La frutta Martorana: origini di una tradizione

Di Beatrice Raffagnino – Il dominio islamico sulla Sicilia iniziò con lo sbarco a Mazara del Vallo nell’827 e terminò con la caduta di Noto nel 1091. Nonostante siano passati quasi mille anni, i segni di questa dominazione sono visibili ancora oggi. A testimoniarlo non sono solo le cupole rosse di San Giovanni degli Eremiti a Palermo o l’architettura Arabo-Normanna. Infatti, la tradizione culinaria, figlia della felice fusione di due culture diverse, è sicuramente tra le eredità più importanti che questo periodo abbia tramandato.

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Un esempio tra tutti è quello della cosiddetta pasta di mandorle, un composto di acqua, zucchero e mandorle, la cui storia è legata inscindibilmente alla nascita della frutta Martorana. Quest’ultima, in particolare, deve il suo nome alla nobildonna Eloisia Martorana, che nel 1193 fece costruire un monastero benedettino in Piazza Bellini, accanto alla chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio (o San Nicolò dei Greci), conosciuta da allora come “La Martorana”. Narra la leggenda che il giardino del convento e l’annesso orto fossero fra i più belli della città.

La loro fama raggiunse persino l’orecchio del vescovo di Palermo che, incuriosito, volle andare personalmente a constatare. La visita però fu fatta in pieno autunno, per la festa di Ognissanti, quando gli alberi erano già privi di frutti. Le monache allora, per non deludere l’illustre ospite, decisero di ricrearli utilizzando la pasta di mandorle di provenienza araba e colorandoli con essenze di pistacchi e rosa per addobbare gli alberi e abbellire così il giardino. Un inganno in piena regola che produsse comunque gli effetti desiderati. Il vescovo rimase incantato dalla bellezza di quelle creazioni e il successo fu tale che da quel giorno le monache cominciarono a vendere la finta frutta “Martorana” alle famiglie nobili della città. Non a caso infatti la pasta di mandorla è conosciuta anche come pasta reale proprio per sottolinearne l’eccellente pregio che, seppur partendo da ingredienti semplici e poveri, era degno di un re.

Nel 1575 la corporazione dei Confettari chiese ed ottenne il monopolio della produzione di questi dolci. Il sinodo diocesano di Mazara del Vallo proibì infatti alle suore la produzione della frutta Martorana perchè arrecava troppa distrazione al raccoglimento liturgico.

Nell’Ottocento i Confettari cominciarono ad utilizzare nella preparazione la resina di benzoino, estratta dalla corteccia di un particolare arbusto diffuso in Oriente, per rendere la superficie dei frutti più lucida, appetibile e appariscente. Conquistata dalla loro prelibatezza, l’aristocrazia siciliana di quel tempo iniziò ad acquistarli in occasione della commemorazione dei defunti e a regalarli ai bambini per rendere più sopportabile un’occasione altrimenti triste e dolorosa. I dolci costituivano, infatti, insieme alla frutta secca e ai pupi di zucchero, i doni da parte di chi ormai non c’era più.

Un metodo efficace per esorcizzare la paura della morte e mantenere saldo il legame coi propri cari. In particolare, prima di andare a dormire, la notte di Ognissanti i bimbi lasciavano un paio di scarpe vecchie in giro per casa per poi ritrovarle piene di dolci oppure ritrovarne un paio nuovo. Nascondevano poi con l’aiuto dei genitori tutte le grattugie. Si pensava infatti che i defunti potessero grattare i piedi di quanti non si fossero comportati bene. Infine, una volta svolte tutte queste operazioni, recitavano le preghiere e pronunciavano la seguente filastrocca:

Armi santi, armi santi (anime sante) Io sugnu unu e vuatri siti tanti: ( io sono uno e Voi siete tante) Mentri sugnu ‘ntra stu munnu di guai (mentre sono in questo mondo di guai) Cosi di morti mittitiminni assai“ (Regali dei morti mettetemene molti).

Ancora oggi la frutta Martorana è il simbolo per eccellenza della Festa dei Morti oltre ad essere stata riconosciuta ufficialmente come prodotto agroalimentare tradizionale siciliano ed inserita nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T.) del Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali.

In occasione della festa del 2 novembre le vetrine delle pasticcerie si riempiono di vassoi e cestini stracolmi di frutti colorati che attirano gli sguardi curiosi dei passanti. Le vecchie tradizioni si vanno, purtroppo, perdendo nel tempo. Resta comunque intatto il messaggio alla base di queste festività: il rispetto e l’amore per coloro i quali, pur essendo scomparsi, sono ancora presenti nelle nostre famiglie con tutti i loro insegnamenti e l’immenso, tangibile, affetto nei nostri confronti.


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