Il primo anniversario dei gilet gialli

Di Francesco Puleo – Era da mesi che nessuno ne parlava, al punto che in molti li davano ormai per sconfitti. E invece, dopo essere scomparsi dai radar della contestazione, i gilet gialli hanno nuovamente monopolizzato l’attenzione dei media francesi con due giornate all’insegna delle proteste e degli scontri. Alla fine di questo lungo week end di compleanno, il bilancio è di 285 arresti tra sabato e domenica, con un numero di manifestanti compreso tra i 40mila e i 28mila (secondo il ministero dell’interno).

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Numeri ben diversi da quelli di novembre e dicembre dello scorso anno, quando nelle piazze e nelle strade di tutto il paese si era arrivati a quasi 300mila persone. D’altronde, molte cose sono successe da quel lontano 17 novembre 2018, quando in seguito alla proposta di un aumento delle tasse sul carburante e a una petizione online che ne chiedeva l’abolizione, numerosi gruppi di cittadini e cittadine auto-organizzati hanno dato vita alla prima manifestazione nazionale, con blocchi stradali e scontri violenti con le forze dell’ordine dentro e fuori la capitale.

Da allora, ogni sabato migliaia di persone hanno partecipato alle proteste indossando un gilet giallo: un oggetto quotidiano diventato immediatamente simbolo di un’opposizione tanto radicale quanto eterogenea allo stato di cose presenti.

La risposta del governo Macron è stata duplice: da un lato, Macron ha promesso e realizzato riforme per 17 miliardi, tra aumento del salario minimo e tagli delle tasse ai pensionati e ha dato inizio a un “dibattito nazionale” per discutere alcuni dei temi posti dal movimento; dall’altro ha messo in atto una repressione anche piuttosto violenta delle proteste. I numeri parlano chiaro: due morti, 24 persone che hanno perso un occhio, 5 che hanno perso una mano, diverse migliaia di feriti (2500 tra i manifestanti e 1200 tra le forze dell’ordine), più di 12.000 arresti, 3.000 condanne, di cui 1.000 pene detentive definitive. Il bastone e la carota, il primo più grosso della seconda.

Jerome Rodrigues, ferito durante le manifestazioni del 26 gennaio 2019 (Afp)

Ė stato questo mix di concessioni e di repressione ad avere ridotto progressivamente i numeri della protesta. Una strategia che almeno nel breve periodo ha premiato Macron, la cui popolarità è rapidamente risalita a partire dai primi mesi del 2019. Un dato confermato dal risultato del suo partito “La republique en marche” (LREM) alle elezioni europee, che hanno registrato una sostanziale parità con la destra sovranista di Marine Le Pen e che hanno visto invece un tonfo de “La France Insoumise”, il partito della sinistra radicale guidato da Jean Luc Mélénchon che è passato dal 20 al 6%. L’unico tra i partiti dell’arco parlamentare francese che ha appoggiato le proteste.

Senza contare i risultati da zero virgola di tutte le liste che hanno candidato alcuni tra i cosiddetti “leader” dei gilet gialli: personaggi in cerca d’autore o di visibilità con cui il capo politico del Movimento Cinque Stelle ed ex vice premier Luigi Di Maio ha tentato un’improbabile alleanza, provocando una crisi diplomatica tanto seria quanto inutile. La realtà si è occupata di dimostrare che quello dei gilet gialli era e rimane un movimento orizzontale e privo di leadership.

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Dopo la pausa estiva e il ritorno sulle piazze in occasione dell’anniversario del 17 novembre (l’acte 53), il futuro del movimento è quanto mai incerto. Sebbene i numeri siano in lieve crescita rispetto agli ultimi mesi, la perdita di slancio è evidente. Tuttavia, la nuova e contestata riforma delle pensioni in cantiere potrebbe fare da catalizzatore per una nuova ondata di proteste.

Un manifestante mascherato da Joker, Place d’Italie (Afp)

In realtà, la ragione per cui il movimento dei gilet gialli potrebbe ritornare ad essere protagonista di una nuova stagione politica di contestazione è che i problemi strutturali che hanno dato corpo alla protesta sono ancora lì. Nessuna delle proposte più concrete e radicali del movimento è stata accolta dalle istituzioni: né l’imposta patrimoniale né la riduzione delle tasse per le fasce di reddito più alte né soprattutto l’introduzione di strumenti di democrazia diretta, primo fra tutti il “referendum d’iniziativa cittadina” (RIC). Al contrario, Macron sembra intenzionato ad andare avanti con il suo programma di privatizzazioni e tagli alla spesa sociale (in particolare ai sussidi di disoccupazione).

Forse però la ragione più profonda per cui il movimento è tutt’altro che defunto è un’altra ed è tutta politica. Come ha detto un attivista del movimento in un’intervista pubblicata da Politico: «prima dei gilet gialli, soffrivamo da soli, ciascuno nel proprio angolino. Non sapevamo che così tante altre persone condividessero gli stessi problemi e la stessa rabbia. Ora lo sappiamo. Sappiamo anche quanto possiamo essere forti.»


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