Lo Spasimo, una lunga e travagliata storia sempre sotto le stelle

Di Daniele Monteleone – Esistono luoghi dimenticati dalla città per secoli e che tornano prepotentemente con tutta la propria bellezza e il proprio fascino. Santa Maria dello Spasimo (chiamata anche “lo Spasimo”) è diventata, dopo il recupero della struttura, uno dei simboli di Palermo.

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Lo Spasimo è una chiesa nel quartiere della Kalsa che nel 1995 ritrova la pubblica utilità dopo tantissimi anni di solitudine. Il complesso monumentale, con l’annesso ex ospedale “Principe Umberto”, venne così riconsegnato ai palermitani ed ai turisti. Il carattere inconfondibile di questo maestoso rudere: la sua volta a cielo aperto è la rara magia che cercano i visitatori. L’“en plein air” dello Spasimo rappresenta per la Sicilia quasi un caso artistico singolare. Sono infatti le caratteristiche stilistiche a renderla speciale nel contesto isolano. Architettura gotica, tipico slancio in verticale, abside a pianta poligonale coperta da una volta stellare con possenti arcate a sesto acuto. Vedere per credere, vivere per emozionarsi.

La struttura nacque agli inizi del XVI secolo come convento dei padri di Monte Oliveto grazie ad una donazione del giureconsulto palermitano Girolamo Basilicò. Che sia stato per la volontà della moglie o per devozione, sta di fatto che volle un convento dedicato alla “Madonna sofferente per il Cristo in croce”. Da qui la denominazione di “Spasimo”, letteralmente dolore intenso, sofferenza e tormento emotivo. Ai padri Olivetani di Santa Maria del Bosco, il compito di trasformare quel terreno fra «case, vigne e giardini di sua proprietà ai margini del quartiere della Kalsa» in una chiesa con convento annesso. La chiesa, però, non fu mai terminata.

Fu commissionato al celebre Raffaello Sanzio da Urbino un dipinto raffigurante L’andata al Calvario, conosciuto oggi come “Spasimo di Sicilia“, e ad Antonello Gagini un altare marmoreo destinato a incorniciarlo. Le somme messe a disposizione dal Basilicò per tutti gli interventi non risultarono sufficienti a proseguire nell’opera di edificazione della imponente chiesa. Nel 1509 l’abate generale dell’ordine di Monte Oliveto, frate Tommaso Pallavicino riesce a concedere in enfiteusi l’antica “gancìa” di Santa Barbara per racimolare altro denaro utile alla causa. Era importante assicurare copertura finanziaria al progetto dello Spasimo. Si rese necessario anche l’acquisto di altri terreni adiacenti per consentire la realizzazione completa del progetto Spasimo. Ma non bastò tutto questo.

Andata al Calvario, Raffaello Sanzio (1517), Museo del Prado – Wikimedia Commons

Nel corso dei secoli successivi, l’edificio, a metà tra un convento e una fortezza incompiuta, subirà diverse trasformazioni. Ospiterà spettacoli teatrali e diventerà un lazzaretto per malati di peste. Per un certo periodo diverrà un deposito di carrozze del Senato cittadino fino al ritorno a una funzione “popolare”: ospizio per poveri e successivamente sifilicomio (ospedale per sifilitici).  Lo Spasimo sarà adibito anche a magazzino di reperti d’arte. Questa continua variazione di destinazione d’uso segna paradossalmente anche il declino della sua importanza e di fatto il suo progressivo abbandono. La manutenzione assente nei secoli renderà lo Spasimo bisognoso di quell’intervento fondamentale per il suo recupero negli anni Novanta del XX secolo. Resta certamente il rammarico – antico, a dir poco – che vede oggi al Museo del Prado l’opera di Raffaello. Il quadro, nel 1661, finì in maniera del tutto chiara e documentata nelle mani del viceré spagnolo Ferdinando D’Ayala. Fu così che il quadro andò a Madrid, restandoci definitivamente.

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Dalla fine del Secondo conflitto mondiale – con la chiesa contenitore di materiale artistico recuperato da altre chiese a causa dei danneggiamenti dovuti ai bombardamenti – al 1988 circa è stato un lungo di doloroso abbandono. Avviato un vasto lavoro di restauro e di ripristino dell’intero complesso, arriva alla pubblica fruizione solo nel 1995, ed è così che oggi si può raccontare un lieto fine. La chiesa, con la sua navata centrale all’aperto, è uno spazio culturale che continua ad ospitare visite ed eventi di vario genere, come è stato per il Piano City Palermo 2019.


Foto in copertina di Ester Di Bona

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