Rabbia e carburante, miscela iraniana sempre più calda

Di Daniele Monteleone – È stato un weekend di fuoco in Iran quello appena trascorso. E le fiamme non si sono ancora spente. Le proteste scoppiate negli ultimi giorni arrivano dopo una a dir poco “imprudente” decisione delle autorità iraniane che in sostanza ha fatto lievitare i prezzi della benzina provocando il caos in diverse città iraniane. Una misura sostanzialmente decisa per contrastare gli effetti negativi delle sanzioni statunitensi sull’economia del paese, ennesimo teatro di vera e propria rivolta sociale contro il governo.

Quella del consiglio economico che l’ha deliberata, è una decisione annunciata all’insegna dell’aiuto agli iraniani più poveri che però ha fatto infuriare un’ampia fascia di popolazione già alle prese con l’inflazione. Un piano di razionamenti e limitazioni che ha anche nomi e cognomi: il presidente del Consiglio economico e presidente iraniano Hassan Rouhani , il capo della magistratura Ebrahim Raisi e il presidente del parlamento Ali Larijani.

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Nella notte del 15 novembre, la mossa del Consiglio supremo di coordinamento economico dell’Iran ha fatto dunque schizzare i prezzi del carburante di almeno il 50 per cento. Di che si tratta? Viene limitato per i veicoli di uso privato l’approvvigionamento di carburante a un tetto di 60 litri al mese, mentre il prezzo della benzina balza a 15.000 rial iraniani (0,13 dollari) per litro. Per qualsiasi acquisto di carburante in più rispetto al limite prescritto comporta inoltre un costo aggiuntivo di 30.000 rial (0,26 dollari) al litro. Vero è che la benzina in Iran resta la più economica rispetto che in qualsiasi altra parte del globo, ma a pesare sulle tasche degli iraniani sono gli stipendi non all’altezza di questo aumento imprevisto. Questi importanti ritocchi sul carburante fanno parte di un più ampio piano di lotta ai trafficanti di carburante che operano fra l’Iran e i paesi confinanti. Fra le 80 milioni di persone che costituiscono la popolazione iraniana, molte potrebbero essere duramente colpite.

Una stazione di benzina in Iran, Teheran – Mo.alizade

La spirale discendente economica iraniana porta oggi un’inflazione al 40 per cento. Una situazione che arriva in sostanza dalla decisione del presidente americano Donald Trump dello scorso anno di uscire unilateralmente da un accordo sul nucleare datato 2015 e mediato tra l’Iran e diverse altre potenze mondiali. L’accordo in questione prevedeva un ridimensionamento da parte di Teheran del suo programma di sviluppo nucleare in cambio di una riduzione delle sanzioni. Ma Washington, uscendo dall’accordo, ha imposto una serie punitiva di misure finanziarie sul paese spingendolo verso gravi difficoltà. Una mossa chiaramente strumentale nella pressione da parte del colosso a stelle e strisce di forzare il cambiamento della politica estera di Teheran. Secondo l’FMI inoltre l’economia iraniana è già in «grave disagio» e combatterà una pesante recessione ancora per il resto di quest’anno.

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Le manifestazioni hanno avuto luogo in città e località minori dell’Iran, con autostrade bloccate dai mezzi abbandonati dai conducenti e camion posizionati ad arte per mettere in difficoltà i collegamenti interni nel Paese. Varie fonti parlano di molte migliaia di persone aderenti alla protesta, alcuni 80 mila persone, altri addirittura parlano di 100 mila persone mobilitate contro la decisione del governo. Banche e negozi sono stati date alle fiamme a decine, e arrivano a circa un migliaio gli arresti da parte delle forze dell’ordine iraniane. Anche il bilancio delle vittime è incerto: nei primi due giorni della mobilitazione sono almeno quattro i morti nelle proteste. L’alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani riferisce invece di decine di protestanti uccisi dalle forze di sicurezza. Un’agenzia di stampa considerata “semi-ufficiale” segnala invece 11 vittime di cui 6 civili e 5 appartenenti alla polizia iraniana. Un quadro comunque drammatico quello descritto in Iran.

La Guida Suprema Ali Khamenei ha appoggiato l’operato governativo e accusato chi protesta di “non essere solo”. Nelle dichiarazioni intransigenti nei confronti dei manifestanti, la Guida iraniana li ha apostrofato come «criminali» che «insieme a nemici stranieri vogliono alimentare i disordini» nel paese. Nel frattempo, nel tentativo di soffocare le proteste, è stato bloccato il traffico Internet in tutto l’Iran. Ma fuori dal paese Internet funziona, e anche bene. Domenica è arrivato un messaggio importante dal segretario di Stato americano Mike Pompeo che sostiene i manifestanti iraniani, comunicazione certamente non gradita ai leader persiani. Su Twitter si legge: «As I said to the people of Iran almost a year and a half ago: The United States is with you», che, in altre parole, significa “alle prossime elezioni Rouhani non ha scampo”. Il segratrio americano «ipocrita», come lo ha definito il ministro degli Esteri iraniano Musavi, non fa sconti all’autorità mediorientale: «After 40 years of tyranny, the proud Iranian people are not staying silent about their government’s abuses. We will not stay silent either».

L’intensa mobilitazione iraniana arriva a quasi due anni dall’ultima protesta nazionale che denunciava la grave condizione economica. Allora fu la dura repressione del governo a schiacciare la rabbia popolare. In quel caso morirono oltre 26 manifestanti per le strade e furono condotti oltre 7000 arresti di dissidenti. Stavolta le proteste sembrano avviarsi verso lo stesso sanguinoso destino e l’endorcement americano suona come il gracchiare dei corvi sopra la carcassa. A poco meno di un mese dall’annuncio di un nuovo grande giacimento di greggio in Iran – sarebbe il secondo del paese con circa 53 miliardi di barili potenziali – l’instabilità iraniana potrebbe far gola a più di una potenza mondiale.


Foto in copertina Rodrigo Javier (CC BY-SA 2.0)

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