Per Trenta denari

Di Francesco Polizzotto – “Mio marito, pur essendo tutto regolare, e sentendosi in imbarazzo, per salvaguardare la famiglia ha presentato istanza di rinuncia per l’alloggio”. Con queste parole Elisabetta Trenta, ex ministra della Difesa, ha provato a chiudere la polemica concernente l’alloggio di servizio di 180 mq, in centro a Roma, assegnatole quando era appunto ministra, e successivamente passato al marito, ufficiale dell’Esercito italiano.

Eccovi la ricostruzione dei fatti. Il 5 settembre, col cambio di guardia per la Difesa italiana, Elisabetta Trenta decade da ministra. Lo stesso giorno il maggiore Claudio Passarelli, marito della Trenta, assume l’incarico di aiutante di campo del segretario generale della Difesa. La Trenta riceve quindi apposito avviso di rilascio dell’appartamento, con termine ultimo il 5 dicembre. Il 18 settembre Passarelli presenta domanda per l’alloggio. Pur godendo della proprietà di un appartamento a Roma gli viene assegnata la casa precedentemente in uso alla moglie: canone 141,76 € oltre al prezzo per l’uso dei mobili (173,19€). Il 2 ottobre Passarelli ottiene l’alloggio. La normativa prevede che gli appartamenti “non possono essere concessi a personale che sia proprietario di un’abitazione idonea, disponibile e abitabile nella circoscrizione dove presta servizio, fatta eccezione per i titolari di incarichi compresi nella prima fascia”. Ma l’aiutante di campo del segretario generale è proprio un incarico di prima fascia. L’alloggio destinato al maggiore dista tre chilometri dal palazzo dell’Esercito e sette da quello di proprietà che si trova nella zona del Pigneto. Il 23 ottobre l’atto di concessione dell’alloggio al maggiore Passarelli viene ultimato.

Il polverone che ha travolto la Trenta è stato sollevato la scorsa settimana dalla giornalista Fiorenza Sarzanini sulle pagine del Corriere della Sera. Ne è seguito un acceso dibattito pubblico con tanto di dichiarazioni ufficiali della stessa Trenta e di diversi esponenti del Movimento Cinque Stelle.

Una foto dell’appartamento incriminato – Credits: corriere.it

“Non sono concessi sconti. Questa è una guerra a una mentalità molto radicata nel nostro Paese. O la trasformiamo noi, o non c’è nessuno che lo farà al posto nostro … L’animo delle persone non si può cambiare. Che il singolo sbagli può accadere, ma i nostri valori sono intoccabili e li facciamo rispettare. Sempre. Questo è ciò che ci distingue dai partiti. Quindi ci auguriamo che Elisabetta Trenta lasci la casa e se il marito, in quanto militare, ha diritto a un alloggio può fare domanda e lo otterrà”. Questa in particolare la presa di posizione del blog del Movimento, non appena esploso il caso.

Saranno l’indagine amministrativa avviata dallo Stato maggiore e quella della Procura militare a dover stabilire se la procedura di assegnazione della casa sia stata corretta. Spetterà quindi ai magistrati accertare se questo iter sia stato legittimo o se possano esserci stati favoritismi. La Difesa stabilirà invece se Passarelli abbia diritto a un nuovo alloggio di servizio, come aiutante di campo del segretario generale della Difesa. Di certo rimane che la cifra pagata ogni mese dalla coppia Trenta-Passarelli era ben inferiore rispetto a quella comunicata dall’ex ministra. Secondo quanto emerge infatti dalla relazione preparata al ministero della Difesa per rispondere alle interrogazioni di deputati e senatori “il canone mensile era di 141,76€ mentre venivano versati 173,19€ per l’utilizzo del mobilio”. Il canone complessivo ammontava quindi a 314,95€, una cifra di molto inferiore ai 540€ che la Trenta in un primo momento aveva dichiarato di versare.

Le vicende relative alle abitazioni rappresentano da sempre delle appassionanti testimonianze del malcostume della classe politica italiana. Dalla casa di Montecarlo in cui viveva Giancarlo Tulliani, fratello della moglie dell’allora presidente della Camera Gianfranco Fini, all’appartamento a Trastevere di Massimo D’Alema e di proprietà dell’Inpdap, fino al mitico attico di via Arcione, vicino a Fontana di Trevi, nel quale risiedeva il segretario della DC Ciriaco De Mita. Episodi diversi, con risvolti giudiziari differenti, ma accomunati da quella patina d’immoralità che ha contribuito a rendere sempre più invisa la nostra classe politica. Attorno alle case, agli alloggi, agli appartamenti, si sono spesso creati i presupposti di mancata onestà e di scarsa trasparenza di quanti svolgono rilevanti funzioni pubbliche. La retorica sulla “casta” si è nutrita parecchio di vicende similari, avendo denunciato il malcostume politico in tutte le sue sfaccettature (stipendi, vitalizi e privilegi vari).

Il caso della Trenta sta destando scalpore proprio per questo genere di considerazioni, al di là delle reali responsabilità che l’ex ministra e suo marito potrebbero avere avuto. Il Movimento Cinque Stelle, di cui la Trenta è espressione (non solo ministeriale), ha infatti costruito gran parte della sua identità (e del consenso elettorale) proprio sulla lotta ai privilegi della casta politica. Le pressioni da parte dei vertici del Movimento nei confronti della Trenta affinché lasciasse l’appartamento “incriminato” sono state immediate, come a voler derubricare il caso a mera negligenza personale, al fine di lasciare intatta l’immagine “anti-casta” del Movimento.


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