Luigi Cadorna e il Piave: l’inconsapevole difesa elastica travestita da disfatta

Di Gabriele Imperiale – «Tempo ancora sereno! Non è sereno però lo spirito dinanzi alle falangi dei barbari che avanzano. Ho fiducia però che si resista al Piave». Sono le parole di Mario Fiore, maggiore distintosi già nella guerra italo-turca e che durante la Grande Guerra venne messo a capo del 79° battaglione zappatori. Il 7 novembre del 1917, ancora in piena ritirata, descrisse così la giornata nel suo diario di guerra. Morirà un anno più tardi a San Mauro di Bavaria, nel tentativo di respingere gli austriaci che tentavano di installare una mitragliatrice vicino alle posizioni italiane. Gli verrà conferita una medaglia d’oro al valor militare per “l’ardente patriottismo” e il suo costante esempio di “abnegazione ai suoi dipendenti”. Lo stato d’animo del Maggiore Fiore in quel 7 novembre 1917 è lo stesso di altre centinaia di migliaia soldati che guardavano con speranza e fiducia al Piave.

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Il Piave Mormorò… «Ahi, quanta gente ha vista | Venir giù, lasciare il tetto, | per l’onta consumata a Caporetto! | Profughi ovunque! Dai lontani monti, | venivano a gremir tutti i suoi ponti. | S’udiva, allor, dalle violate sponde, | sommesso e triste il mormorio de l’onde: | come u singhiozzo, in quell’autunno nero, | Il Piave mormorò: | “Ritorna lo straniero!”»

Questi sono alcuni passi de “La canzone del Piave”, una delle più celebri canzoni che la Grande Guerra abbia lasciato alla memoria collettiva. Il brano venne composto nel 1918 dall’indimenticato maestro Ermete Giovanni Gaeta ispirato dalle gesta italiane durante la battaglia del Solstizio. Una canzone indimenticata che raccontava ciò che visse l’esercito italiano tra il 24 ottobre e il 12 novembre del 1917. Si calcola che a percorrere la “lunga” strada della ritirata verso il Piave furono oltre 3 milioni e mezzo tra civili e militari. Una moltitudine di uomini che marciavano e correvano con un solo obiettivo: raggiungere il Piave.

Ma il Piave cosa rappresentò davvero per i soldati italiani? Oggi, quando guardiamo una partita di calcio, pensiamo molto spesso ai tifosi come al “dodicesimo uomo in campo”; quel plus, cioè, che dà forza alla squadra di recuperare i risultati più difficili. E a volte i paragoni calcistici sono quelli che meglio calzano ai fatti d’arme. Senza alcun dubbio, il Piave è stato il dodicesimo uomo in campo per gli uomini di Cadorna prima e di Diaz poi; è stata l’ultima linea di difesa da tenere ad ogni costo prima e la base da cui sarebbe partita la riscossa poi. Nella mente dei soldati è stato il limite ideale oltre al quale si staglia l’abisso, nonostante dietro di loro i soldati avessero una buona presenza di divisioni alleate anglo-francesi – truppe che non presero mai parte alla ritirata di Caporetto e vennero schierate lontane dalla prima linea per espressa volontà dei loro capi e dei nostri.

Dopo la perdita dell’Isonzo, del Tagliamento e per ultimo del Livenza, l’esercito italiano avrebbe avuto a disposizione unicamente la linea lungo il fiume per fermare l’avanzata austro-tedesca. Tutto dipeso dalla fortunata estensione geografica del fiume stesso. In posizione chiave tra Treviso e Pordenone: partendo da Agordo e Longarone, il fiume costeggia le zone del fronte in Trentino e passando per Belluno e Vittorio Veneto ridiscende fino al mare sfiorando Venezia. Un’invidiabile linea di fronte su cui lo stesso Cadorna, in uno dei suoi messaggi al neopresidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando, inviato il 3 di Novembre dopo lo sfondamento dei tedeschi a Cornino, aveva deciso di puntare tutto: «Se mi riuscirà di condurre la III e la IV armata in buon ordine sulla Piave, ho intenzione di giocare ivi l’ultima carta, attendendovi una battaglia decisiva». La profezia di Cadorna di far ritirare sul Piave la III e la IV armata, nonostante tante difficoltà, si avverò. Il 12 novembre infatti l’ultimo soldato italiano oltrepassò il fiume e andò a sistemarsi nel complesso difensivo approntato. Ma a differenza delle più rosee attese del generale, Cadorna non combatterà mai la battaglia decisiva.  

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Notte del 7 novembre: Addio Cadorna, inconsapevole padre della difesa elastica. Proprio durante la notte tra 6 e 7 novembre 1917, il neopresidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando stava rientrando verso Peschiera di ritorno dalla Liguria. Durante tutta la giornata aveva preso parte alla Conferenza Interalleata e il giorno dopo avrebbe riferito le decisioni prese al Re Vittorio Emanuele. L’8 novembre venne infine comunicata al re la volontà del consiglio dell’Intesa di silurare Luigi Cadorna. Ritenuto da tutti unico responsabile della disfatta italiana, la sua estromissione venne messa come condizione ad ogni accordo sugli aiuti da inviare sul Piave. E così il 67enne Cadorna ricevette comunicazione della sua sostituzione solo due giorni più tardi e venne spedito a Parigi a prendere parte al consesso alleato come rappresentante dell’Italia; nel frattempo Armando Diaz, il suo sostituto, preso posto sul Piave, porterà l’Italia a Vittorio Veneto e alla vittoria finale.

Ma una parte di quella vittoria, si dovrà anche al tanto bistrattato Cadorna, che riuscì a fermare la disfatta con una inconsapevole applicazione della difesa elastica, inventata e messa in pratica dagli alti comandi tedeschi. Ce lo conferma nel suo libro “Caporetto”, Mario Silvestri: «Purtuttavia, senza rendersene conto, Cadorna aveva condotto una difesa elastica, se pur dispendiosa, su scala strategica anziché tattica». Era riuscito a fermare gli austro-germanici che allontanatisi dalle loro basi e con l’artiglieria lontana, finirono per perdere impeto nell’avanzata. «Per ottenere ciò inconsapevole – Cadorna aveva sacrificato il nerbo di un’armata, la II, dandola in pasto al nemico, per salvare le altre».


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