesa.


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